Spunta l'obiettivo «distensione», da parte cinese, nel secondo vertice dell’anno tra Xi Jinping e Donald Trump. La parola è stata usata nel titolo di un intervento su Foreign Affairs scritto dal professore Da Wei, docente di Sicurezza e Relazioni internazionali alla Tsinghua di Pechino . È probabile che il politologo abbia firmato l’articolo sulla influente rivista americana dopo essere stato autorizzato (se non ispirato e spinto a uscire allo scoperto) dal vertice del Partito-Stato di Pechino . Vale la pena allora sintetizzare il messaggio di Da Wei. Che parte ricordando come i due presidenti, nel primo incontro di maggio, abbiano concordato che Cina e Stati Uniti dovrebbero costituire una «relazione costruttiva di stabilità strategica». Osserva subito che molti analisti a Washington si sono espressi con scetticismo su questa formula, bollandola come «parole vuote». Eppure, si tratta della prima volta in oltre un decennio di crescente inimicizia , che le due superpotenze hanno dichiarato un consenso positivo sulla loro relazione . Subito dopo il politologo cinese avverte che la «stabilità strategica» promessa non si riferisce a una «distensione nucleare» (sul tipo di quella concordata tra Washington e Mosca ai tempi della Guerra fredda. Piuttosto «suggerisce un nuovo equilibrio nel quale entrambe le parti possono evitare un ulteriore deterioramento del rapporto e anche allargare la cooperazione nei campi in cui gli interessi si allineino». Da Wei scrive che la dirigenza cinese non si aspetta che la nuova formula risolva la maggior parte dei contenziosi o che eviti ulteriori frizioni. La nuova e auspicata «stabilità strategica» piacerebbe a Xi per due motivi principali. 1) Perché sancisce che gli americani accettano di trattare con la Cina da pari a pari; 2) Perché metterebbe un freno alla caduta delle relazioni, al rischio di uno scontro aperto anche sul fronte militare oltre che commerciale. Questo obiettivo, secondo Xi, è più pragmatico e dunque raggiungibile rispetto a «un grande accordo» per risolvere ogni questione tra Cina e Stati Uniti. Il politologo cinese conclude la sua invocazione di distensione con ottimismo, osservando che una relazione fondata sulla stabilità strategica non è un concetto imposto da una parte all’altra, o che possa dare benefici a Pechino danneggiando gli Stati Uniti. «È il risultato di sforzi comuni dei due Paesi, situazione di rara opportunità. Il prossimo passo (auspicato come risultato del vertice alla Casa Bianca, ndr) è di infondere vitalità alla cornice e renderla sostenibile nel tempo». Da Wei, parlando del suo intervento su Foreign Affairs , ha negato di essere stato autorizzato o spinto a scriverlo dal potere cinese. Si definisce un ottimista forse ingenuo, ma ricorda che Xi e Trump quest’anno hanno in agenda altri due faccia a faccia, uno a novembre alla riunione Apec di Shenzhen e poi a dicembre al G-20 di Miami. Altre due occasioni di rafforzare la distensione anche personale tra i capi delle superpotenze. La proposta (forse il sogno) di Da Wei è che si concordi di mettere stabilmente in calendario incontri quadrimestrali tra i due presidenti. L'esperto docente della Tsinghua però non è un ingenuo. Nell’articolo ha inserito le condizioni cinesi per mettere in atto la formula della «stabilità strategica costruttiva». Sostiene che una Cina rassicurata sulle intenzioni americane e quindi più fiduciosa sarebbe meno assertiva. E al primo posto tra le rassicurazioni mette Taiwan «che rimane un pericoloso focolaio, l’unica questione che potrebbe scatenare un conflitto armato deliberato tra Cina e Stati Uniti». A maggio, a Pechino, Xi ha ammonito brutalmente Trump sul rischio di cadere nella «Trappola di Tucidide» (la guerra del Peloponneso tra una potenza in ascesa e quella dominante che costò cara ad Atene e Sparta quattro secoli prima di Cristo). La metafora colta è servita al leader cinese per ammonire l’America a non superare la linea rossa di Taiwan, cercando di bloccare la «inevitabilità storica della riunificazione dell’isola alla Madrepatria cinese». Trump rispose dichiarando che non gli piacerebbe inviare i ragazzi americani a 9.500 miglia di distanza a battersi per l’indipendenza di una piccola isola solo a 60 miglia dalla Cina , che è molto potente. E da allora non ha ancora deciso se e come andare avanti con le massicce forniture di armi a Taiwan (ci sono due pacchetti da 11 e 14 miliardi di dollari in discussione e Pechino ha più volte «sconsigliato» di andare avanti). La linea rossa dunque resta Taiwan. Ma si intravede anche un semaforo verde nella strategia di Pechino. Si tratta della Nord Corea . Trump ha ripreso a parlare di un incontro con Kim Jong-un, dopo il fallimento nel 2019 del primo negoziato sulla denuclearizzazione di Pyongyang. La rinuncia di Pyongyang all’arsenale nucleare non è più sul tavolo, ma il presidente americano dice di essere rimasto in ottimi rapporti con il Maresciallo nordista e vorrebbe incontrarlo. Un nuovo vertice spettacolare con il capo del regime nordcoreano rilancerebbe l’immagine di Trump «uomo di pace e grandi intese», mettendo forse in secondo piano la crisi scatenata in Medio Oriente con l’avventura della guerra contro l’Iran. Kim ha stretto un patto militare con Vladimir Putin, ha inviato decine di migliaia di soldati sul fronte e nelle retrovie della guerra con l’Ucraina e non ha urgenza di abbracciare il presidente americano (a meno di non essere certo di ottenere la cessazione delle sanzioni economiche). Xi Jinping non è entusiasta dell’avvicinamento tra Nord Corea e Russia, ma ne ha preso atto invitando Putin e Kim al suo fianco l’anno scorso a Pechino. Il leader cinese a giugno è andato a Pyongyang per assicurarsi che il «cliente» Kim resti grato e sufficientemente fedele alla grande Cina da cui la Nord Corea dipende per il 90 per cento dei suoi commerci. Ora potrebbe offrire a Trump l’opportunità di incontrare Kim: fonti americane ipotizzano che il vertice potrebbe svolgersi a margine della riunione Apec ospitata da Xi a Shenzhen, il prossimo novembre. Un regalo diplomatico cinese.
Xi scopre la parola «distensione» prima del vertice con Trump. Con una linea rossa (e un «regalo» in arrivo)
Spunta l'obiettivo «distensione», da parte cinese, nel secondo vertice dell’anno tra Xi Jinping e Donald Trump. La parola è stata usata nel titolo di un intervento su Foreign Affairs scritto dal professore Da Wei, docente di Sicurezza e Relazioni internazionali alla Tsinghua di Pechino . È probabile che il politologo abbia firmato l’articolo sulla influente rivista americana dopo essere stato autorizzato (se non ispirato e spinto a uscire allo scoperto) dal vertice del Partito-Stato di Pechino . Vale la pena allora sintetizzare il messaggio di Da Wei. Che parte ricordando come i due presidenti, nel primo incontro di maggio, abbiano concordato che Cina e Stati Uniti dovrebbero costituire una «relazione costruttiva di stabilità strategica». Osserva subito che molti analisti a Washington si sono espressi con scetticismo su questa formula, bollandola come «parole vuote». Eppure, si tratta della prima volta in oltre un decennio di crescente inimicizia , che le due superpotenze hanno dichiarato un consenso positivo sulla loro relazione . Subito dopo il politologo cinese avverte che la «stabilità strategica» promessa non si riferisce a una «distensione nucleare» (sul tipo di quella concordata tra Washington e Mosca ai tempi della Guerra fredda. Piuttosto «suggerisce un nuovo equilibrio nel quale entrambe le parti possono evitare un ulteriore deterioramento del rapporto e anche allargare la cooperazione nei campi in cui gli interessi si allineino». Da Wei scrive che la dirigenza cinese non si aspetta che la nuova formula risolva la maggior parte dei contenziosi o che eviti ulteriori frizioni. La nuova e auspicata «stabilità strategica» piacerebbe a Xi per due motivi principali. 1) Perché sancisce che gli americani accettano di trattare con la Cina da pari a pari; 2) Perché metterebbe un freno alla caduta delle relazioni, al rischio di uno scontro aperto anche sul fronte militare oltre che commerciale. Questo obiettivo, secondo Xi, è più pragmatico e dunque raggiungibile rispetto a «un grande accordo» per risolvere ogni questione tra Cina e Stati Uniti. Il politologo cinese conclude la sua invocazione di distensione con ottimismo, osservando che una relazione fondata sulla stabilità strategica non è un concetto imposto da una parte all’altra, o che possa dare benefici a Pechino danneggiando gli Stati Uniti. «È il risultato di sforzi comuni dei due Paesi, situazione di rara opportunità. Il prossimo passo (auspicato come risultato del vertice alla Casa Bianca, ndr) è di infondere vitalità alla cornice e renderla sostenibile nel tempo». Da Wei, parlando del suo intervento su Foreign Affairs , ha negato di essere stato autorizzato o spinto a scriverlo dal potere cinese. Si definisce un ottimista forse ingenuo, ma ricorda che Xi e Trump quest’anno hanno in agenda altri due faccia a faccia, uno a novembre alla riunione Apec di Shenzhen e poi a dicembre al G-20 di Miami. Altre due occasioni di rafforzare la distensione anche personale tra i capi delle superpotenze. La proposta (forse il sogno) di Da Wei è che si concordi di mettere stabilmente in calendario incontri quadrimestrali tra i due presidenti. L'esperto docente della Tsinghua però non è un ingenuo. Nell’articolo ha inserito le condizioni cinesi per mettere in atto la formula della «stabilità strategica costruttiva». Sostiene che una Cina rassicurata sulle intenzioni americane e quindi più fiduciosa sarebbe meno assertiva. E al primo posto tra le rassicurazioni mette Taiwan «che rimane un pericoloso focolaio, l’unica questione che potrebbe scatenare un conflitto armato deliberato tra Cina e Stati Uniti». A maggio, a Pechino, Xi ha ammonito brutalmente Trump sul rischio di cadere nella «Trappola di Tucidide» (la guerra del Peloponneso tra una potenza in ascesa e quella dominante che costò cara ad Atene e Sparta quattro secoli prima di Cristo). La metafora colta è servita al leader cinese per ammonire l’America a non superare la linea rossa di Taiwan, cercando di bloccare la «inevitabilità storica della riunificazione dell’isola alla Madrepatria cinese». Trump rispose dichiarando che non gli piacerebbe inviare i ragazzi americani a 9.500 miglia di distanza a battersi per l’indipendenza di una piccola isola solo a 60 miglia dalla Cina , che è molto potente. E da allora non ha ancora deciso se e come andare avanti con le massicce forniture di armi a Taiwan (ci sono due pacchetti da 11 e 14 miliardi di dollari in discussione e Pechino ha più volte «sconsigliato» di andare avanti). La linea rossa dunque resta Taiwan. Ma si intravede anche un semaforo verde nella strategia di Pechino. Si tratta della Nord Corea . Trump ha ripreso a parlare di un incontro con Kim Jong-un, dopo il fallimento nel 2019 del primo negoziato sulla denuclearizzazione di Pyongyang. La rinuncia di Pyongyang all’arsenale nucleare non è più sul tavolo, ma il presidente americano dice di essere rimasto in ottimi rapporti con il Maresciallo nordista e vorrebbe incontrarlo. Un nuovo vertice spettacolare con il capo del regime nordcoreano rilancerebbe l’immagine di Trump «uomo di pace e grandi intese», mettendo forse in secondo piano la crisi scatenata in Medio Oriente con l’avventura della guerra contro l’Iran. Kim ha stretto un patto militare con Vladimir Putin, ha inviato decine di migliaia di soldati sul fronte e nelle retrovie della guerra con l’Ucraina e non ha urgenza di abbracciare il presidente americano (a meno di non essere certo di ottenere la cessazione delle sanzioni economiche). Xi Jinping non è entusiasta dell’avvicinamento tra Nord Corea e Russia, ma ne ha preso atto invitando Putin e Kim al suo fianco l’anno scorso a Pechino. Il leader cinese a giugno è andato a Pyongyang per assicurarsi che il «cliente» Kim resti grato e sufficientemente fedele alla grande Cina da cui la Nord Corea dipende per il 90 per cento dei suoi commerci. Ora potrebbe offrire a Trump l’opportunità di incontrare Kim: fonti americane ipotizzano che il vertice potrebbe svolgersi a margine della riunione Apec ospitata da Xi a Shenzhen, il prossimo novembre. Un regalo diplomatico cinese.

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