«Tutti ritenevano mia madre una persona difficile, ma ho imparato col tempo, anche da giornalista, che le persone difficili sono le più interessanti». Vera Politkovskaja porta un cognome che, in tutta Europa, richiama subito il coraggio e il prezzo della verità. Ma prima ancora di essere la figlia di Anna Politkovskaja – la giornalista di Novaja Gazeta assassinata a Mosca il 7 ottobre 2006 per il suo lavoro sulla Cecenia , sulla corruzione e sulla Russia di Putin –, Vera è una donna che ha dovuto imparare a fare i conti, insieme, con una madre e con un simbolo.  Nel libro Una madre. La vita e la passione per la verità di Vera Politkovskaja, scritto con Sara Giudice e pubblicato da Rizzoli, il ritratto della reporter uccisa si intreccia così a quello più intimo e irrisolto del rapporto tra una figlia e una madre difficile, esigente, coraggiosa, impossibile da separare dalla propria idea di giustizia.  Ne emerge una storia familiare attraversata dall’assenza, dalla memoria e da una domanda che resta viva nel tempo: che cosa significa crescere accanto a una donna che apparteneva ai suoi affetti, ma anche, in modo radicale, alla verità che inseguiva? Domenica 20 settembre, Vera Politkovskaja sarà a Pordenonelegge in dialogo con Pina Picierno, e riceverà il riconoscimento di Ambassador of Freedom istituito dalla Fondazione Pordenonelegge, assegnato quest’anno anche allo scrittore Salman Rushdie e al presidente della Repubblica Sergio Mattarella , che chiuderà il festival. Nel libro lei torna spesso su un punto che colpisce molto: sua madre era una persona difficile. Non è un aggettivo scontato per una figura diventata un simbolo. Che cosa significa davvero? «Da figlia, devo dire che sì, mia madre era davvero una persona difficile. Aveva un carattere duro, poteva essere intransigente, perfino intollerante davanti a ciò che riteneva falso, vile o semplicemente mediocre. Ma col tempo ho capito che questa complessità non era un difetto accidentale: faceva parte della sua eccezionalità. Quando di una persona si dice che è scomoda, complicata, fuori asse rispetto agli altri, spesso è lì che comincia la parte più interessante. Sono quasi sempre persone che non si lasciano addomesticare». Da ragazza, però, vivere accanto a una madre così non doveva essere semplice. Il suo sguardo su di lei è cambiato nel tempo? «Moltissimo. A ventisei anni, quando mia madre è stata uccisa, ero adulta ma non abbastanza da comprendere davvero tutto. Ci sono cose che allora mi sembravano solo durezza, ostinazione, perfino distanza, e che oggi mi appaiono in modo diverso. Alcune parole che mi diceva hanno acquistato senso solo anni dopo. Anche ciò che non capivo, col tempo è diventato più chiaro. Succede spesso nelle relazioni tra genitori e figli, ma nel nostro caso c’era in più il peso della sua esposizione pubblica e del rischio costante che correva». Lei racconta nel libro di averle chiesto perché continuasse ad andare in Cecenia. Che cosa le rispondeva? «In realtà quei dialoghi furono pochi. Molto meno di quanto si possa immaginare. Quando accadevano, la risposta era sempre più o meno la stessa: “Chi, se non io?”. Per lei non era un gesto eroico da rivendicare, era il modo più naturale di intendere il proprio lavoro. Sentiva che quella guerra non veniva raccontata davvero, che troppe persone voltavano lo sguardo, e quindi pensava che fosse suo dovere andare, vedere, ascoltare, testimoniare. Non parlava in termini retorici. Per lei era semplicemente il suo mestiere, fino in fondo». Come si convive, da figlia, con una persona che mette continuamente a rischio la propria vita in nome della verità? «Ci si convive come si convive con tutto ciò che sembra insopportabile: ci si abitua, almeno in parte. Noi, io e mio fratello, sapevamo benissimo che i pericoli erano reali. Non eravamo ingenui. Ma io ho sempre interpretato quel rischio come l’espressione del suo dovere professionale. E questo cambia tutto. Se una persona rischia la vita per qualcosa che ai tuoi occhi non vale la pena, la reazione è una. Se invece la rischia per ciò che considera il nucleo della propria responsabilità morale e professionale, allora fermarla diventa quasi impossibile. Io non le ho mai detto: smetti, resta a casa. Non per freddezza, ma perché non riuscivo a dire a una persona che viveva totalmente dentro il proprio compito di rinunciarvi solo per paura». Non gliel’ha mai chiesto nemmeno nei momenti peggiori? «No. E non perché non avessi paura. La paura c’era, eccome. Ma c’era anche la consapevolezza che chiederle di smettere avrebbe significato chiederle di non essere più se stessa. Mia madre non era una donna attratta dal pericolo in quanto tale. Non cercava l’eccezione, cercava la verità. Solo che, nella Russia in cui viveva e nella guerra che raccontava, la verità era inseparabile dal pericolo». Se Anna Politkovskaja fosse viva oggi, davanti alla guerra in Ucraina, che cosa direbbe? «Che cosa direbbe non posso saperlo davvero. Sarebbe arbitrario mettere in bocca a mia madre parole che non ha pronunciato. Però credo di sapere che cosa farebbe. Farebbe quello che ha fatto in Cecenia: andrebbe sul posto. Non si metterebbe in posa ideologica, non userebbe slogan, non sceglierebbe un linguaggio emotivo per compiacere una parte. Andrebbe nei villaggi, parlerebbe con la gente comune, con chi sopravvive sotto le bombe, con chi paga il prezzo umano della guerra. Cercherebbe di capire come il conflitto entra nelle case, nei corpi, nelle vite quotidiane. E restituirebbe tutto questo con precisione e senza compiacimenti». Lei invece, oggi, che cosa pensa quando sente ripetere che bisogna arrivare alla pace a qualunque costo? «Penso che la guerra vada fermata il prima possibile, almeno nelle ostilità immediate, per impedire altra morte. Su questo non ho cambiato idea. Ma penso anche che sia molto più facile iniziare una guerra che chiuderla davvero. Gli anni passano e intanto nulla cambia nella sostanza: si continua a morire. Questo dice qualcosa di terribile sul tempo storico in cui viviamo. Non basta evocare la parola pace come formula astratta, se poi non si guarda in faccia il sistema che produce violenza, repressione e impunità». Dopo l’inizio della guerra lei ha lasciato la Russia con sua figlia. Pensa che tornerà mai? «Vorrei poter rispondere di sì senza esitazione. Sono nata in Russia, ci sono cresciuta, e continuo a considerarmi una patriota, anche se oggi quella parola nel mio Paese è stata deformata e spesso usata da persone che rappresentano l’opposto dei miei valori. Certo che vorrei tornare. Ma oggettivamente so che la probabilità è molto bassa. Portare il cognome Politkovskaja, oggi, non è un dettaglio biografico neutro. Spero almeno che la generazione di mia figlia possa vedere una Russia in cui tornare sia di nuovo possibile e sicuro». E pensa che un giorno si saprà tutta la verità sull’omicidio di sua madre? «Lo spero. Non posso esserne certa, ma lo spero profondamente. C’è una distinzione importante da fare: senza prove definitive non si possono formulare accuse in senso giudiziario. Però una cosa è chiara: anche se l’ordine non fosse partito direttamente da un ufficio del Cremlino, bisogna chiedersi chi abbia creato il sistema dentro cui un delitto del genere è diventato possibile. Questo, per me, è il punto decisivo. Esiste un sistema politico e morale che rende possibili certi crimini e garantisce loro opacità, lentezza, ambiguità, impunità. E questo vale non solo per mia madre». Sua figlia porta un nome che pesa e illumina insieme: Anna. Che rapporto ha con questa eredità? «Mia figlia mi ricorda mia madre, ma non solo in senso affettivo o simbolico. Non tanto nei gesti o nella somiglianza fisica, quanto nel carattere. Ha una forza, una determinazione, una tenacia che io riconosco immediatamente. Non ha scelto il giornalismo: ha scelto le scienze politiche, e questo già dice molto. A volte penso che il nome che le ho dato abbia in qualche modo tracciato una linea. Naturalmente non credo al destino in senso ingenuo, ma vedo in lei qualcosa di profondamente familiare: quella capacità di non arrendersi, di reggere il conflitto, di non cercare scorciatoie». Le capita di pensare che la memoria di Anna Politkovskaja sopravviva anche così, nei gesti di una nipote che non l’ha conosciuta? «Sì, mi capita. E penso sia una forma molto concreta di memoria. Non una memoria monumentale, non la celebrazione di un’icona, ma il passaggio sotterraneo di un temperamento, di un’attitudine, di una certa idea di dignità. Mia madre non ha mai conosciuto sua nipote, e questo resta uno dei grandi dolori della nostra storia familiare. Però in qualche modo continua a esserci, non solo nei libri o nel ricordo pubblico, ma anche nelle tracce intime che attraversano le generazioni». Che cosa vorrebbe che il pubblico italiano cogliesse incontrandola al festival Pordenonelegge? «Vorrei che non vedesse in mia madre solo un simbolo immobile. I simboli sono necessari, ma possono diventare com