Alle 15.25 partono le note di «Vado al massimo». E nell'aula delle lauree dell'Università di Salerno sono tutti in piedi. Perché quella canzone segna l'ingresso di Vasco Rossi , oggi - 7 ottobre - in Ateneo per diventare dottore honoris causa in politica e comunicazione . E il rocker di Zocca, divertito nell'assistere a queste scene di tripudio alle quali partecipano anche professori universitari oltre che studenti e fan, si avvicina a stringere le mani a tutti. Poi, sempre sorridente, sale sul palco destinato ai docenti per sedersi al fianco del rettore, Virgilio D'Antonio . Il cantante era arrivato mezz'ora prima all'aeroporto «Salerno - Costa d'Amalfi» con un jet privato. Poi in auto fino all'Università. Dove ha anche firmato un wall posizionato in sala mensa, dove gli studenti hanno lasciato le proprie dediche per il cantante. Dal suo profilo social Vasco Rossi, ribadendo la soddisfazione per la benemerenza che gli è stata conferita, la seconda dopo la laurea honoris causa in comunicazione della Iulm di Milano nel 2005, ha voluto sottolineare il suo forte legame con la città di Salerno dove la prima volta è arrivato nel 1978 per fare il servizio militare. «Avevo la divisa - ha detto- ma dopo un po’ sono stato “liberato”». Da una fan salernitana, Stefania Trucillo , con cui trascorse una notte d’amore nel 1985, Vasco ha avuto il suo primogenito Davide , attore, disc-jockey e cantautore. «Oggi caro dottor Rossi - dice il rettore D'Antonio mentre in sala scatta un fragoroso applauso. ti accogliamo come interlocutore della cultura contemporanea capace di trasformare una vicenda individuale in una vicenda collettiva, costruendo una comunicazione fondata sull’imperfezione sinonimo di autenticità». A seguire ha preso la parola Carla Pedicino , presidente del Consiglio direttivo della facoltà di Scienze Politiche: «La frequentazione a Castellaneta di Vasco durante l’estate mi ha consentito di conoscere la persona senza cancellare l’artista. I tuoi concerti sono un rito collettivo: le persone non sono solo pubblico e il tuo linguaggio diventa esercizio di libertà ». Filippo Fimiani , coordinatore dei docenti del dottorato di Politica e Comunicazione, nella sua prolusione - «che durerà quanto una canzone», ha detto - ha evidenziato il tratto narrativo dell'artista. «Fin dagli esordi, Vasco Rossi ha portato nelle sue canzoni la noia, l’insoddisfazione e la vulnerabilità dell’essere umano - ha detto il docente universitario - uno stile sempre auto ironico ed empatico con i tempi della contemporaneità e del vissuto. Comunicare per lui è sinonimo di poetica dell’ordinario, non artificiosa, inimitabile e riconoscibile perché vicino al lessico emotivo di tutti. Con lui comunicazione è politica». E' un Vasco Rossi emozionato quello che tiene la sua Lectio magistralis. «Metto gli occhiali come un degno dottore... Un dottorato per me, non me l'aspettavo eh?... Questa ve la beccate». Poi aggiunge: «Sono molto orgoglioso ed emozionato. Potrei anche insegnare ora che sono dottore, ma ai miei detrattori dico che continuerò a fare concerti . A Salerno mi legano tanti ricordi della mia vita. La prima volta avevo 25 anni, per una cartolina, quella del militare. Entrai in una caserma vicino al mare con questo spirito contraddittorio: dovevo fare il militare ma ero in un posto splendido. Mi misero a dormire in una stanza che non aveva tutte le finestre, però il mare era lì. Il giorno dopo mi hanno rasato a zero ma mi hanno liberato dal militare. Qualche anno dopo tornai per un concerto e in una notte sicuramente più interessante del servizio militare, qui fu concepito il mio primogenito. Non era in programma, ma quello mi ha cambiato la vita». «Cosa significa essere Vasco Rossi? - continua l'artista - è una grande responsabilità. E io che pensavo bastasse una chitarra e un microfono. Per me è mettere insieme dubbi, fragilità, rabbia, sogni e qualche incazzatura e trasformare tutto in canzoni. Poi le canzoni escono di casa e fanno più strada di me e diventano anche vostre. Così la responsabilità aumenta. Politica e comunicazione non le ho studiate sui libri ma le ho vissute. Una canzone è un messaggio che viaggia senza ufficio stampa. Entra nelle case, nelle piazze, arriva a chi magari non leggerebbe un editoriale, non seguirebbe un dibattito politico, ma riconosce quella frase perché parla di lui. La musica fa ciò che la comunicazione ufficiale spesso dimentica». Poi Vasco riflette: «Questo non significa trasformare la canzone in un comizio . Una canzone non sostituisce la politica, però può aprire uno spazio nel quale le persone si riconoscono, discutono e si sentono meno sole. Può dare voce a un disagio , prima ancora che quel disagio possa dare voce a un bisogno collettivo. La politica non è solo quella dei palazzi, è anche il modo di come una società decide chi proteggere, chi sostenere, chi lasciare ai margini. E' il rapporto sempre difficile tra la libertà individuale e i bisogni collettivi. E una canzone può servire anche a difendere la tolleranza, la libertà, l'inclusione». Le sue parole poi sfiorano alcuni temi centrali della vita quotidiana e dei rapporti nella società. «Cerco la parola giusta per le mie canzoni, se esiste una poetica di Vasco Rossi è dire le cose come le sento senza trasformare la fragilità in una vergogna e senza confondere la libertà con il diritto difregarsene degli altri. Libertà non è...quello che dicono i maitre à penser della destra italiana . Faccio il c... che mi pare: no, non è questa la libertà. Forse bisogna rimandarli a scuola qualcuno. A fare proprio le elementari, o le medie». «Una canzone non può cambiare il mondo, ma può aprire una crepa nel muro dell'indifferenza - insiste Vasco - può far nascere una domanda, restituire dignità a un sentimento. Non sostituisce l'impegno politico, ma può far capire che un problema esiste e non bisogna accettarla in silenzio. Le mie canzoni vogliono essere una forma di resistenza attiva contro il conformismo, le banalità e le menzogne. Oggi comunichiamo dappertutto, siamo tutti con il microfono acceso. Ma prima di parlare dovremmo imparare ad ascoltare. Avere più microfoni non vuol dire più chiarezza. Anzi, qualcuno farebbe meglio a spegnerlo qualche microfono. Ma siamo in democrazia».
Vasco Rossi dottore honoris causa a Salerno: «Libertà non è quello che dicono i maitre à penser della destra italiana»
Alle 15.25 partono le note di «Vado al massimo». E nell'aula delle lauree dell'Università di Salerno sono tutti in piedi. Perché quella canzone segna l'ingresso di Vasco Rossi , oggi - 7 ottobre - in Ateneo per diventare dottore honoris causa in politica e comunicazione . E il rocker di Zocca, divertito nell'assistere a queste scene di tripudio alle quali partecipano anche professori universitari oltre che studenti e fan, si avvicina a stringere le mani a tutti. Poi, sempre sorridente, sale sul palco destinato ai docenti per sedersi al fianco del rettore, Virgilio D'Antonio . Il cantante era arrivato mezz'ora prima all'aeroporto «Salerno - Costa d'Amalfi» con un jet privato. Poi in auto fino all'Università. Dove ha anche firmato un wall posizionato in sala mensa, dove gli studenti hanno lasciato le proprie dediche per il cantante. Dal suo profilo social Vasco Rossi, ribadendo la soddisfazione per la benemerenza che gli è stata conferita, la seconda dopo la laurea honoris causa in comunicazione della Iulm di Milano nel 2005, ha voluto sottolineare il suo forte legame con la città di Salerno dove la prima volta è arrivato nel 1978 per fare il servizio militare. «Avevo la divisa - ha detto- ma dopo un po’ sono stato “liberato”». Da una fan salernitana, Stefania Trucillo , con cui trascorse una notte d’amore nel 1985, Vasco ha avuto il suo primogenito Davide , attore, disc-jockey e cantautore. «Oggi caro dottor Rossi - dice il rettore D'Antonio mentre in sala scatta un fragoroso applauso. ti accogliamo come interlocutore della cultura contemporanea capace di trasformare una vicenda individuale in una vicenda collettiva, costruendo una comunicazione fondata sull’imperfezione sinonimo di autenticità». A seguire ha preso la parola Carla Pedicino , presidente del Consiglio direttivo della facoltà di Scienze Politiche: «La frequentazione a Castellaneta di Vasco durante l’estate mi ha consentito di conoscere la persona senza cancellare l’artista. I tuoi concerti sono un rito collettivo: le persone non sono solo pubblico e il tuo linguaggio diventa esercizio di libertà ». Filippo Fimiani , coordinatore dei docenti del dottorato di Politica e Comunicazione, nella sua prolusione - «che durerà quanto una canzone», ha detto - ha evidenziato il tratto narrativo dell'artista. «Fin dagli esordi, Vasco Rossi ha portato nelle sue canzoni la noia, l’insoddisfazione e la vulnerabilità dell’essere umano - ha detto il docente universitario - uno stile sempre auto ironico ed empatico con i tempi della contemporaneità e del vissuto. Comunicare per lui è sinonimo di poetica dell’ordinario, non artificiosa, inimitabile e riconoscibile perché vicino al lessico emotivo di tutti. Con lui comunicazione è politica». E' un Vasco Rossi emozionato quello che tiene la sua Lectio magistralis. «Metto gli occhiali come un degno dottore... Un dottorato per me, non me l'aspettavo eh?... Questa ve la beccate». Poi aggiunge: «Sono molto orgoglioso ed emozionato. Potrei anche insegnare ora che sono dottore, ma ai miei detrattori dico che continuerò a fare concerti . A Salerno mi legano tanti ricordi della mia vita. La prima volta avevo 25 anni, per una cartolina, quella del militare. Entrai in una caserma vicino al mare con questo spirito contraddittorio: dovevo fare il militare ma ero in un posto splendido. Mi misero a dormire in una stanza che non aveva tutte le finestre, però il mare era lì. Il giorno dopo mi hanno rasato a zero ma mi hanno liberato dal militare. Qualche anno dopo tornai per un concerto e in una notte sicuramente più interessante del servizio militare, qui fu concepito il mio primogenito. Non era in programma, ma quello mi ha cambiato la vita». «Cosa significa essere Vasco Rossi? - continua l'artista - è una grande responsabilità. E io che pensavo bastasse una chitarra e un microfono. Per me è mettere insieme dubbi, fragilità, rabbia, sogni e qualche incazzatura e trasformare tutto in canzoni. Poi le canzoni escono di casa e fanno più strada di me e diventano anche vostre. Così la responsabilità aumenta. Politica e comunicazione non le ho studiate sui libri ma le ho vissute. Una canzone è un messaggio che viaggia senza ufficio stampa. Entra nelle case, nelle piazze, arriva a chi magari non leggerebbe un editoriale, non seguirebbe un dibattito politico, ma riconosce quella frase perché parla di lui. La musica fa ciò che la comunicazione ufficiale spesso dimentica». Poi Vasco riflette: «Questo non significa trasformare la canzone in un comizio . Una canzone non sostituisce la politica, però può aprire uno spazio nel quale le persone si riconoscono, discutono e si sentono meno sole. Può dare voce a un disagio , prima ancora che quel disagio possa dare voce a un bisogno collettivo. La politica non è solo quella dei palazzi, è anche il modo di come una società decide chi proteggere, chi sostenere, chi lasciare ai margini. E' il rapporto sempre difficile tra la libertà individuale e i bisogni collettivi. E una canzone può servire anche a difendere la tolleranza, la libertà, l'inclusione». Le sue parole poi sfiorano alcuni temi centrali della vita quotidiana e dei rapporti nella società. «Cerco la parola giusta per le mie canzoni, se esiste una poetica di Vasco Rossi è dire le cose come le sento senza trasformare la fragilità in una vergogna e senza confondere la libertà con il diritto difregarsene degli altri. Libertà non è...quello che dicono i maitre à penser della destra italiana . Faccio il c... che mi pare: no, non è questa la libertà. Forse bisogna rimandarli a scuola qualcuno. A fare proprio le elementari, o le medie». «Una canzone non può cambiare il mondo, ma può aprire una crepa nel muro dell'indifferenza - insiste Vasco - può far nascere una domanda, restituire dignità a un sentimento. Non sostituisce l'impegno politico, ma può far capire che un problema esiste e non bisogna accettarla in silenzio. Le mie canzoni vogliono essere una forma di resistenza attiva contro il conformismo, le banalità e le menzogne. Oggi comunichiamo dappertutto, siamo tutti con il microfono acceso. Ma prima di parlare dovremmo imparare ad ascoltare. Avere più microfoni non vuol dire più chiarezza. Anzi, qualcuno farebbe meglio a spegnerlo qualche microfono. Ma siamo in democrazia».

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