Donald Trump alza nuovamente il livello dello scontro con la Federal Reserve. Se la banca centrale americana non ridurrà i tassi d’interesse, il presidente minaccia di interrompere gli scambi commerciali con i Paesi verso i quali gli Stati Uniti registrano un deficit . Una ritorsione senza precedenti, annunciata mentre i mercati, davanti a un’economia più forte del previsto, valutano la possibilità che la Fed faccia esattamente il contrario: aumentare ancora il costo del denaro. «Abbassate i tassi o smetterò di commerciare con i Paesi con cui abbiamo un deficit» , ha scritto Trump sul suo social Truth . Gli Stati Uniti, ha aggiunto, dovrebbero avere «il tasso più basso di qualsiasi Paese al mondo», perché l’attuale costo del denaro li collocherebbe in una posizione di «svantaggio estremamente ingiusta». Il presidente ha chiamato direttamente in causa anche il board della Federal Reserve, invitandolo a essere «patriota, per una volta» e ad agire «con intelligenza» insieme al suo «nuovo grande leader». Il riferimento è a Kevin Warsh, insediatosi alla guida della banca centrale lo scorso maggio al posto di Jerome Powell . Proprio la nomina di Warsh, scelto da Trump, non ha dunque posto fine alle pressioni della Casa Bianca sulla politica monetaria. La nuova offensiva presidenziale arriva nello stesso giorno in cui il dipartimento del Lavoro ha certificato una ripresa dell’occupazione molto superiore alle attese . Ad agosto l’economia americana ha creato 162 mila posti di lavoro, contro una previsione degli analisti vicina a 56 mila. Il dato di luglio, inizialmente negativo, è stato inoltre rivisto al rialzo, da una perdita di 23 mila occupati a un aumento di 21 mila. Il tasso di disoccupazione è rimasto fermo al 4,1%. Numeri che mostrano una tenuta dell’economia e riducono l’urgenza di sostenerla attraverso tassi più bassi . Dopo la pubblicazione del rapporto, gli operatori hanno infatti aumentato le probabilità attribuite a un rialzo nella riunione della Fed del 15 e 16 settembre. I rendimenti dei Treasury sono saliti e il dollaro si è rafforzato. Nell’ultima riunione, conclusa il 29 luglio, la banca centrale aveva lasciato il tasso sui federal funds invariato nell’intervallo tra il 3,50 e il 3,75%. Warsh aveva poi spiegato a Jackson Hole che l’attività economica restava solida e il mercato del lavoro stabile, mentre l’inflazione era ancora troppo elevata . Proprio il controllo dei prezzi, insieme alla piena occupazione, rientra nel mandato attribuito dal Congresso alla Federal Reserve. L’invito di Trump a comportarsi da «patrioti» mette così nuovamente sotto pressione l’indipendenza dell’istituto. Le decisioni sui tassi, secondo l’assetto istituzionale americano, spettano al Federal Open Market Committee e non al presidente. Ridurre il costo del denaro per rispondere a un ordine politico, anziché all’andamento di inflazione e occupazione, rischierebbe inoltre di compromettere la credibilità della banca centrale. Trump ha legato la minaccia commerciale anche alla recente sentenza con cui la Corte Suprema ha bocciato una parte centrale della sua politica tariffaria. Secondo il presidente, i giudici gli avrebbero riconosciuto il «diritto assoluto» di sospendere gli scambi con altri Paesi: «È meglio dei dazi», ha commentato. La ricostruzione, tuttavia, richiede una precisazione. Il 20 febbraio la Corte Suprema ha stabilito, con una maggioranza di sei giudici contro tre, che l’International Emergency Economic Powers Act, l’IEEPA, non autorizza il presidente a imporre unilateralmente dazi. La Costituzione assegna infatti al Congresso il potere di introdurre imposte e tariffe doganali. La legge sui poteri d’emergenza consente al presidente, in presenza di una minaccia «inusuale e straordinaria» proveniente dall’estero e dopo la dichiarazione di un’emergenza nazionale, di regolare o vietare determinate importazioni, esportazioni e transazioni. La Corte ha distinto questi strumenti dai dazi, ma non ha riconosciuto alla Casa Bianca una facoltà generale, automatica e senza limiti di interrompere gli scambi con qualsiasi Paese presenti un avanzo commerciale con gli Stati Uniti . L’eventuale attuazione della minaccia aprirebbe quindi un nuovo e complesso scontro legale. Richiederebbe inoltre di stabilire che cosa significhi concretamente «smettere di commerciare»: un embargo totale, il blocco di alcune importazioni o restrizioni finanziarie. Misure molto più drastiche di un dazio e potenzialmente dannose anche per le imprese e i consumatori americani, che dipendono dalle forniture provenienti dai maggiori partner commerciali. La minaccia appare per ora soprattutto uno strumento di pressione sulla Fed. Ma salda due fronti sui quali Trump sta cercando di ampliare il potere della presidenza: il controllo della politica commerciale e il condizionamento della banca centrale. Con un paradosso evidente: mentre chiede i tassi più bassi del mondo, la forza dell’economia americana e l’inflazione ancora elevata spingono i mercati a prepararsi alla possibilità di un nuovo rialzo.
Trump minaccia la Fed: «Tagli i tassi o stop agli scambi con i Paesi in surplus con gli Stati Uniti»
Donald Trump alza nuovamente il livello dello scontro con la Federal Reserve. Se la banca centrale americana non ridurrà i tassi d’interesse, il presidente minaccia di interrompere gli scambi commerciali con i Paesi verso i quali gli Stati Uniti registrano un deficit . Una ritorsione senza precedenti, annunciata mentre i mercati, davanti a un’economia più forte del previsto, valutano la possibilità che la Fed faccia esattamente il contrario: aumentare ancora il costo del denaro. «Abbassate i tassi o smetterò di commerciare con i Paesi con cui abbiamo un deficit» , ha scritto Trump sul suo social Truth . Gli Stati Uniti, ha aggiunto, dovrebbero avere «il tasso più basso di qualsiasi Paese al mondo», perché l’attuale costo del denaro li collocherebbe in una posizione di «svantaggio estremamente ingiusta». Il presidente ha chiamato direttamente in causa anche il board della Federal Reserve, invitandolo a essere «patriota, per una volta» e ad agire «con intelligenza» insieme al suo «nuovo grande leader». Il riferimento è a Kevin Warsh, insediatosi alla guida della banca centrale lo scorso maggio al posto di Jerome Powell . Proprio la nomina di Warsh, scelto da Trump, non ha dunque posto fine alle pressioni della Casa Bianca sulla politica monetaria. La nuova offensiva presidenziale arriva nello stesso giorno in cui il dipartimento del Lavoro ha certificato una ripresa dell’occupazione molto superiore alle attese . Ad agosto l’economia americana ha creato 162 mila posti di lavoro, contro una previsione degli analisti vicina a 56 mila. Il dato di luglio, inizialmente negativo, è stato inoltre rivisto al rialzo, da una perdita di 23 mila occupati a un aumento di 21 mila. Il tasso di disoccupazione è rimasto fermo al 4,1%. Numeri che mostrano una tenuta dell’economia e riducono l’urgenza di sostenerla attraverso tassi più bassi . Dopo la pubblicazione del rapporto, gli operatori hanno infatti aumentato le probabilità attribuite a un rialzo nella riunione della Fed del 15 e 16 settembre. I rendimenti dei Treasury sono saliti e il dollaro si è rafforzato. Nell’ultima riunione, conclusa il 29 luglio, la banca centrale aveva lasciato il tasso sui federal funds invariato nell’intervallo tra il 3,50 e il 3,75%. Warsh aveva poi spiegato a Jackson Hole che l’attività economica restava solida e il mercato del lavoro stabile, mentre l’inflazione era ancora troppo elevata . Proprio il controllo dei prezzi, insieme alla piena occupazione, rientra nel mandato attribuito dal Congresso alla Federal Reserve. L’invito di Trump a comportarsi da «patrioti» mette così nuovamente sotto pressione l’indipendenza dell’istituto. Le decisioni sui tassi, secondo l’assetto istituzionale americano, spettano al Federal Open Market Committee e non al presidente. Ridurre il costo del denaro per rispondere a un ordine politico, anziché all’andamento di inflazione e occupazione, rischierebbe inoltre di compromettere la credibilità della banca centrale. Trump ha legato la minaccia commerciale anche alla recente sentenza con cui la Corte Suprema ha bocciato una parte centrale della sua politica tariffaria. Secondo il presidente, i giudici gli avrebbero riconosciuto il «diritto assoluto» di sospendere gli scambi con altri Paesi: «È meglio dei dazi», ha commentato. La ricostruzione, tuttavia, richiede una precisazione. Il 20 febbraio la Corte Suprema ha stabilito, con una maggioranza di sei giudici contro tre, che l’International Emergency Economic Powers Act, l’IEEPA, non autorizza il presidente a imporre unilateralmente dazi. La Costituzione assegna infatti al Congresso il potere di introdurre imposte e tariffe doganali. La legge sui poteri d’emergenza consente al presidente, in presenza di una minaccia «inusuale e straordinaria» proveniente dall’estero e dopo la dichiarazione di un’emergenza nazionale, di regolare o vietare determinate importazioni, esportazioni e transazioni. La Corte ha distinto questi strumenti dai dazi, ma non ha riconosciuto alla Casa Bianca una facoltà generale, automatica e senza limiti di interrompere gli scambi con qualsiasi Paese presenti un avanzo commerciale con gli Stati Uniti . L’eventuale attuazione della minaccia aprirebbe quindi un nuovo e complesso scontro legale. Richiederebbe inoltre di stabilire che cosa significhi concretamente «smettere di commerciare»: un embargo totale, il blocco di alcune importazioni o restrizioni finanziarie. Misure molto più drastiche di un dazio e potenzialmente dannose anche per le imprese e i consumatori americani, che dipendono dalle forniture provenienti dai maggiori partner commerciali. La minaccia appare per ora soprattutto uno strumento di pressione sulla Fed. Ma salda due fronti sui quali Trump sta cercando di ampliare il potere della presidenza: il controllo della politica commerciale e il condizionamento della banca centrale. Con un paradosso evidente: mentre chiede i tassi più bassi del mondo, la forza dell’economia americana e l’inflazione ancora elevata spingono i mercati a prepararsi alla possibilità di un nuovo rialzo.

SOURCE TRANSPARENCY