Donald Trump voleva impressionare l’ospite e ci è riuscito. Il «linguaggio del corpo» dice che Xi Jinping era rilassato e soddisfatto mentre il presidente americano dichiarava che «insieme stiamo facendo un lavoro eccezionale» . Tra colpi di cannone, brindisi e visite guidate al nuovo eliporto della Casa Bianca, sarebbe facile dire che si è trattato solo di diplomazia spettacolare . Ma dietro la grande coreografia c’è sostanza. I due leader volevano evitare la ripresa della guerra dei dazi e non deteriorare ulteriormente i rapporti geopolitici: il vertice ha ripagato l’investimento. Già prima dell’inizio i negoziatori hanno potuto annunciare che la tregua commerciale è prorogata di due mesi, fino al 10 gennaio. È vero che i cinesi puntavano a un anno intero di tranquillità, ma la pratica sarà ripresa in mano presto dai due presidenti, perché Xi ha annunciato che Trump a novembre andrà alla riunione Apec a Shenzhen in Cina e che lui ricambierà volando a dicembre al G20 di Miami. In questo tempo di disordine mondiale e conflitti , quattro vertici in meno di un anno tra i leader delle due superpotenze dominanti danno sollievo. I cinesi battono molto sulla formula della «stabilità strategica costruttiva» lanciata lo scorso maggio a Pechino. Xi e i suoi uomini sono maestri nell’arte dei lunghi negoziati, hanno bisogno di spazio per concentrarsi sui problemi economici interni e preparare il Congresso comunista dell’anno prossimo, che assorbirà molte energie (e molte trame). Sbandierando la «stabilità strategica» concordata con gli americani , Xi può dire a ragione ai compagni di Pechino di aver finalmente ottenuto il riconoscimento che la Cina è sullo stesso piano degli Stati Uniti. Trump per ora può accontentarsi di potersi riproporre come uomo capace di dialogare, non solo di minacciare l’annientamento degli avversari. Il riassunto dei colloqui diffuso da Pechino è breve ma denso. Sui commerci si può trovare un modo per convivere senza scontrarsi con dazi e terre rare che danneggiano entrambe le economie. Nel campo dell’Intelligenza artificiale Xi ha detto che la competizione è inevitabile, ma «può essere sana». È chiaro che ha bisogno di tempo, come Trump. Il problema è che il presidente americano non sembra avere un’agenda chiara di richieste concretizzabili. Al solito, il punto non negoziabile per la Cina resta Taiwan. Nel saluto in pubblico Xi questa volta ha detto che «la Trappola di Tucidide può essere superata» senza sprofondare in una guerra (evocata invece nel discorso di maggio). Ma nel colloquio faccia a faccia Xi ha detto di sperare che «gli Stati Uniti si conformino alla posizione corretta, opponendosi all’indipendenza taiwanese». Si tratta di un modo per dare a intendere che Trump ha cambiato posizione, allontanandosi dal governo democratico di Taipei. Perché la linea ufficiale è che «gli Stati Uniti non sostengono l’indipendenza» dell’isola ma si accontentano dello status quo . Una sfumatura, ma capace di mandare un segnale allarmante a Taiwan sull’erosione del sostegno politico americano. E infatti il ministro degli Esteri dell’isola ha ribattuto subito che «la sovranità di Taiwan appartiene al suo popolo». L’elenco cinese dei temi trattati include non a caso la Penisola coreana: Trump vorrebbe tornare a incontrare Kim Jong-un per ripresentarsi come grande pacificatore e sa che Xi può fare molto per organizzare l’evento (circola l’ipotesi di Shenzhen a margine dell’Apec).