Nel mezzo del Mediterraneo, a sud del Peloponneso e a metà strada tra l’isola di Kythera e Creta, c’è un grande sasso quasi disabitato di 20 chilometri quadrati che si innalza dove s’incontrano tre mari: l’Egeo meridionale, lo Ionio e il mare di Creta. Una gemma rara da un punto di vista ambientale e naturalistico, senza inquinamento, incontaminata da attività umane, crocevia di masse d’aria (e di acqua) privilegiato per capire che cosa sta succedendo a quel Mare Nostrum intorno al quale s’è sviluppata la nostra civiltà ogni giorno più preoccupata dal riscaldamento climatico.   È abitata da oltre tremila capre, migliaia di uccelli che la utilizzano come luogo di ristoro durante le migrazioni dall’Africa all’Europa e 17 esseri umani d’inverno (50 d’estate). Antikythera — conosciuta in italiano come Anticitera o Cerigotto, il nome che ebbe durante la dominazione veneziana — ospita dal 2017 anche PanGeA (acronimo di Panhellenic Geophysical Observatory of Antikythera, Osservatorio geofisico panellenico di Antikythera), struttura scientifica finanziata dalla Banca europea per gli investimenti (Bei) e dal governo greco e sostenuta dal Consiglio europeo della ricerca (Cer) che monitora il cambiamento climatico, le emissioni di gas serra, la qualità dell’aria e i passaggi di polveri desertiche, fumi di incendi e ceneri vulcaniche. La storia dello scoglio greco è piena di sorprese . Per esempio nel 1900 un gruppo di cercatori di spugne scoprì, all’interno di un relitto romano adagiato a 50 metri di profondità, insieme al bellissimo efebo di quasi due metri, un sofisticato congegno in bronzo utilizzato come planetario e calendario astronomico per calcolare i cicli celesti e i movimenti dei pianeti, il cosiddetto Meccanismo di Antikythera, «il più antico calcolatore meccanico o computer analogico della storia», datato tra il 150 e il 100 a. C. oggi esposto al museo archeologico di Atene Che cosa avete scoperto con PanGeA dopo quasi dieci anni di lavoro? «Ultimamente abbiamo concentrato le indagini sulla polvere del deserto, come parte della ricerca condotta nell’ambito di Actris (Infrastruttura di ricerca su aerosol, nubi e gas in tracce) ed Epos (Sistema di osservazione della placca europea per il monitoraggio delle variabili geofisiche). Parlando di qualità dell’aria nel Mediterraneo, tutti ci poniamo questa domanda: la quantità di polvere desertica trasportata verso le nostre aree è aumentata o diminuita? È un aspetto rilevante per la qualità dell’aria, ovviamente, e per le ripercussioni sulla salute. Si tratta di un fenomeno che richiede un monitoraggio a lungo termine per poter essere valutato correttamente; ed è proprio ciò di cui ci occupiamo a PanGeA. Un altro esempio riguarda l’impatto del fumo degli incendi sulla dinamica atmosferica e sul clima regionale e marino. Pensiamo alle numerose colonne di fumo emesse dagli incendi boschivi nel Mediterraneo, o al recente evento di pirocumulonembo in Francia (temporali generati direttamente dal calore e dal fumo di incendi boschivi estremi, ndr) e a come gli aerosol (piccolissime particelle) influenzino i processi atmosferici e gli eventi meteorologici estremi nella nostra regione». «Esattamente. Al momento disponiamo di un solo lidar (una tecnologia di telerilevamento attivo che misura i profili di aerosol e nubi inviando impulsi laser e registrando i segnali di ritorno, ndr). Ci sono diversi nuovi strumenti di misurazione; in totale una cinquantina. Complessivamente verranno trasferiti nelle nuove strutture. Quindi installeremo ulteriore strumentazione. Aggiungeremo radar, fotometri e strumenti per la misurazione dell’anidride carbonica. Li abbiamo già acquisiti; si trovano ad Atene. Il nostro obiettivo è completare i lavori entro il 2027».