C’è stato un tempo in cui il ragazzo con gli occhi tristi che in un video annuncia la fine della sua stagione era invincibile. Un tempo recente, che oggi appare lontanissimo. Sei mesi per annettersi cinque Master 1000 consecutivi, più Wimbledon per la seconda volta: Jannik Sinner archivia il 2026 con 44 vittorie e 3 sconfitte sul campo (93,6% di successi, quinta percentuale dell’era Open dopo Connors ’74, McEnroe ’84 e Federer 2005 e 2006), la quarta e più dolorosa incassata dalla tendinopatia — si spera non cronica — che lo mette kappao alla vigilia del veloce al chiuso , il suo habitat naturale, dopo la rinuncia all’intero swing americano e asiatico. «Insieme ai dottori abbiamo deciso che il mio ginocchio ha bisogno di un ciclo di trattamenti: significa che il mio 2026 è ufficialmente finito» comunica Jannik ai tifosi che speravano in un miracolo. Poi traccia un piccolo bilancio degli ultimi due anni («Mi hanno regalato bellissime sensazioni, in particolare le finali a Torino») come se inconsciamente si potessero far risalire a loro, al 2024 chiuso con otto titoli in vetta al ranking e al 2025 con la prima erba di Church Road della storia dipinta d’azzurro, le radici di questo stato di logoramento culminato con la rinuncia alla seconda metà della stagione dopo aver dominato la prima. Quest’anno era 5-0 su Zverev e 1-0 su Alcaraz , i nemici che adesso minacciano il trono del visconte dimezzato, con il tedesco nettamente in vantaggio su Carlitos ieri re di Tokyo; ed è proprio l’euforia seguita al trionfo a Montecarlo sull’arcirivale surclassato sul suo terreno, la terra battuta, ad aver convinto Sinner che sì, si poteva tentare la striscia di Master 1000 mai riuscita a nessuno, da Indian Wells a Roma, con il risultato di arrivare esanime al Roland Garros (è Cerundolo a Parigi la sconfitta più rivelatrice della carriera di Sinner), estremamente cauto ai primi turni di Wimbledon e dolorante a fine luglio , alla ripresa del lavoro. Sembrava un fastidio al ginocchio destro destinato a rientrare in fretta, come tanti altri che tormentano questi top player giovanissimi eppure a pezzi, invece era il sintomo che ha sprofondato Jannik in una girandola di consulti medici tra Milano, Torino e Lione , due mesi abbondanti durante i quali non si è mai voluta abbandonare la speranza di guarire dalla tendinite con una terapia conservativa che non fosse solo fisioterapia, palestra e riposo, ma anche allenamento. Continuare a giocarci sopra, ora lo possiamo dire, non è stata una scelta felice . Il problema, dopo essersi attenuato, si è ripresentato. Le sessioni a Montecarlo degli ultimi giorni, mentre il numero uno rinunciava prima a Pechino e poi a Shanghai, sono diventate uno strazio : quaranta minuti e poi via in spogliatoio, gli sparring partner lasciati a palleggiare da soli , la faccia sempre più buia, i video spariti dai social. Il tentativo di tenere in vita la stagione, non è andato a buon fine . Il 2026 è finito qui, e Sinner non è guarito. Se qualcuno ha sbagliato, è tardi per recriminare. Dall’interno del team filtrano malumori che, ora dell’Australia a gennaio, potrebbero portare a rimescolamenti. Marco Panichi fu licenziato per molto meno . E poi c’è la grande incognita Cahill , che già voleva ritirarsi alla fine dell’anno scorso. Che atleta rivedremo in campo dall’altra parte del mondo, e con quali collaboratori, è la domanda che ci accompagnerà per i prossimi tre mesi. Adesso che l’assenza del campione a Vienna, Parigi indoor e alle Atp Finals di Torino è purtroppo certa — un crac economico e di punti: dal paniere sinneriano ne usciranno 3 mila in poche settimane — suona beffarda ma profetica la battuta di Jannik ad Anna Wintour alle sfilate milanesi , quando la sacerdotessa della moda chiedeva al dio pagano del tennis quando sarebbe tornato a volare: «Beh, se non starò bene a gennaio è un bel guaio...» aveva riso lui. All’Australian Open mancano centodue giorni. «Devo pensare alla mia carriera a lungo termine» chiosa Sinner. Solo lì rivedremo nello stesso torneo Sinner e Alcaraz (fuori quattro mesi), più Jack Draper, un altro talento spaccato. Riparare ragazzi interrotti non è sport. Forse si poteva evitare.