DALLA NOSTRA INVIATA NEW YORK — God bless America , certo, ma il dio del tennis benedica anche Bryan Shelton e Lisa Witsken che il 9 ottobre 2002, secondogenito di una famiglia mista middle class, hanno messo al mondo il giocatore che al tennis mancava . Si chiama Benjamin Todd Shelton, detto Ben , e da due settimane, qui a New York, sta pazientemente ricucendo il filo spezzato con la storia : oggi, per la prima volta dal ‘72, un atleta di colore torna in finale all’Open Usa . L’antenato ha un cognome importante: Arthur Ashe che a Flushing vinse nel ‘68, non a caso l’anno delle grandi rivoluzioni, e che 54 anni fa — appunto — giocava e perdeva la sua ultima finale con Nastase . Il campo più grande del mondo, conficcato nel cuore dell’Open Usa , è a lui intitolato. Sembra la sceneggiatura di un film di Hollywood che a lanciare l’arrembaggio allo Slam di casa non sia il figlio dell’emigrato dalla Sierra Leone, quel Frances Tiafoe sconfitto in semifinale , ma il virgulto di una famiglia bene che raccoglie il tifo trasversale degli afroamericani e dei vip di New York , che stasera si metteranno in coda per una foto ricordo. Pastorale Americana però con il lieto fine, comunque vada la sfida con Sascha Zverev , perché a Flushing è nata una stella . C’era una volta Ben Shelton tutto servizio e poco altro , testosterone con scarsa tecnica: se si fosse dedicato alle prove multiple come l’ex fidanzata, l’eptatleta Anna Hall, avrebbe avuto successo anche lì. Ma l’evoluzione in corso d’opera di Big Ben a cui abbiamo assistito con i nostri occhi non solo lo proietta al numero 4 del ranking e al n.3 della corsa per le Atp Finals , ma lo candida a terzo incomodo tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz , se i progressi fin qui notevolissimi proseguiranno. L’atletismo muscolare di Shelton non è cambiato : è lo sguardo consapevole con cui indirizza i colpi, il rovescio bimane e un dritto mancino irriconoscibile rispetto a prima, più un servizio cresciuto fino a toccare con Tiafoe i 254 km all’ora (record in uno Slam) a lasciare a bocca aperta. «Calmo, pieno di fiducia, focalizzato sull’obiettivo — così si è definito venerdì sera —. Mi sento sul tetto del mondo: vorrei fosse un punto di partenza, non di arrivo. Sto calpestando territori per me inesplorati e non ho paura, anzi. Mi sento al settimo cielo». E a chi gli fa notare che in cinque confronti diretti non ha mai battuto Zverev , il panzer che senza le sue nemesi (Sinner&Alcaraz) centra la terza finale Slam della stagione , a chi gli dice che al massimo ha trascinato il tedesco al terzo set, Ben risponde: «Lo so ma non vuol dire niente: avevo sempre perso anche con Alcaraz e guardate come è andata a finire ...». Ci hanno tenuto a Flushing fino alle 3.33 del mattino, quei due, e dal videogioco impazzito di quella notte ad uscirne vivo è stato Shelton. Ha rispolverato il gesto della cornetta, che aveva copiato all’amico ostacolista Grant Holloway e poi sospeso di fronte al fastidio di qualche avversario (uno su tutti, Djokovic). Adesso nel suo clan, dal padre Bryan alla girlfriend Trinity Rodman in tribuna, quando vince lo fanno tutti . E non c’è bisogno di aspettare il risultato di stasera per capire che Ben Shelton è the next big thing: insoddisfatto dell’accordo con On , l’azienda svizzera di cui Federer è co-proprietario, ha già la fila fuori dalla porta. New Balance gli offre 10 milioni di dollari l’anno, i colossi Nike e Adidas non resteranno a guardare . Ben è empatico, intrattiene un rapporto sano con il papà che lo allena, l’altro giorno è andato a giocare a tennis con i ragazzini in un campo pubblico di Manhattan; gira sbracciato come gli adolescenti americani sui playground, corrisponde alla richiesta del mercato di un alter ego dei due predestinati europei Sinner e Alcaraz e, non ultimo, riporta il colosso America al centro del villaggio . L’ultimo local ad espugnare Us Open è stato Andy Roddick, troppo wasp e monotono per piacere a tutti. Correva il 2003, Shelton aveva un anno. La figlia di Dennis Rodman, il Verme dell’Nba, pur non avendo nessun rapporto con l’ex stella dei Bulls è parte fondante della narrazione sheltoniana. «Lei mi capisce perché è una sportiva professionista come me — spiega —. Quando ci siamo conosciuti non sapeva nulla di tennis: è andata su You Tube a vedere i miei match . Il percorso di Trinity per diventare la calciatrice più famosa degli Usa mi è stato d’ispirazione». Adesso è Shelton a ispirare i giovani: «Sto bene nella mia pelle». Ha 23 anni, ricorda l’11 settembre e fa discorsi da adulto. Ti aspettavamo, Ben. Welcome.
Shelton, la storia in pugno: dopo Ashe un altro afroamericano in finale agli Us Open, sfida a Zverev
DALLA NOSTRA INVIATA NEW YORK — God bless America , certo, ma il dio del tennis benedica anche Bryan Shelton e Lisa Witsken che il 9 ottobre 2002, secondogenito di una famiglia mista middle class, hanno messo al mondo il giocatore che al tennis mancava . Si chiama Benjamin Todd Shelton, detto Ben , e da due settimane, qui a New York, sta pazientemente ricucendo il filo spezzato con la storia : oggi, per la prima volta dal ‘72, un atleta di colore torna in finale all’Open Usa . L’antenato ha un cognome importante: Arthur Ashe che a Flushing vinse nel ‘68, non a caso l’anno delle grandi rivoluzioni, e che 54 anni fa — appunto — giocava e perdeva la sua ultima finale con Nastase . Il campo più grande del mondo, conficcato nel cuore dell’Open Usa , è a lui intitolato. Sembra la sceneggiatura di un film di Hollywood che a lanciare l’arrembaggio allo Slam di casa non sia il figlio dell’emigrato dalla Sierra Leone, quel Frances Tiafoe sconfitto in semifinale , ma il virgulto di una famiglia bene che raccoglie il tifo trasversale degli afroamericani e dei vip di New York , che stasera si metteranno in coda per una foto ricordo. Pastorale Americana però con il lieto fine, comunque vada la sfida con Sascha Zverev , perché a Flushing è nata una stella . C’era una volta Ben Shelton tutto servizio e poco altro , testosterone con scarsa tecnica: se si fosse dedicato alle prove multiple come l’ex fidanzata, l’eptatleta Anna Hall, avrebbe avuto successo anche lì. Ma l’evoluzione in corso d’opera di Big Ben a cui abbiamo assistito con i nostri occhi non solo lo proietta al numero 4 del ranking e al n.3 della corsa per le Atp Finals , ma lo candida a terzo incomodo tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz , se i progressi fin qui notevolissimi proseguiranno. L’atletismo muscolare di Shelton non è cambiato : è lo sguardo consapevole con cui indirizza i colpi, il rovescio bimane e un dritto mancino irriconoscibile rispetto a prima, più un servizio cresciuto fino a toccare con Tiafoe i 254 km all’ora (record in uno Slam) a lasciare a bocca aperta. «Calmo, pieno di fiducia, focalizzato sull’obiettivo — così si è definito venerdì sera —. Mi sento sul tetto del mondo: vorrei fosse un punto di partenza, non di arrivo. Sto calpestando territori per me inesplorati e non ho paura, anzi. Mi sento al settimo cielo». E a chi gli fa notare che in cinque confronti diretti non ha mai battuto Zverev , il panzer che senza le sue nemesi (Sinner&Alcaraz) centra la terza finale Slam della stagione , a chi gli dice che al massimo ha trascinato il tedesco al terzo set, Ben risponde: «Lo so ma non vuol dire niente: avevo sempre perso anche con Alcaraz e guardate come è andata a finire ...». Ci hanno tenuto a Flushing fino alle 3.33 del mattino, quei due, e dal videogioco impazzito di quella notte ad uscirne vivo è stato Shelton. Ha rispolverato il gesto della cornetta, che aveva copiato all’amico ostacolista Grant Holloway e poi sospeso di fronte al fastidio di qualche avversario (uno su tutti, Djokovic). Adesso nel suo clan, dal padre Bryan alla girlfriend Trinity Rodman in tribuna, quando vince lo fanno tutti . E non c’è bisogno di aspettare il risultato di stasera per capire che Ben Shelton è the next big thing: insoddisfatto dell’accordo con On , l’azienda svizzera di cui Federer è co-proprietario, ha già la fila fuori dalla porta. New Balance gli offre 10 milioni di dollari l’anno, i colossi Nike e Adidas non resteranno a guardare . Ben è empatico, intrattiene un rapporto sano con il papà che lo allena, l’altro giorno è andato a giocare a tennis con i ragazzini in un campo pubblico di Manhattan; gira sbracciato come gli adolescenti americani sui playground, corrisponde alla richiesta del mercato di un alter ego dei due predestinati europei Sinner e Alcaraz e, non ultimo, riporta il colosso America al centro del villaggio . L’ultimo local ad espugnare Us Open è stato Andy Roddick, troppo wasp e monotono per piacere a tutti. Correva il 2003, Shelton aveva un anno. La figlia di Dennis Rodman, il Verme dell’Nba, pur non avendo nessun rapporto con l’ex stella dei Bulls è parte fondante della narrazione sheltoniana. «Lei mi capisce perché è una sportiva professionista come me — spiega —. Quando ci siamo conosciuti non sapeva nulla di tennis: è andata su You Tube a vedere i miei match . Il percorso di Trinity per diventare la calciatrice più famosa degli Usa mi è stato d’ispirazione». Adesso è Shelton a ispirare i giovani: «Sto bene nella mia pelle». Ha 23 anni, ricorda l’11 settembre e fa discorsi da adulto. Ti aspettavamo, Ben. Welcome.

SOURCE TRANSPARENCY