DALLA NOSTRA INVIATA NEW YORK La follia legalizzata di una partita di tennis finita alle 3.33 del mattino, quando anche l’ultimo spettacolo di Broadway ha chiuso i battenti da ore, verrà ricordata come l’esplosione della supernova Ben Shelton, la stella che gli Usa aspettavano da vent’anni. Alcaraz è battuto in cinque set che hanno consegnato al torneo più highlights di tutti gli altri match messi insieme, l’Open Usa si è infiammato in una notte che sarebbe dovuta cominciare prima, certamente, ma Espn ha deciso che il prime time degli americani della East Coast dovesse avere il menù più pregiato e, nonostante l’indignazione dell’opinione pubblica le, cose non cambieranno: chi paga (2,04 miliardi di dollari fino al 2037) pretende, come in quel vecchio film del commendator Zampetti. In questo, di film, l’impero colpisce ancora e porta due americani nella semifinale di domani, Shelton contro Tiafoe. A fare le spese del talento da decatleta di Ben figlio di Bryan — vista da fuori la relazione padre-figlio più sana del circuito Atp — è il bambino magico di Murcia, che si è gettato nella sfida come se i 139 giorni di stop agonistico per infortunio non fossero mai esistiti, salvo ritrovarsi in panne di energia e automatismi negli snodi decisivi della partita, rimasta di altissimo livello anche quando Alcaraz, dopo essersi annesso 7-6 il primo set con il riflesso pavloviano del predestinato, si è defilato dall’agone (il secondo e terzo sono volati via 6-1, 6-3). Alla fine, pagato pegno a un fisiologico calo nel quarto e sbranato surfando sul tifo dell’Arthur Ashe il quinto al super tie break (10-7), Shelton è stato superiore ad Alcaraz in tutto — punti vinti con la prima 70%, errori gratuiti (35 contro 53) e punti vinti in risposta (38%), una delle chiavi della vittoria —, tranne nelle magie che solo Carlitos, oltre al mago Silvan, è in grado di produrre. È stato male, ha vomitato, è caduto, si è rialzato. Eppure non una sillaba di lamentela è uscita dalla bocca del campione spodestato per un margine di cinque punti (169 a 164) nell’arco di 4 ore e 28 minuti: «Me ne vado contento, con il sorriso e senza infortuni: all’Open Usa non chiedevo nulla di più». Gli Stati Uniti, che attendono un campione local dal lontano 2003 (Andy Roddick), piantano la bandiera a stelle e strisce in finale due anni dopo Taylor Fritz, strapazzato da Jannik Sinner nel 2024. (A proposito del n. 1 alle prese con la tendinite al ginocchio destro: per favorire il recupero di Jannik la Federtennis ha mandato a Torino le macchine per la terapia con il laser all’argon con cui il compianto dottor Parra ha curato intere generazioni di tennisti azzurri). Shelton è nato ad Atlanta nel 2002 , quando il padre era coach della squadra femminile di Georgia Tech’s, ma è cresciuto a Gainesville, Florida, dove la famiglia si era trasferita per motivi di lavoro. Nel corpo conserva i benefici dell’atletica leggera, nell’anima l’aggressività guerriera del football americano, che ha praticato. Rispetto a Frances Tiafoe, il figlio dell’emigrato dalla Sierra Leone, che affronterà in semifinale, Ben piace a un pubblico più trasversale, non è idolo solo della metà afroamericana dei possedimenti di Trump. È nato bene, frequenta ancor meglio: Trinity Rodman, erede senza rapporti con il Verme dell’Nba, bomber delle Spirit di Washington e della Nazionale Usa, è la calciatrice più pagata degli Usa. Un nuovo prodotto di qualità e sostanza sugli scaffali del supermercato America. Da oggi, n. 4 del mondo.
Shelton, agli Us Open è nata una stella che piace a tutti. Sinner a Torino accelera il recupero con le cure al laser
DALLA NOSTRA INVIATA NEW YORK La follia legalizzata di una partita di tennis finita alle 3.33 del mattino, quando anche l’ultimo spettacolo di Broadway ha chiuso i battenti da ore, verrà ricordata come l’esplosione della supernova Ben Shelton, la stella che gli Usa aspettavano da vent’anni. Alcaraz è battuto in cinque set che hanno consegnato al torneo più highlights di tutti gli altri match messi insieme, l’Open Usa si è infiammato in una notte che sarebbe dovuta cominciare prima, certamente, ma Espn ha deciso che il prime time degli americani della East Coast dovesse avere il menù più pregiato e, nonostante l’indignazione dell’opinione pubblica le, cose non cambieranno: chi paga (2,04 miliardi di dollari fino al 2037) pretende, come in quel vecchio film del commendator Zampetti. In questo, di film, l’impero colpisce ancora e porta due americani nella semifinale di domani, Shelton contro Tiafoe. A fare le spese del talento da decatleta di Ben figlio di Bryan — vista da fuori la relazione padre-figlio più sana del circuito Atp — è il bambino magico di Murcia, che si è gettato nella sfida come se i 139 giorni di stop agonistico per infortunio non fossero mai esistiti, salvo ritrovarsi in panne di energia e automatismi negli snodi decisivi della partita, rimasta di altissimo livello anche quando Alcaraz, dopo essersi annesso 7-6 il primo set con il riflesso pavloviano del predestinato, si è defilato dall’agone (il secondo e terzo sono volati via 6-1, 6-3). Alla fine, pagato pegno a un fisiologico calo nel quarto e sbranato surfando sul tifo dell’Arthur Ashe il quinto al super tie break (10-7), Shelton è stato superiore ad Alcaraz in tutto — punti vinti con la prima 70%, errori gratuiti (35 contro 53) e punti vinti in risposta (38%), una delle chiavi della vittoria —, tranne nelle magie che solo Carlitos, oltre al mago Silvan, è in grado di produrre. È stato male, ha vomitato, è caduto, si è rialzato. Eppure non una sillaba di lamentela è uscita dalla bocca del campione spodestato per un margine di cinque punti (169 a 164) nell’arco di 4 ore e 28 minuti: «Me ne vado contento, con il sorriso e senza infortuni: all’Open Usa non chiedevo nulla di più». Gli Stati Uniti, che attendono un campione local dal lontano 2003 (Andy Roddick), piantano la bandiera a stelle e strisce in finale due anni dopo Taylor Fritz, strapazzato da Jannik Sinner nel 2024. (A proposito del n. 1 alle prese con la tendinite al ginocchio destro: per favorire il recupero di Jannik la Federtennis ha mandato a Torino le macchine per la terapia con il laser all’argon con cui il compianto dottor Parra ha curato intere generazioni di tennisti azzurri). Shelton è nato ad Atlanta nel 2002 , quando il padre era coach della squadra femminile di Georgia Tech’s, ma è cresciuto a Gainesville, Florida, dove la famiglia si era trasferita per motivi di lavoro. Nel corpo conserva i benefici dell’atletica leggera, nell’anima l’aggressività guerriera del football americano, che ha praticato. Rispetto a Frances Tiafoe, il figlio dell’emigrato dalla Sierra Leone, che affronterà in semifinale, Ben piace a un pubblico più trasversale, non è idolo solo della metà afroamericana dei possedimenti di Trump. È nato bene, frequenta ancor meglio: Trinity Rodman, erede senza rapporti con il Verme dell’Nba, bomber delle Spirit di Washington e della Nazionale Usa, è la calciatrice più pagata degli Usa. Un nuovo prodotto di qualità e sostanza sugli scaffali del supermercato America. Da oggi, n. 4 del mondo.

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