Il record di Meloni a Palazzo Chigi è uno specchio nel quale il centrosinistra alla fine si riflette . E al di là delle battute polemiche sulla «durata senza risultati» della premier, non può che interrogarsi sull’instabilità dei suoi precedenti governi. Per evitare di ripetersi. È vero, la longevità di un esecutivo non risolve i problemi di un Paese. Infatti non è su questo che si basa il giudizio degli elettori nelle urne. Ma la stabilità ha una valenza in politica , misura sul lungo periodo la compattezza di una coalizione all’atto delle scelte ed è un antidoto contro il fisiologico logorio nella gestione del potere.  Proprio ciò che è mancato al centrosinistra quando è andato a palazzo Chigi nell’epoca della Seconda Repubblica. E l’ideatore dell’Ulivo Parisi non può che convenire: «Dati alla mano il centrodestra ha dimostrato sinora una compattezza che noi non abbiamo mai avuto». Il divario tra i 1.413 giorni di Meloni e gli 887 di Prodi è eloquente . Renzi con 1.024 giorni non fa testo perché il suo Gabinetto fu il lascito di un precedente accordo di larghe intese.  In ogni caso, il punto è capire perché i governi progressisti durino quanto un gatto in tangenziale . «Ce lo chiediamo da tempo», dice il democratico Delrio. Che ironizza sulla spiegazione offerta giorni fa da Bonaccini: «Il presidente del mio partito ritiene che noi, essendo più intelligenti, ci facciamo più domande rispetto ai nostri avversari, che sono a suo giudizio basici. Io invece credo che il centrodestra abbia una cifra nazionalpopolare e sia capace di restare concentrato sulle cose , senza perdersi in elucubrazioni. Sono pragmatici e vanno sempre alla ricerca di un accordo».  In più, sono sempre gli stessi, nel senso che FdI, Forza Italia e Lega, sono i soci fondatori del centrodestra berlusconiano. È un fattore non secondario, rispetto alla miriade di sigle che si sono susseguite nel campo avversario. Non a caso nel corso degli anni il tema è stato considerato dai maggiorenti del centrosinistra come il vero fattore di instabilità, «il prezzo — sostenne D’Alema — pagato alla frantumazione politica» .  Così Prodi additò l’«eccessiva ampiezza e diversità della coalizione». Fassino parlò di una «babele di linguaggi». Bersani evidenziò «la divisione dell’area progressista, incapace di costruire una proposta di governo omogenea». Ma nessuno ha mai concentrato l’attenzione su un altro aspetto, di cui pure i dirigenti Pd discutono riservatamente: «Il problema del riconoscimento della leadership al nostro interno» .  Le tappe della competizione che hanno segnato la storia del centrosinistra furono cruente. Prodi divenne il candidato della coalizione dopo che D’Alema gli disse in un evento pubblico: «Noi le conferiamo la nostra forza». Un incarico considerato part-time, visto che il Professore battè per due volte Berlusconi e per due volte fu mandato a casa dai suoi alleati (tre, se si contano i 101 che gli impedirono l’ascesa al Colle).  E anche Renzi — che certo se le andò a cercare — venne fatto politicamente fuori dalla «ditta» , che non ne riconosceva la leadership nel partito e che organizzò, dentro il partito, i comitati per il No alla riforma costituzionale voluta dal suo segretario. Insomma, cose mai viste. «Cose che voi umani non potete immaginare», sorridono i vecchi parlamentari del Pd quando le raccontano.  Poi si fanno seri ed emerge l’autocritica: «Troppi conflitti tra noi — riconosce un ex ministro — e troppa sottovalutazione degli avversari. Berlusconi prima e Meloni poi». È il riflesso di una pretesa superiorità politica che, combinata ad atti di tafazzismo, hanno caratterizzato le passate stagioni . A partire dal 1996. In quella legislatura furono bruciati quattro governi: Prodi, D’Alema I, D’Alema II e Amato.  Dinnanzi al rischio di veder compromessi i progetti futuri, il capogruppo dem al Senato si affretta a marcare una discontinuità rispetto al passato: « Questo centrosinistra è diverso dai precedenti perché — secondo Boccia — rappresenta una novità politica. Per la prima volta non ha nemici a sinistra. Per la prima volta è un centrosinistra costruito partendo da sinistra. Non ci sfugge la complessità, ma non commetteremo più gli errori con i quali abbiamo consumato governi e per ultimo regalato Palazzo Chigi al centrodestra». E conclude: «Per noi la stabilità è un valore» . Promemoria da passare agli alleati in caso di vittoria.