«Ma guardi che in televisione non ho mai smesso di andarci. Se accende TeleCity mi trova lì». Di notte? «Sì, dall’una alle sei». E cosa vende per sei ore? «Non vendo: convinco i telespettatori a vendere a me. Non sto lì a raccontarla per sei ore: ogni sei mesi registro i venti minuti base della trasmissione e arricchisco di volta in volta. Il girato viene proposto a rotazione». Ecco Sergio Baracco, celeb delle televendite anni 90 (e oltre), i gioielli come campo d’azione, milioni di ore sullo schermo piccolo che gli sono valse anche passaggi su quello grande (con i Fichi d’India, con Abatantuono). Nottambuli dello zapping, patiti dello shopping fuori orario, vi ricordate di lui? «Si ricordano perché in strada mi fermano ancora. La prima volta che sono andato in onda avevo 20 anni». Per la cronaca ora ne ha 67 e resta al timone, con il fratello Paolo, del gruppo BancOro, che ha da poco aperto una sede in via Plinio a Milano sdoppiando quella storica a Valenza, in Piemonte, città degli orafi che resta la sua casa. «Da 12 anni la nostra attività principale è ritirare oro e lavorarlo». È nel negozio di Milano che lo incontriamo: «Vendevo sogni, ora compro storie». È un attimo che salta fuori lo slogan. Qui si presenta chi vende i gioielli di famiglia? «Nessuno che non arrivi a fine mese: quelli hanno già venduto in passato, oggi trovo più persone con una certa quantità di oro in casa che preferiscono monetizzare. Vedo molti nipoti portare i preziosi dei nonni, mi raccontano aneddoti. Se capisco che l’oggetto ha un valore affettivo davvero profondo, dico no grazie». Nella sua carriera quanti gioielli ha venduto? «Difficile dirlo. Pensi però che a un certo punto, a inizio anni 90, i diamanti 0,70 carati non si trovavano più: ci rifornivamo alla Borsa del diamante del Belgio e li avevamo ritirati praticamente tutti». Al compro oro rispunterà qualcosa di quelle vendite. «Più di qualcosa. La metà delle volte, nel pacchetto che fa esaminare un cliente, vien fuori un pezzo venduto da me. Il Tutankhamon, un ciondolo d’oro pesantissimo, andava per la maggiore: lo pagavano 999 mila lire, adesso arriva a essere ritirato a duemila euro. Io l’ho fatto». Una sorta di contrappasso: fa i conti (letteralmente) con il peso della materia prima di ciò che commercializzava in passato. C’è stato chi ha messo in dubbio la qualità del prodotto. «Basta vedere quanto vale adesso. Vorrei sgombrare il campo dai dubbi». Prego. «Non ho mai avuto e non ho alcuna inchiesta a mio carico. Una volta sono stato citato per pubblicità ingannevole - dicevo “Questo gioiello vale un miliardo, ve lo do a un milione di lire” – e anche il giudice ha ritenuto che non ci fosse niente di ingannevole, dato che l’iperbole era evidente». Insomma le sparava grosse. «Tecnica di vendita. La nostra forza». Nostra, plurale maiestatis? «Ma no, intendo della famiglia Baracco». Che è numerosa. «Siamo undici fratelli, tutti impegnati nello stesso settore». Ha cominciato da garzone. «Sono il settimo e aiutavo gli altri. A 16 anni ho aperto il primo laboratorio in società con soci maggiorenni». Da che famiglia proviene? «Papà Bruno era minatore in Belgio, mamma Angela casalinga: emigrati dal Veneto, a Valenza stavamo tutti in 50 metri quadrati. Eravamo così poveri che noi bambini abbiamo passato diversi anni negli istituti per la carità». Oggi Sergio Baracco è ricco? «Cosa è essere ricco? Un tempo pensavo che fosse ricco chi aveva 10 milioni di lire in banca. Adesso non ho debiti e non mi manca niente. Non amo scialare, faccio poca vita sociale». È vero che possiede un elicottero? «Un piccolo ultraleggero con uno dei miei fratelli. Ho il brevetto di pilota». Quanto fattura la sua società? «Ultimo bilancio, 10 milioni di euro. Una piccola parte dell’attività è dedita al commercio di barche». Torniamo alla tv. «Ho iniziato a fare l’artigiano, la lavorazione a nido d’ape dei gioielli era la mia specialità. Con quella sono stati notati i miei pezzi e la produzione di famiglia è cresciuta. Siamo riusciti a comprare uno spazio televisivo per vendere, con un presentatore: gli affari andavano bene e siamo arrivati alla tv più potente, Rete A. Un’ora poteva costare sei milioni di lire. Una volta il presentatore tardava, per non perdere la cifra già pagata mi son piazzato io davanti alla telecamera. Ero terrorizzato, poteva andarne pure della credibilità dell’emittente. Ho cominciato a parlare. Alla fine mi hanno richiamato: il direttore vuole che conduca sempre tu. Sono iniziati anni pazzeschi». Anni di affari gridati a squarcia gola. «Nella vita io sono timido (e pacatissimo dal vivo, ndr ). A fare il vocione ho imparato da bambino, quando per portare a casa due lire aiutavo un signore diversamente abile a vendere i limoni: nessuno si fermava e ho alzato il tono. E così sì, tutti si fermavano. Anche sul set: devi catturare l’attenzione». Un altro che usa questa tecnica è il Baffo da Crema. « Roberto, un amico . Ci incrociavamo negli studi, lui con l’idromassaggio e io con i gioielli. Ci sentiamo tutt’ora. Io ho rilevato alcune televisioni - ValenzaTv, StarMarket, TeleCity - e Roberto aveva alcuni spazi. Solo che adesso lo spazio serve a me». Negli studi degli esordi girava anche Wanna Marchi. «Lei era la vip, con aziende enormi alle spalle. Aveva gli spazi migliori, io e Roberto eravamo i peones e stavamo nei ritagli. Però a Wanna Marchi sono riuscito a vendere alcuni smeraldi: credo li abbia messi in una crema. Quanto successo dopo, con il processo (per Marchi è arrivata una condanna definitiva per associazione a delinquere finalizzata alla truffa, ndr ) ci ha danneggiato tutti: noi che lavoravamo onestamente e l’intero mondo delle televisioni». Baracco, ha piazzato gioielli anche a Silvio Berlusconi. «Nel 2001 era in corso una vendita su Rete A. Sento una telefonista rispondere: "sì, sì, e io sono Sophia Loren", e sbattere giù il telefono. Richiamano. “Dice che è Berlusconi”, me lo faccio passare. La voce era identica. Ha ordinato due lotti da 99 mila lire, lasciato indirizzo e numero di telefono. Riflettevo: se è un imitatore è bravo. Nel dubbio sono partito io per consegnare i lotti e mostrare altro campionario, direzione Arcore. Prima però ho chiamato i carabinieri: temevo che qualcuno mi avesse attirato lì per rapinarmi. I carabinieri confermano che l’utenza telefonica è corretta. Entro ad Arcore, Berlusconi arriva davvero e vuole vedere altri prodotti. In più, mi prende in giro imitandomi: “Vi vendo anche questo anello, che affare!!!”. Dice che mi ha visto facendo zapping la notte. Ha ordinato quaranta braccialetti con nomi incisi per le mogli dei parlamentari. Che choc ricevere un ordine da lui in persona: quando stava compilando l’assegno mi sono dimenticato di conteggiare l’Iva, giocandomi il 20% che è il nostro guadagno. Pazienza: ero comunque felicissimo di averlo tra i miei clienti». Lui ricambiò con alcune dediche di suo pugno. Mostra una foto sul cellulare. «A Baracco, star delle mie notti insonni. Silvio Berlusconi». Lubrano invece l’ha vista furente: si trova ancora online la vostra quasi-rissa. Gli ha anche lanciato una torta. «Era appena stata approvata la legge sul diritto di recesso. Lubrano mi chiama in studio per commentarla, mi cade l’occhio sulla scaletta: “Telefonata cliente insoddisfatta di Baracco”. Il nome della signora lo conoscevo, da tempo voleva ridarmi dei gioielli non perché insoddisfatta ma perché il matrimonio per cui erano un regalo era saltato. Io mi sono preparato tenendo in tasca anelli d’argento, che poi, con grande veemenza, ho buttato all’aria. La torta invece era di scena: polistirolo con un po’ di panna». Una rissa preparata. «Ero davvero arrabbiato, però ci ho messo del teatro». Proponeva rubini «sangue di piccione»: ma come ha trovato certi nomi? «In gemmologia è un nome che già esiste. Forse l’ho reso famoso». Una cosa che rifarebbe e una che rimpiange. «Rifarei tutto. Un rimpianto? Ero con uno dei miei rappresentanti da una ricchissima cliente indiana con casa in Liguria, lei ci aveva ricevuto porgendo a me una sedia dorata mentre a lui, che evidentemente riteneva subalterno, un cuscino per terra. Questa cliente comprava tantissimo e io non volevo irritarla, dunque sono stato zitto. Mi pento ancora oggi di non avere reagito chiedendo rispetto per il collega che era con me». Ha venduto anche sulle tv estere. «In Spagna, Ungheria, Romania. E in ogni Paese c’erano i comici che mi imitavano. In Spagna ero “Mr cento euro”». I pr
Sergio Baracco, il re delle televendite di gioielli adesso guida un compro oro a Milano: «Portai 40 braccialetti ad Arcore, Wanna Marchi ci ha rovinato»
«Ma guardi che in televisione non ho mai smesso di andarci. Se accende TeleCity mi trova lì». Di notte? «Sì, dall’una alle sei». E cosa vende per sei ore? «Non vendo: convinco i telespettatori a vendere a me. Non sto lì a raccontarla per sei ore: ogni sei mesi registro i venti minuti base della trasmissione e arricchisco di volta in volta. Il girato viene proposto a rotazione». Ecco Sergio Baracco, celeb delle televendite anni 90 (e oltre), i gioielli come campo d’azione, milioni di ore sullo schermo piccolo che gli sono valse anche passaggi su quello grande (con i Fichi d’India, con Abatantuono). Nottambuli dello zapping, patiti dello shopping fuori orario, vi ricordate di lui? «Si ricordano perché in strada mi fermano ancora. La prima volta che sono andato in onda avevo 20 anni». Per la cronaca ora ne ha 67 e resta al timone, con il fratello Paolo, del gruppo BancOro, che ha da poco aperto una sede in via Plinio a Milano sdoppiando quella storica a Valenza, in Piemonte, città degli orafi che resta la sua casa. «Da 12 anni la nostra attività principale è ritirare oro e lavorarlo». È nel negozio di Milano che lo incontriamo: «Vendevo sogni, ora compro storie». È un attimo che salta fuori lo slogan. Qui si presenta chi vende i gioielli di famiglia? «Nessuno che non arrivi a fine mese: quelli hanno già venduto in passato, oggi trovo più persone con una certa quantità di oro in casa che preferiscono monetizzare. Vedo molti nipoti portare i preziosi dei nonni, mi raccontano aneddoti. Se capisco che l’oggetto ha un valore affettivo davvero profondo, dico no grazie». Nella sua carriera quanti gioielli ha venduto? «Difficile dirlo. Pensi però che a un certo punto, a inizio anni 90, i diamanti 0,70 carati non si trovavano più: ci rifornivamo alla Borsa del diamante del Belgio e li avevamo ritirati praticamente tutti». Al compro oro rispunterà qualcosa di quelle vendite. «Più di qualcosa. La metà delle volte, nel pacchetto che fa esaminare un cliente, vien fuori un pezzo venduto da me. Il Tutankhamon, un ciondolo d’oro pesantissimo, andava per la maggiore: lo pagavano 999 mila lire, adesso arriva a essere ritirato a duemila euro. Io l’ho fatto». Una sorta di contrappasso: fa i conti (letteralmente) con il peso della materia prima di ciò che commercializzava in passato. C’è stato chi ha messo in dubbio la qualità del prodotto. «Basta vedere quanto vale adesso. Vorrei sgombrare il campo dai dubbi». Prego. «Non ho mai avuto e non ho alcuna inchiesta a mio carico. Una volta sono stato citato per pubblicità ingannevole - dicevo “Questo gioiello vale un miliardo, ve lo do a un milione di lire” – e anche il giudice ha ritenuto che non ci fosse niente di ingannevole, dato che l’iperbole era evidente». Insomma le sparava grosse. «Tecnica di vendita. La nostra forza». Nostra, plurale maiestatis? «Ma no, intendo della famiglia Baracco». Che è numerosa. «Siamo undici fratelli, tutti impegnati nello stesso settore». Ha cominciato da garzone. «Sono il settimo e aiutavo gli altri. A 16 anni ho aperto il primo laboratorio in società con soci maggiorenni». Da che famiglia proviene? «Papà Bruno era minatore in Belgio, mamma Angela casalinga: emigrati dal Veneto, a Valenza stavamo tutti in 50 metri quadrati. Eravamo così poveri che noi bambini abbiamo passato diversi anni negli istituti per la carità». Oggi Sergio Baracco è ricco? «Cosa è essere ricco? Un tempo pensavo che fosse ricco chi aveva 10 milioni di lire in banca. Adesso non ho debiti e non mi manca niente. Non amo scialare, faccio poca vita sociale». È vero che possiede un elicottero? «Un piccolo ultraleggero con uno dei miei fratelli. Ho il brevetto di pilota». Quanto fattura la sua società? «Ultimo bilancio, 10 milioni di euro. Una piccola parte dell’attività è dedita al commercio di barche». Torniamo alla tv. «Ho iniziato a fare l’artigiano, la lavorazione a nido d’ape dei gioielli era la mia specialità. Con quella sono stati notati i miei pezzi e la produzione di famiglia è cresciuta. Siamo riusciti a comprare uno spazio televisivo per vendere, con un presentatore: gli affari andavano bene e siamo arrivati alla tv più potente, Rete A. Un’ora poteva costare sei milioni di lire. Una volta il presentatore tardava, per non perdere la cifra già pagata mi son piazzato io davanti alla telecamera. Ero terrorizzato, poteva andarne pure della credibilità dell’emittente. Ho cominciato a parlare. Alla fine mi hanno richiamato: il direttore vuole che conduca sempre tu. Sono iniziati anni pazzeschi». Anni di affari gridati a squarcia gola. «Nella vita io sono timido (e pacatissimo dal vivo, ndr ). A fare il vocione ho imparato da bambino, quando per portare a casa due lire aiutavo un signore diversamente abile a vendere i limoni: nessuno si fermava e ho alzato il tono. E così sì, tutti si fermavano. Anche sul set: devi catturare l’attenzione». Un altro che usa questa tecnica è il Baffo da Crema. « Roberto, un amico . Ci incrociavamo negli studi, lui con l’idromassaggio e io con i gioielli. Ci sentiamo tutt’ora. Io ho rilevato alcune televisioni - ValenzaTv, StarMarket, TeleCity - e Roberto aveva alcuni spazi. Solo che adesso lo spazio serve a me». Negli studi degli esordi girava anche Wanna Marchi. «Lei era la vip, con aziende enormi alle spalle. Aveva gli spazi migliori, io e Roberto eravamo i peones e stavamo nei ritagli. Però a Wanna Marchi sono riuscito a vendere alcuni smeraldi: credo li abbia messi in una crema. Quanto successo dopo, con il processo (per Marchi è arrivata una condanna definitiva per associazione a delinquere finalizzata alla truffa, ndr ) ci ha danneggiato tutti: noi che lavoravamo onestamente e l’intero mondo delle televisioni». Baracco, ha piazzato gioielli anche a Silvio Berlusconi. «Nel 2001 era in corso una vendita su Rete A. Sento una telefonista rispondere: "sì, sì, e io sono Sophia Loren", e sbattere giù il telefono. Richiamano. “Dice che è Berlusconi”, me lo faccio passare. La voce era identica. Ha ordinato due lotti da 99 mila lire, lasciato indirizzo e numero di telefono. Riflettevo: se è un imitatore è bravo. Nel dubbio sono partito io per consegnare i lotti e mostrare altro campionario, direzione Arcore. Prima però ho chiamato i carabinieri: temevo che qualcuno mi avesse attirato lì per rapinarmi. I carabinieri confermano che l’utenza telefonica è corretta. Entro ad Arcore, Berlusconi arriva davvero e vuole vedere altri prodotti. In più, mi prende in giro imitandomi: “Vi vendo anche questo anello, che affare!!!”. Dice che mi ha visto facendo zapping la notte. Ha ordinato quaranta braccialetti con nomi incisi per le mogli dei parlamentari. Che choc ricevere un ordine da lui in persona: quando stava compilando l’assegno mi sono dimenticato di conteggiare l’Iva, giocandomi il 20% che è il nostro guadagno. Pazienza: ero comunque felicissimo di averlo tra i miei clienti». Lui ricambiò con alcune dediche di suo pugno. Mostra una foto sul cellulare. «A Baracco, star delle mie notti insonni. Silvio Berlusconi». Lubrano invece l’ha vista furente: si trova ancora online la vostra quasi-rissa. Gli ha anche lanciato una torta. «Era appena stata approvata la legge sul diritto di recesso. Lubrano mi chiama in studio per commentarla, mi cade l’occhio sulla scaletta: “Telefonata cliente insoddisfatta di Baracco”. Il nome della signora lo conoscevo, da tempo voleva ridarmi dei gioielli non perché insoddisfatta ma perché il matrimonio per cui erano un regalo era saltato. Io mi sono preparato tenendo in tasca anelli d’argento, che poi, con grande veemenza, ho buttato all’aria. La torta invece era di scena: polistirolo con un po’ di panna». Una rissa preparata. «Ero davvero arrabbiato, però ci ho messo del teatro». Proponeva rubini «sangue di piccione»: ma come ha trovato certi nomi? «In gemmologia è un nome che già esiste. Forse l’ho reso famoso». Una cosa che rifarebbe e una che rimpiange. «Rifarei tutto. Un rimpianto? Ero con uno dei miei rappresentanti da una ricchissima cliente indiana con casa in Liguria, lei ci aveva ricevuto porgendo a me una sedia dorata mentre a lui, che evidentemente riteneva subalterno, un cuscino per terra. Questa cliente comprava tantissimo e io non volevo irritarla, dunque sono stato zitto. Mi pento ancora oggi di non avere reagito chiedendo rispetto per il collega che era con me». Ha venduto anche sulle tv estere. «In Spagna, Ungheria, Romania. E in ogni Paese c’erano i comici che mi imitavano. In Spagna ero “Mr cento euro”». I pr

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