Houston, forse abbiamo un problema. L’Associazione delle tenniste professioniste (Wta), che sta attraversando una profonda crisi finanziaria con proiezioni di bilancio in rosso entro la fine del 2027, affida alla moscovita di passaporto kazako Elena Rybakina le speranze di rilancio, se non addirittura di sopravvivenza. Nuova regina dell’Open Usa, Rybakina da lunedì si è seduta sul trono del tennis dopo le 104 settimane in vetta, di cui 96 consecutive, di Aryna Sabalenka , che non sarà simpatica a tutti — i natali in Bielorussia la rendono invisa alle ucraine, che dallo scoppio della guerra si rifiutano di stringerle la mano — però è portatrice di un’esuberanza che, fin qui, ha fatto comodo a molti: media, social, sponsor, tornei. Aryna balla, canta, spacca la racchetta quando non è soddisfatta del risultato (a New York il gesto le è costato 7.500 dollari ), si presta ai contenuti social, non si tira indietro quando si tratta di raccontare i momenti bui o di depressione, che nel suo percorso non sono mancati. E non è restia a esibire il vistoso anello di fidanzamento che le ha regalato l’imprenditore brasiliano Georgios Frangulis. Rybakina, invece, è l’opposto : non ha troppa voglia di condividere le emozioni, ha la stessa espressione sia che vinca o che perda, celata sotto una maschera di pallore naturale che gli americani, a cui piace etichettare tutto, definiscono «poker face». Un comportamento legittimo, però difficilmente spendibile per attirare nuovi sponsor e stakeholder. Non che Elena non abbia una storia interessante: è nata bene a Mosca, papà Andrey produttore tv e mamma Ekaterina manager di una ditta di costruzioni, troppo alta per il pattinaggio ha cambiato bandiera in seguito a un’offerta economica («Se avessi potuto sarei rimasta in Russia ma il Kazakistan mi ha sostenuta, aiutandomi economicamente»), le piacciono le auto, sogna di buttarsi col paracadute. La timidezza e un ridotto vocabolario di inglese, però, la limitano. Riuscirà Rybakina a promuovere e vendere il prodotto chiamato Wta sugli scaffali dello sport internazionale? Il ruolo della n. 1 è diventare il volto del tennis. Rispetto ai due titoli Slam precedenti, Wimbledon 2022 e Australian Open 2026, all’Open Usa Elena ha accolto il trionfo americano con un sorriso un pelo più convinto: più che felice, è sembrata sollevata. A Cincinnati si era ritirata nei quarti per un problema alla caviglia sinistra, si era temuta la rottura del tendine d’Achille. «Non credevo che avrei potuto giocare a New York, figuriamoci vincere» ha detto la campionessa (nel cui staff c’è il preparatore italiano Aldo Chiari) chiamata alla sfida più grande: prendersi sulle spalle la Wta e traghettarla verso un futuro sostenibile, in attesa di quella fusione con il circuito maschile di cui si parla da anni ma che non avviene mai (probabilmente perché non è interesse di nessuno). Il contratto quinquennale della Wta con la società di private equity Cvc scade l’anno prossimo: priverà il circuito di 30 milioni di entrate annuali; e l’uscita anzitempo dell’accordo triennale con Riad come sede delle Finals, accettando i riyal sauditi dopo aver rifiutato sdegnosamente i renminbi cinesi, ha costretto la Wta ad auto-finanziare l’evento a Indian Wells (8-15 novembre), potendo contare sull’ospitalità del padrone di casa, Larry Ellison, e aprendo uno spiraglio allo sbarco del Master donne di fine anno in Italia, il nuovo Shangri-La del tennis. Ma il montepremi sarà tagliato almeno di un terzo. Non che Rybakina debba risolvere da sola tutti i problemi, però a Elena, che è considerata meno appetibile per marchi e tv di Coco Gauff, della giovanissima Mirra Andreeva o di Iga Swiatek, ex vincitrice-seriale, è richiesto un salto di qualità nella narrazione del suo stesso personaggio. Fino all’altro ieri monopolizzata dalle bizze del coach Stefano Vukov, in un recente passato allontanato per sospetti maltrattamenti alla giocatrice. «A 27 anni, la mia priorità è rimanere in salute» dice lei, monotono. La Wta attende come manna dal cielo la crescita di Iva Jovic, 18enne made in Usa, e Alexandra Eala, 21enne di Quezon City, ex capitale delle Filippine. A New York si sono affrontate nei quarti: è la rivalità del futuro anche perché aprirà un mercato potenziale di 500 milioni di acquirenti. Altro che Astana e dintorni.
Rybakina, numero 1 pallida: parla poco l’inglese, le manca appeal ma deve salvare il tennis femminile dal crack
Houston, forse abbiamo un problema. L’Associazione delle tenniste professioniste (Wta), che sta attraversando una profonda crisi finanziaria con proiezioni di bilancio in rosso entro la fine del 2027, affida alla moscovita di passaporto kazako Elena Rybakina le speranze di rilancio, se non addirittura di sopravvivenza. Nuova regina dell’Open Usa, Rybakina da lunedì si è seduta sul trono del tennis dopo le 104 settimane in vetta, di cui 96 consecutive, di Aryna Sabalenka , che non sarà simpatica a tutti — i natali in Bielorussia la rendono invisa alle ucraine, che dallo scoppio della guerra si rifiutano di stringerle la mano — però è portatrice di un’esuberanza che, fin qui, ha fatto comodo a molti: media, social, sponsor, tornei. Aryna balla, canta, spacca la racchetta quando non è soddisfatta del risultato (a New York il gesto le è costato 7.500 dollari ), si presta ai contenuti social, non si tira indietro quando si tratta di raccontare i momenti bui o di depressione, che nel suo percorso non sono mancati. E non è restia a esibire il vistoso anello di fidanzamento che le ha regalato l’imprenditore brasiliano Georgios Frangulis. Rybakina, invece, è l’opposto : non ha troppa voglia di condividere le emozioni, ha la stessa espressione sia che vinca o che perda, celata sotto una maschera di pallore naturale che gli americani, a cui piace etichettare tutto, definiscono «poker face». Un comportamento legittimo, però difficilmente spendibile per attirare nuovi sponsor e stakeholder. Non che Elena non abbia una storia interessante: è nata bene a Mosca, papà Andrey produttore tv e mamma Ekaterina manager di una ditta di costruzioni, troppo alta per il pattinaggio ha cambiato bandiera in seguito a un’offerta economica («Se avessi potuto sarei rimasta in Russia ma il Kazakistan mi ha sostenuta, aiutandomi economicamente»), le piacciono le auto, sogna di buttarsi col paracadute. La timidezza e un ridotto vocabolario di inglese, però, la limitano. Riuscirà Rybakina a promuovere e vendere il prodotto chiamato Wta sugli scaffali dello sport internazionale? Il ruolo della n. 1 è diventare il volto del tennis. Rispetto ai due titoli Slam precedenti, Wimbledon 2022 e Australian Open 2026, all’Open Usa Elena ha accolto il trionfo americano con un sorriso un pelo più convinto: più che felice, è sembrata sollevata. A Cincinnati si era ritirata nei quarti per un problema alla caviglia sinistra, si era temuta la rottura del tendine d’Achille. «Non credevo che avrei potuto giocare a New York, figuriamoci vincere» ha detto la campionessa (nel cui staff c’è il preparatore italiano Aldo Chiari) chiamata alla sfida più grande: prendersi sulle spalle la Wta e traghettarla verso un futuro sostenibile, in attesa di quella fusione con il circuito maschile di cui si parla da anni ma che non avviene mai (probabilmente perché non è interesse di nessuno). Il contratto quinquennale della Wta con la società di private equity Cvc scade l’anno prossimo: priverà il circuito di 30 milioni di entrate annuali; e l’uscita anzitempo dell’accordo triennale con Riad come sede delle Finals, accettando i riyal sauditi dopo aver rifiutato sdegnosamente i renminbi cinesi, ha costretto la Wta ad auto-finanziare l’evento a Indian Wells (8-15 novembre), potendo contare sull’ospitalità del padrone di casa, Larry Ellison, e aprendo uno spiraglio allo sbarco del Master donne di fine anno in Italia, il nuovo Shangri-La del tennis. Ma il montepremi sarà tagliato almeno di un terzo. Non che Rybakina debba risolvere da sola tutti i problemi, però a Elena, che è considerata meno appetibile per marchi e tv di Coco Gauff, della giovanissima Mirra Andreeva o di Iga Swiatek, ex vincitrice-seriale, è richiesto un salto di qualità nella narrazione del suo stesso personaggio. Fino all’altro ieri monopolizzata dalle bizze del coach Stefano Vukov, in un recente passato allontanato per sospetti maltrattamenti alla giocatrice. «A 27 anni, la mia priorità è rimanere in salute» dice lei, monotono. La Wta attende come manna dal cielo la crescita di Iva Jovic, 18enne made in Usa, e Alexandra Eala, 21enne di Quezon City, ex capitale delle Filippine. A New York si sono affrontate nei quarti: è la rivalità del futuro anche perché aprirà un mercato potenziale di 500 milioni di acquirenti. Altro che Astana e dintorni.

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