Il sole del Negev brucia la pelle. A mezzogiorno è una lastra bianca inchiodata sopra la testa, senza una nuvola né un angolo d’ombra. La terra è arancione, spaccata dal caldo del deserto. Dalla strada verso sud si prende una deviazione e si entra nello spiazzo dove, all’alba del 7 ottobre, migliaia di ragazzi ballavano musica elettronica al festival Nova. Oggi quel campo è una bacheca di Instagram all’aperto. Il parcheggio della festa è diventato una frontiera del tempo e dai pali ci guardano ragazzi e ragazze in centinaia di selfie. Sono al mare, abbracciati, ragazze truccate per una serata, con i capelli mossi dal vento. Sorrisi troppo giovani per essere già memoria. Tutti belli, della bellezza inconsapevole dei vent’anni. Fra i ritratti fanno lo slalom genitori, amici, professori, vicini, fidanzati. Portano candele, bandiere, braccialetti, lettere. Ci sono gli anemoni rossi, il fiore che alla fine dell’inverno trasforma il Negev in un tappeto colorato e qui è diventato il segno delle vite spezzate dal terrorismo di Hamas. Shelly Meshel-Yogev si ferma davanti alla figlia Libby. Aveva 22 anni, era ufficiale dell’esercito e campionessa di equitazione. Al Nova era andata con gli amici. Per due ore resta al telefono con i genitori, in fuga fra razzi e cancelli dei kibbutz chiusi. Poi racconta di essere stata colpita. «Mamma, sto per morire», dice con le pallottole nel corpo. Trova ancora la forza di salutare il padre, l’adorato fratello gemello, la sorella minore. «Ogni mattina mi alzo per impedirle di morire una seconda volta», ci dice al telefono la madre, a tre anni da quel giorno. Ma dal Nova qualcuno è riuscito a scappare. Amit Ganish, oggi studentessa di legge, era lì con la sua migliore amica. È fuggita stipata nell’auto di uno sconosciuto, con altre otto persone. «Sento che stiamo vivendo ancora nello stesso giorno», racconta. «Non sono più l’Amit di prima». Quella del 7 ottobre è la generazione Nova, ma anche quella dei ragazzi dei kibbutz evacuati e degli studenti che hanno visto morire e poi partire fratelli e amici. Prima il Covid, poi il terrore, poi la guerra. Gli studi indicano che quasi un adolescente su due porta addosso un trauma che non passa, che diventa notti insonni e corpo in allarme. Mal di testa e mal di stomaco senza spiegazione. Cathy Lawi, terapeuta del trauma, racconta di una ragazza che trema al rombo di una moto: le sembra una sirena. «Quando il mondo non offre sicurezza, i ragazzi si chiedono quale posto avranno dentro tutto questo caos», ci dice. C’è chi prova a rispondere entrando nei movimenti giovanili, aiutando le comunità evacuate, salendo sulle ambulanze del Magen David Adom. Altri protestano contro il governo e il blocco di Gaza. Per Lawi, «trovare un senso» è il modo meno retorico per uscire dall’impotenza. Fra poche settimane molti voteranno per la prima volta. Sono circa 595 mila ebrei e arabi fra 18 e 22 anni. In una Knesset decisa spesso su pochi seggi, possono spostare un governo. Tra i giovani ebrei, quasi tre su quattro si definiscono di destra o centrodestra. È una tendenza precedente al 7 ottobre, che la guerra ha indurito. L’opposizione di Gadi Eisenkot raccoglie però un consenso di poco superiore a quello della coalizione di governo. In Israele si cresce imparando che il vicino, dall’altra parte del confine, può essere un pericolo. Dopo il 7 ottobre quella paura è diventata esperienza, e la propaganda di Benjamin Netanyahu l’ha trasformata in politica quotidiana.