A Heidenau, in Sassonia, il Consiglio comunale ha deciso che le vittime del nazismo «non devono più essere calpestate» . Così prevede la mozione firmata da AfD e Cdu, lungo una diagonale che già squassa la politica tedesca, più una lista civica locale. C’è scritto «non calpestare le vittime», dovremmo leggere «non intralciare i cittadini». Il risultato è che sui marciapiedi non si poseranno più Stolpersteine, le pietre d’inciampo che abbiamo imparato a «riconoscere» anche in Italia. La memoria di quelle persone — trascinate via da casa verso i lager, in grandissima parte con l’unica colpa di essere di origine ebraica — verrà riposizionata in un’area del cimitero. Così che nessuno ci cammini sopra. Quella che viene presentata come una premura, un passo avanti nella sensibilità collettiva, è in realtà un passo di lato. O meglio: un pericoloso passo indietro. Le pietre d’inciampo, concepite dall’artista Gunter Demnig, erano state progettate proprio per inciamparci. Un cubetto in bassorilievo (nome, cognome, data di arresto, luogo di deportazione e morte) scavato davanti alla porta da cui qualcuno è uscito per l’ultima volta, quel giorno: una storia — la Storia — in cui incappi mentre vai a prendere il tram o il pane. Non le devi cercare, sono lì, tra i piedi. Il valore sta nel posto preciso in cui si trovano. Cambiare indirizzo al ricordo vuol dire annullarne la funzione dirompente. E il trasloco di un quadratino d’ottone svela una mappa aggiornata di separazioni. La nostra mappa contemporanea. A lungo le battaglie sulla memoria hanno assunto la forma della negazione, con una domanda sbrigativa: è successo o no? Poi è arrivata la relativizzazione. Nell’Historikerstreit degli anni Ottanta, cioè la disputa tra storici tedeschi, la questione era se la Shoah potesse essere messa sullo stesso piano di altri crimini come quelli imputabili a Stalin. In Germania siamo ora approdati a ciò che viene chiamato Historikerstreit 2.0. Sul tavolo del dibattito c’è il rapporto tra lo sterminio nazista e il lato oscuro del colonialismo europeo, fino all’attualità del conflitto israelo-palestinese . Nel 2009 lo studioso americano Michael Rothberg aveva tentato di tracciare un percorso d’uscita tra ricordi e rovi, proponendo «la memoria multidirezionale»: oltre la competizione, che è a somma zero, le costellazioni della sofferenza possono illuminarsi a vicenda e generare solidarietà. Adesso quelle e altre memorie della sofferenza circolano sì in tutte le direzioni, ma non si guardano più, si evitano. Non è necessario fare la fatica di cancellarne una: basta toglierla di mezzo — o dal mezzo — e muoverla verso la periferia dell’attenzione. Negare vuol dire «non è successo». Relativizzare vuol dire «non era così eccezionalmente grave». Spostare vuole dire «è successo, ok, ma non è a questo che dobbiamo guardare adesso». Si sceglie quindi dove dirigere lo sguardo. O la macchina da presa. In questi mesi la macchina da presa ha ruotato in due direzioni, con il compasso puntato in Israele. Qui una premessa: quanto segue non vuole tracciare confronti tra la Shoah, il 7 ottobre, Gaza. Va a toccare il modo in cui noi guardiamo, non ciò che guardiamo. La quinta stagione di Fauda , la serie israeliana distribuita da Netflix, è stata completamente riscritta dopo il 7 ottobre. Due episodi — le puntate 7 e 8 — ricostruiscono i massacri nei kibbutz e nei campi del rave party. Il resto si svolge due anni dopo, con padri orfani dei figli che inseguono i colpevoli fino a Marsiglia e un finale che vorrebbe essere consolatorio ma quasi non si riesce a seguire dopo lo choc di quella mattina d’ottobre ripercorsa minuto per minuto . Gaza non c’è: gli autori hanno scelto di tenerla fuori scena, nonostante la guerra in corso. L’Economist ha sottolineato come nelle prime stagioni Fauda — che vuol dire «caos», parola in codice per avvertire che una missione sta fallendo e nello stesso tempo sintesi perfetta della situazione nella regione — si fosse sforzata di essere equa, tanto che i protagonisti sui due fronti finivano per somigliarsi, e come invece nell’ultima sia subentrata una contrazione dell’empatia da parte israeliana. Il racconto punta alla descrizione del trauma di quel giorno, non del contesto prima o dopo o durante. E mostra come il trauma nazionale vada a «murare» l’orizzonte. La quinta stagione, un po’ a sorpresa, ha scalato le classifiche Netflix in molti Paesi arabi, tra cui Libano e Giordania. Naza , il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor premiato a Venezia, già record nelle sale italiane, fa il percorso inverso. Il titolo deriva dall’acronimo ebraico che indica il «danno collaterale». Il film è costruito sulle testimonianze anonime di militari e membri dell’intelligence israeliani, raccolte di notte, sui tetti di Tel Aviv. Le bocche protette dal buio riferiscono di un sistema di AI che seleziona gli obiettivi e stabilisce quale sia la soglia di civili palestinesi considerati «sacrificabili» per ogni bersaglio: quindici, venti, in alcuni casi — dicono — centinaia. Masha Gessen, opinionista del New York Times , Pulitzer 2026, ha notato che la parola genocidio viene pronunciata una volta sola, risultato di una moltiplicazione: tanti obiettivi dichiarati, ogni giorno e per mesi, moltiplicati per il numero di «collaterali». I registi hanno raccontato di essersi chiesti, pensando alla generazione dei nonni, come un popolo arrivi a disumanizzarne un altro fino a non riconoscerne più i tratti e i diritti: la memoria europea del Novecento viene così ridirezionata e accompagnata tra le macerie di Gaza. Le reazioni del pubblico hanno seguito le stesse linee, fermandosi alle stesse frontiere. Chi ha pianto davanti a quella stanza inutilmente blindata in un kibbutz di Sderot — con i fratelli uccisi, la madre stuprata e poi giustiziata, il giovane arabo-israeliano abbattuto come «l’ultimo dei cani» — ha liquidato Naza in quanto «propaganda». Chi ha applaudito il coraggio di Naza nel «misurare il genocidio» ha trovato indecente che Fauda non includesse Gaza nel perimetro della tragedia. La psicologia sociale ha un nome per questa dinamica esclusiva, competitive victimhood , studiata proprio sul conflitto israelo-palestinese: ciascun gruppo vuole che la propria sofferenza sia riconosciuta come autentica e soverchiante . Adesso, però, c’è stato uno slittamento: «la dislocazione» delle vite — e delle morti — degli altri. Un passaggio silenzioso, più insidioso del duello a viso aperto. Ciascuno, in buona fede, può dire di non negare il dolore dell’altro. Lo riconosce, ma lo spinge lungo i bordi dell’inquadratura e del proprio campo morale. Smarginature. Ed è su questo che dovremmo fermarci — lettori di notizie, spettatori, navigatori. La nostra non è più soltanto l’epoca della post-verità in cui i fatti si confondono. Siamo in un’epoca in cui si possono spartire gli stessi fatti senza essere mai d’accordo su quali debbano pesare come pietre e quali sollevarsi come piume. Non occorre negare e neppure smentire. O mentire. Si potrebbe parlare di una rilevanza spezzata, ridotta in frammenti che non combaciano. Cronologia, cause e conseguenze, codice etico, narrazioni visive, costruzioni linguistiche: tutti blocchi che si lasciano smontare e rimontare secondo il proprio punto di vista, secondo la propria «sensibilità», incoronata regina del giudizio. «Dislocazione», allora, diventa proprio la parola. Come far uscire un’articolazione dalla sua sede: non si rompe niente, eppure il braccio smarrisce le sue funzioni . Alla nostra capacità di capire il dolore degli altri sta succedendo qualcosa di simile. Non è stata amputata, quella capacità, si è slogata: «perdita temporanea dei rapporti articolari». Eppure, non servirebbe una memoria unica, né una classificazione concordata delle memorie. Avrebbe senso tenere più dolori nello stesso quadrante, senza bisogno di dichiararli equivalenti. La Shoah, Gaza, il 7 ottobre hanno origini, dimensioni, agenti, responsabilità, contesti propri e diversi. La riconciliazione o anche solo il riavvicinamento cominciano, però, quando il dolore degli altri smette di essere percepito come una minaccia alla memoria del tuo, quel tuo dolore che custodisci — giustamente — come sacro e vitale. La memoria che ti ridesta è quella in cui incespichi e ti sconcerta. Alle pietre di Demnig bastano 10 centimetri per 10 .
Riconoscere il dolore degli altri
A Heidenau, in Sassonia, il Consiglio comunale ha deciso che le vittime del nazismo «non devono più essere calpestate» . Così prevede la mozione firmata da AfD e Cdu, lungo una diagonale che già squassa la politica tedesca, più una lista civica locale. C’è scritto «non calpestare le vittime», dovremmo leggere «non intralciare i cittadini». Il risultato è che sui marciapiedi non si poseranno più Stolpersteine, le pietre d’inciampo che abbiamo imparato a «riconoscere» anche in Italia. La memoria di quelle persone — trascinate via da casa verso i lager, in grandissima parte con l’unica colpa di essere di origine ebraica — verrà riposizionata in un’area del cimitero. Così che nessuno ci cammini sopra. Quella che viene presentata come una premura, un passo avanti nella sensibilità collettiva, è in realtà un passo di lato. O meglio: un pericoloso passo indietro. Le pietre d’inciampo, concepite dall’artista Gunter Demnig, erano state progettate proprio per inciamparci. Un cubetto in bassorilievo (nome, cognome, data di arresto, luogo di deportazione e morte) scavato davanti alla porta da cui qualcuno è uscito per l’ultima volta, quel giorno: una storia — la Storia — in cui incappi mentre vai a prendere il tram o il pane. Non le devi cercare, sono lì, tra i piedi. Il valore sta nel posto preciso in cui si trovano. Cambiare indirizzo al ricordo vuol dire annullarne la funzione dirompente. E il trasloco di un quadratino d’ottone svela una mappa aggiornata di separazioni. La nostra mappa contemporanea. A lungo le battaglie sulla memoria hanno assunto la forma della negazione, con una domanda sbrigativa: è successo o no? Poi è arrivata la relativizzazione. Nell’Historikerstreit degli anni Ottanta, cioè la disputa tra storici tedeschi, la questione era se la Shoah potesse essere messa sullo stesso piano di altri crimini come quelli imputabili a Stalin. In Germania siamo ora approdati a ciò che viene chiamato Historikerstreit 2.0. Sul tavolo del dibattito c’è il rapporto tra lo sterminio nazista e il lato oscuro del colonialismo europeo, fino all’attualità del conflitto israelo-palestinese . Nel 2009 lo studioso americano Michael Rothberg aveva tentato di tracciare un percorso d’uscita tra ricordi e rovi, proponendo «la memoria multidirezionale»: oltre la competizione, che è a somma zero, le costellazioni della sofferenza possono illuminarsi a vicenda e generare solidarietà. Adesso quelle e altre memorie della sofferenza circolano sì in tutte le direzioni, ma non si guardano più, si evitano. Non è necessario fare la fatica di cancellarne una: basta toglierla di mezzo — o dal mezzo — e muoverla verso la periferia dell’attenzione. Negare vuol dire «non è successo». Relativizzare vuol dire «non era così eccezionalmente grave». Spostare vuole dire «è successo, ok, ma non è a questo che dobbiamo guardare adesso». Si sceglie quindi dove dirigere lo sguardo. O la macchina da presa. In questi mesi la macchina da presa ha ruotato in due direzioni, con il compasso puntato in Israele. Qui una premessa: quanto segue non vuole tracciare confronti tra la Shoah, il 7 ottobre, Gaza. Va a toccare il modo in cui noi guardiamo, non ciò che guardiamo. La quinta stagione di Fauda , la serie israeliana distribuita da Netflix, è stata completamente riscritta dopo il 7 ottobre. Due episodi — le puntate 7 e 8 — ricostruiscono i massacri nei kibbutz e nei campi del rave party. Il resto si svolge due anni dopo, con padri orfani dei figli che inseguono i colpevoli fino a Marsiglia e un finale che vorrebbe essere consolatorio ma quasi non si riesce a seguire dopo lo choc di quella mattina d’ottobre ripercorsa minuto per minuto . Gaza non c’è: gli autori hanno scelto di tenerla fuori scena, nonostante la guerra in corso. L’Economist ha sottolineato come nelle prime stagioni Fauda — che vuol dire «caos», parola in codice per avvertire che una missione sta fallendo e nello stesso tempo sintesi perfetta della situazione nella regione — si fosse sforzata di essere equa, tanto che i protagonisti sui due fronti finivano per somigliarsi, e come invece nell’ultima sia subentrata una contrazione dell’empatia da parte israeliana. Il racconto punta alla descrizione del trauma di quel giorno, non del contesto prima o dopo o durante. E mostra come il trauma nazionale vada a «murare» l’orizzonte. La quinta stagione, un po’ a sorpresa, ha scalato le classifiche Netflix in molti Paesi arabi, tra cui Libano e Giordania. Naza , il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor premiato a Venezia, già record nelle sale italiane, fa il percorso inverso. Il titolo deriva dall’acronimo ebraico che indica il «danno collaterale». Il film è costruito sulle testimonianze anonime di militari e membri dell’intelligence israeliani, raccolte di notte, sui tetti di Tel Aviv. Le bocche protette dal buio riferiscono di un sistema di AI che seleziona gli obiettivi e stabilisce quale sia la soglia di civili palestinesi considerati «sacrificabili» per ogni bersaglio: quindici, venti, in alcuni casi — dicono — centinaia. Masha Gessen, opinionista del New York Times , Pulitzer 2026, ha notato che la parola genocidio viene pronunciata una volta sola, risultato di una moltiplicazione: tanti obiettivi dichiarati, ogni giorno e per mesi, moltiplicati per il numero di «collaterali». I registi hanno raccontato di essersi chiesti, pensando alla generazione dei nonni, come un popolo arrivi a disumanizzarne un altro fino a non riconoscerne più i tratti e i diritti: la memoria europea del Novecento viene così ridirezionata e accompagnata tra le macerie di Gaza. Le reazioni del pubblico hanno seguito le stesse linee, fermandosi alle stesse frontiere. Chi ha pianto davanti a quella stanza inutilmente blindata in un kibbutz di Sderot — con i fratelli uccisi, la madre stuprata e poi giustiziata, il giovane arabo-israeliano abbattuto come «l’ultimo dei cani» — ha liquidato Naza in quanto «propaganda». Chi ha applaudito il coraggio di Naza nel «misurare il genocidio» ha trovato indecente che Fauda non includesse Gaza nel perimetro della tragedia. La psicologia sociale ha un nome per questa dinamica esclusiva, competitive victimhood , studiata proprio sul conflitto israelo-palestinese: ciascun gruppo vuole che la propria sofferenza sia riconosciuta come autentica e soverchiante . Adesso, però, c’è stato uno slittamento: «la dislocazione» delle vite — e delle morti — degli altri. Un passaggio silenzioso, più insidioso del duello a viso aperto. Ciascuno, in buona fede, può dire di non negare il dolore dell’altro. Lo riconosce, ma lo spinge lungo i bordi dell’inquadratura e del proprio campo morale. Smarginature. Ed è su questo che dovremmo fermarci — lettori di notizie, spettatori, navigatori. La nostra non è più soltanto l’epoca della post-verità in cui i fatti si confondono. Siamo in un’epoca in cui si possono spartire gli stessi fatti senza essere mai d’accordo su quali debbano pesare come pietre e quali sollevarsi come piume. Non occorre negare e neppure smentire. O mentire. Si potrebbe parlare di una rilevanza spezzata, ridotta in frammenti che non combaciano. Cronologia, cause e conseguenze, codice etico, narrazioni visive, costruzioni linguistiche: tutti blocchi che si lasciano smontare e rimontare secondo il proprio punto di vista, secondo la propria «sensibilità», incoronata regina del giudizio. «Dislocazione», allora, diventa proprio la parola. Come far uscire un’articolazione dalla sua sede: non si rompe niente, eppure il braccio smarrisce le sue funzioni . Alla nostra capacità di capire il dolore degli altri sta succedendo qualcosa di simile. Non è stata amputata, quella capacità, si è slogata: «perdita temporanea dei rapporti articolari». Eppure, non servirebbe una memoria unica, né una classificazione concordata delle memorie. Avrebbe senso tenere più dolori nello stesso quadrante, senza bisogno di dichiararli equivalenti. La Shoah, Gaza, il 7 ottobre hanno origini, dimensioni, agenti, responsabilità, contesti propri e diversi. La riconciliazione o anche solo il riavvicinamento cominciano, però, quando il dolore degli altri smette di essere percepito come una minaccia alla memoria del tuo, quel tuo dolore che custodisci — giustamente — come sacro e vitale. La memoria che ti ridesta è quella in cui incespichi e ti sconcerta. Alle pietre di Demnig bastano 10 centimetri per 10 .

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