Dal nostro inviato Sarebbe stato scoperto l’ indirizzo Ip , ovvero il codice che identifica un dispositivo connesso a una rete locale o a Internet. Una specie di «indirizzo postale», in sintesi. Che porterebbe addirittura a Pietracatella, il borgo di 1.000 abitanti, a circa 30 chilometri da Campobasso , teatro del «giallo della ricina» , quello che ha visto la morte, il 27 e il 28 dicembre scorsi, di Sara Di Vita e di sua madre Antonella, uccise dalla letale proteina. E appunto: negli Stati Uniti sarebbe stato individuato l’indirizzo Ip a cui è agganciato il computer da cui è partita, nel Molise, una ricerca, prima di Natale, sulle modalità di preparazione della ricina in polvere . Una notizia giunta ieri sera dall’Adnkronos che però non trova conferma da parte della procuratrice di Larino Elvira Antonelli — «non ho informazioni in tal senso» — che procede per duplice omicidio volontario premeditato e nemmeno dal capo della Squadra mobile di Campobasso Marco Graziano a cui è stata affidata l’inchiesta. Sempre secondo Adn il cerchio si starebbe stringendo non solo attorno a chi ha fatto la ricerca su Internet, ma anche su chi avrebbe preparato il veleno e su chi, infine, lo avrebbe portato a casa dei Di Vita. Di sicuro quella di ieri è stata una giornata importante per l’inchiesta: in Questura sono state convocate, per un’audizione, due donne, madre e figlia . Si tratta della sorella e della nipote dell’uomo (anche lui ascoltato settimane fa) che il 22 dicembre andò a trovare Antonella, consulente del lavoro, nel suo ufficio a Campobasso diviso con il marito Gianni, commercialista. Un incontro che sarebbe avvenuto, dunque, il giorno prima della data più probabile, quella del 23, in cui sarebbe avvenuto l’avvelenamento. Va ricordato che l’uomo, tecnico di laboratorio scolastico all’Agrario di Riccia, è il marito di Monia, docente e cara amica di Gianni. L’insegnante è stata interrogata più volte e a metà agosto, per un paio d’ore, venne messa davanti a Di Vita nel corso di un vero e proprio «confronto all’americana». Mercoledì, tra l’altro, è stato ascoltato, per un paio d’ore, pure un conoscente della professoressa. Audizione di «particolare rilievo» secondo gli investigatori. E ancora: ieri sera il Tg1 ha rivelato dettagli sugli oggetti presi durante le perquisizioni di martedì nei due studi professionali e nella nuova casa di Gianni, tra Campobasso e Pietracatella. Oltre alla borsa di Antonella — che la donna aveva con sé quando raggiunse l’ospedale, la notte del 27, e che suo fratello poi consegnò al marito — con dentro tra l’altro le foto delle figlie e appunti di lavoro, ci sono un cellulare e una chiavetta Usb. E anche l’autobiografia «Tiro al piccione», un cult nel mondo della destra sociale visto che l’autore, il molisano Giose Rimanelli poi docente negli Usa, era un «vinto» di Salò, e dal libro Giuliano Montaldo trasse un film. Quanto alle ricerche della ricina sul web, furono «scovate» da Alessandra Potena, giornalista tv di Canale 122-Fatti di nera . Messaggi inquietanti apparsi su Reddit, piattaforma web con sede in California. La prima delle richieste compare nel luglio scorso e il «flusso» dei messaggi va avanti per mesi. «Sto scrivendo una storia nella linea temporale moderna e ho bisogno di far morire un personaggio con un veleno da consumare o iniettare: mi dareste consigli?» chiede uno. Che spiega: «Il protagonista sta eliminando il “personaggio A”, un insegnante, per i suoi approcci verso la sorella minore di un altro personaggio». E ancora: «Alla base c’è l’idea che il personaggio non venga catturato, ma solo sospettato». Gli investigatori «non riuscirebbero a identificare il veleno e a collegare la morte del personaggio principale». Ma eccolo, il suggerimento che arriva da qualcuno: «Mi viene in mente la ricina».