Una «consulenza tecnica» affidata dalla pm Rosa Muscio all’allora capitano dei Ris Alberto Marino che, strada facendo, diventerà «un’indagine tecnica» con la partecipazione di altri carabinieri (non incaricati) e che arriverà alla procura di Vigevano con la firma del comandante Luciano Garofano . È anche su questo aspetto che si stanno concentrando le indagini dei magistrati di Pavia sul caso delle «mancate» comunicazioni dei dati negativi del Dna sui pedali della bici di Alberto Stasi. Un’inchiesta bis nella quale i pm pavesi vogliono capire se, oltre ai reati prescritti dopo 19 anni, le nuove testimonianze dei Ris possano invece avere «riverberi» sull’indagine in corso su Sempio. Un tema sul quale oggi lo scontro è altissimo. Gli ex consulenti di Stasi, i genetisti Francesco Maria Avato e Matteo Fabbri, hanno annunciato querela nei confronti del consulente dei Poggi, Marzio Capra, che a Quarto Grado ha detto: «Anche loro erano a conoscenza di quei risultati» che gli erano stati fatti vedere dal Ris durante una riunione la mattina del 24 settembre 2007. Una circostanza negata con forza da Avato e Fabbri, che hanno chiesto di essere sentiti dai pm di Pavia. Il racconto di quanto accadde in quei giorni, come emerso negli interrogatori di fine settembre degli stessi carabinieri dei Ris, servirà invece a ricostruire l a catena di responsabilità all’interno dei laboratori del Palazzo del Giardino, storica sede dei Ris di Parma. All’allora vice comandante Marco Pizzamiglio i pm hanno chiesto perché le consulenze che la pm Rosa Muscio affidò direttamente ai carabinieri Aldo Mattei e Alberto Marino, portino anche la firma di Garofano: «Vuol dire che è stata considerata come un’indagine tecnica del reparto. Io però ricordo benissimo che la dottoressa voleva che le indagini fossero fatte come consulenza tecnica, anch’io le avevo consigliato di farla come attività del reparto, ma non aveva voluto». Secondo Pizzamiglio fu il comandante Garofano una volta tornato (era in Brasile) a parlare con la pm: «Poi è rientrato Garofano, finalmente, dopo diverse settimane e, ovviamente, non andava bene niente di quello che avevamo fatto. Non voleva che facessero le consulenze loro (Marino e Mattei, ndr), voleva che le facessero d’ufficio, invece la dottoressa era stata categorica, voleva la consulenza». In sostanza, per i pm era Marino — colui che materialmente era stato incaricato dalla procura di occuparsi delle analisi in regime di accertamenti tecnici urgenti irripetibili — a doversi rapportare con la pm Muscio, mentre lo fece Garofano che firmò anche la relazione su quel Dna. Lo conferma lo stesso ex comandante ai pm: «Da comandante, trasmettevo gli atti che avevo letto». E lo ribadisce a verbale Marino : «Io ricordo di aver informato la scala gerarchica e che la scala gerarchica ha preso contatti con l’autorità giudiziaria. Questo le posso dire praticamente di certo. Non ho interloquito io con l’autorità giudiziaria». La questione è dirimente perch é i magistrati vogliono capire chi non informò di quelle contro-analisi negative la pm Muscio e decise di non depositare gli esiti nel fascicolo. Tutti e due su questo sono concordi: «Non ricordo». Un altro aspetto da capire è chi agì materialmente sui campioni. Il dato «positivo» al dna di Chiara Poggi sui pedali non fu estratto da Marino ma da un collega, «Port». I l nome di Giorgio Portera (oggi opinionista a Quarto Grado ) non era mai emerso prima negli atti. Lui, interrogato, ha detto: «Lo user name “Port” lo usavo solo io. È probabile che stessi analizzando delle tracce relative ai miei procedimenti e che, avendo dello spazio disponibile nella macchina, avessi caricato anche questi campioni».
Rebus Garlasco: si indaga per capire chi non informò la pm delle contro-analisi sulla bici di Stasi (e chi agì sui campioni)
Una «consulenza tecnica» affidata dalla pm Rosa Muscio all’allora capitano dei Ris Alberto Marino che, strada facendo, diventerà «un’indagine tecnica» con la partecipazione di altri carabinieri (non incaricati) e che arriverà alla procura di Vigevano con la firma del comandante Luciano Garofano . È anche su questo aspetto che si stanno concentrando le indagini dei magistrati di Pavia sul caso delle «mancate» comunicazioni dei dati negativi del Dna sui pedali della bici di Alberto Stasi. Un’inchiesta bis nella quale i pm pavesi vogliono capire se, oltre ai reati prescritti dopo 19 anni, le nuove testimonianze dei Ris possano invece avere «riverberi» sull’indagine in corso su Sempio. Un tema sul quale oggi lo scontro è altissimo. Gli ex consulenti di Stasi, i genetisti Francesco Maria Avato e Matteo Fabbri, hanno annunciato querela nei confronti del consulente dei Poggi, Marzio Capra, che a Quarto Grado ha detto: «Anche loro erano a conoscenza di quei risultati» che gli erano stati fatti vedere dal Ris durante una riunione la mattina del 24 settembre 2007. Una circostanza negata con forza da Avato e Fabbri, che hanno chiesto di essere sentiti dai pm di Pavia. Il racconto di quanto accadde in quei giorni, come emerso negli interrogatori di fine settembre degli stessi carabinieri dei Ris, servirà invece a ricostruire l a catena di responsabilità all’interno dei laboratori del Palazzo del Giardino, storica sede dei Ris di Parma. All’allora vice comandante Marco Pizzamiglio i pm hanno chiesto perché le consulenze che la pm Rosa Muscio affidò direttamente ai carabinieri Aldo Mattei e Alberto Marino, portino anche la firma di Garofano: «Vuol dire che è stata considerata come un’indagine tecnica del reparto. Io però ricordo benissimo che la dottoressa voleva che le indagini fossero fatte come consulenza tecnica, anch’io le avevo consigliato di farla come attività del reparto, ma non aveva voluto». Secondo Pizzamiglio fu il comandante Garofano una volta tornato (era in Brasile) a parlare con la pm: «Poi è rientrato Garofano, finalmente, dopo diverse settimane e, ovviamente, non andava bene niente di quello che avevamo fatto. Non voleva che facessero le consulenze loro (Marino e Mattei, ndr), voleva che le facessero d’ufficio, invece la dottoressa era stata categorica, voleva la consulenza». In sostanza, per i pm era Marino — colui che materialmente era stato incaricato dalla procura di occuparsi delle analisi in regime di accertamenti tecnici urgenti irripetibili — a doversi rapportare con la pm Muscio, mentre lo fece Garofano che firmò anche la relazione su quel Dna. Lo conferma lo stesso ex comandante ai pm: «Da comandante, trasmettevo gli atti che avevo letto». E lo ribadisce a verbale Marino : «Io ricordo di aver informato la scala gerarchica e che la scala gerarchica ha preso contatti con l’autorità giudiziaria. Questo le posso dire praticamente di certo. Non ho interloquito io con l’autorità giudiziaria». La questione è dirimente perch é i magistrati vogliono capire chi non informò di quelle contro-analisi negative la pm Muscio e decise di non depositare gli esiti nel fascicolo. Tutti e due su questo sono concordi: «Non ricordo». Un altro aspetto da capire è chi agì materialmente sui campioni. Il dato «positivo» al dna di Chiara Poggi sui pedali non fu estratto da Marino ma da un collega, «Port». I l nome di Giorgio Portera (oggi opinionista a Quarto Grado ) non era mai emerso prima negli atti. Lui, interrogato, ha detto: «Lo user name “Port” lo usavo solo io. È probabile che stessi analizzando delle tracce relative ai miei procedimenti e che, avendo dello spazio disponibile nella macchina, avessi caricato anche questi campioni».

SOURCE TRANSPARENCY