Questa mattina è stato presentato al Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, il rapporto sulle dichiarazioni fiscali degli italiani a cura di Itinerari previdenziali, il centro studi diretto da Alberto Brambilla. Il 30 per cento dei contribuenti paga il 79 per cento del gettito Irpef . In particolare, su otto milioni di dichiaranti, il 18,78 per cento del totale, con un reddito superiore ai 35 mila euro annui, pesa per il 65 per cento sul gettito complessivo.  Sono 24,5 milioni gli italiani che non pagano nulla, ma che sono beneficiari comunque - ed è giusto che sia così - dei servizi di Welfare (Servizio sanitario nazionale, assistenza, ecc.) che, nei calcoli di Itinerari previdenziali, costano ormai più di 325 miliardi l’anno, assorbendo l’incasso di tutti i tributi non solo l’Irpef. La domanda di fondo è fino a che punto si possa andare avanti con questo squilibrio. Un italiano adulto su tre non contribuisce minimamente al finanziamento del welfare . Siamo veramente così poveri? O, come osserva Brambilla, il meccanismo assai generoso dell’Isee e la scomparsa di sussidi e benefici oltre una certa soglia di reddito, non finisca poi per incentivare le sottodichiarazioni e dunque elusione ed evasione?  Il presidente di Cida, la Confederazione italiana dirigenti, Stefano Cuzzilla sostiene che «chi cresce attraverso il lavoro e la professionalità e dichiara integralmente il proprio reddito non debba essere sistematicamente penalizzato. Pagare di più al crescere del reddito è progressività; perdere contemporaneamente detrazioni, agevolazioni e prestazioni può trasformarsi invece in una vera e propria benefit trap, una trappola dei benefici . Un welfare efficace deve proteggere chi è in difficoltà e accompagnarlo verso l’autonomia, non creare nuovi disincentivi al lavoro e alla crescita professionale».  Ma la vera trappola per il Paese è quella tesa da chi ottiene benefici che non merita, nascondendosi al Fisco. Senza provare alcun minimo disagio.