La parola scelta dalla Smolenskaja, il grattacielo staliniano sull’omonima piazza dove ha sede il ministero degli Esteri russo, era predosterezhenie , ammonimento. Quella è gente allevata a pane e diplomazia, che salvo poche eccezioni conosce la sfumatura di ogni singolo termine. È il lessico delle circolari, delle lettere di richiamo agli impiegati, dei cartelli sui cantieri. Sabato, per la prima volta, è stato usato per i capi di governo stranieri. La nota diffusa sabato pomeriggio ricordava come chi decide di visitare la capitale ucraina «si espone consapevolmente a un pericolo mortale». Non faceva il nome di Friedrich Merz. Non ce n’era bisogno. Per oltre quattro anni le visite dei leader occidentali sono state una specie di zona franca, rispettata per tacita convenzione. Appena un mese fa Putin aveva sospeso per tre giorni i raid sulla capitale ucraina in onore di Witkoff e Kushner. Ma la cortesia vale ormai solo per gli americani. Agli europei viene recapitato un altro messaggio: il vostro sostegno a Kiev ha un prezzo, e potreste pagarlo di persona. Nel granitico immobilismo delle posizioni russe sull’attuale conflitto, si tratta di una piccola novità, che certo non va nel senso sperato da chi favoleggia di negoziati e di inviati speciali dell’Ue. I media russi hanno colto il dettaglio. Il Moskovskij Komsomolets , che da giorni racconta con grande entusiasmo il «lunedì nero di Zelensky» e il centro di Kiev scoperchiato dai droni Geran, con una certa malizia ha registrato il colpo al ponte nell’ora esatta dell’arrivo del cancelliere, presentandolo come «una semplice questione di logistica militare». Su Vzglyad , quotidiano online sotto il controllo dell’Istituto per la ricerca sociale, direttamente associato al Cremlino, che dal 2022 ha trasformato il proprio logo con le lettere VZ nel simbolo dell’invasione russa, l’esperto militare Jurij Knutov è stato più esplicito, spiegando che la Russia ha smesso di trattenersi quando in Ucraina ci sono «ospiti di riguardo», e lo fa apposta, perché le delegazioni straniere capiscano. Il politologo Marat Bashirov ha scritto che l’Europa ha bisogno di una «vittima sacrificale», salvo precisare che lui avrebbe preferito Zelensky al «surrogato tedesco». Maria Zakharova, nota portavoce del ministero degli Esteri, ha parlato di «assassini che tornano sul luogo del delitto», mentre Kirill Dmitriev ha ribattezzato Merz «cancelliere dell’Ucraina». Per finire la rassegna parziale, il senatore Grigorij Karasin ha spiegato che non si trattava di una minaccia, «ma di un consiglio a pensare alla propria sicurezza». Il quadro generale lo ha fornito Dmitrij Peskov nella consueta intervista a Pavel Zarubin, il giornalista televisivo più amato dal Cremlino. Se Putin ha appena detto che resta in mano ucraina l’undici per cento del Donetsk, il suo portavoce ha precisato che per quella regione «continueremo a combattere, anche se fosse mezzo punto percentuale, o un centesimo. È Federazione russa, non c’è nulla da discutere». Ma la frase rivelatrice è un’altra. Peskov ha sostenuto che Mosca si sta «avvitando in questa spirale», perché «in assenza delle possibilità di discutere accordarsi» la guerra resta l’unico modo per ottenere i propri interessi, che rimangono ancorati alla pretesa di quella parte di Donbass non ancora conquistata dal proprio esercito. Ecco la strategia, ridotta all’osso. Sul terreno, l’erosione lenta e costosa di quel che la Costituzione russa considera già proprio, accelerata dalla vaga sensazione che il 2027 possa essere l’anno dell’ora o mai più, perché le finanze pubbliche difficilmente possono reggere oltre. Nel cielo, la pressione sulle città, sui ponti, sull’energia, alla vigilia del quinto inverno di guerra. E adesso un terzo livello, psicologico: rendere scomodo, persino pericoloso, il gesto simbolico della solidarietà. Merz ha portato un miliardo di aiuti militari e 350 milioni per la rete elettrica. Il Cremlino scommette che in patria, dove il cancelliere è in difficoltà, quelle foto di gruppo gli costeranno più di quanto valgano a Kiev. La spirale di cui parla Peskov ha trovato un nuovo giro.
Putin, Merz e l'avviso ai leader europei: chi visita Kiev «si espone consapevolmente a un pericolo mortale» | Il raid durante la visita del Cancelliere
La parola scelta dalla Smolenskaja, il grattacielo staliniano sull’omonima piazza dove ha sede il ministero degli Esteri russo, era predosterezhenie , ammonimento. Quella è gente allevata a pane e diplomazia, che salvo poche eccezioni conosce la sfumatura di ogni singolo termine. È il lessico delle circolari, delle lettere di richiamo agli impiegati, dei cartelli sui cantieri. Sabato, per la prima volta, è stato usato per i capi di governo stranieri. La nota diffusa sabato pomeriggio ricordava come chi decide di visitare la capitale ucraina «si espone consapevolmente a un pericolo mortale». Non faceva il nome di Friedrich Merz. Non ce n’era bisogno. Per oltre quattro anni le visite dei leader occidentali sono state una specie di zona franca, rispettata per tacita convenzione. Appena un mese fa Putin aveva sospeso per tre giorni i raid sulla capitale ucraina in onore di Witkoff e Kushner. Ma la cortesia vale ormai solo per gli americani. Agli europei viene recapitato un altro messaggio: il vostro sostegno a Kiev ha un prezzo, e potreste pagarlo di persona. Nel granitico immobilismo delle posizioni russe sull’attuale conflitto, si tratta di una piccola novità, che certo non va nel senso sperato da chi favoleggia di negoziati e di inviati speciali dell’Ue. I media russi hanno colto il dettaglio. Il Moskovskij Komsomolets , che da giorni racconta con grande entusiasmo il «lunedì nero di Zelensky» e il centro di Kiev scoperchiato dai droni Geran, con una certa malizia ha registrato il colpo al ponte nell’ora esatta dell’arrivo del cancelliere, presentandolo come «una semplice questione di logistica militare». Su Vzglyad , quotidiano online sotto il controllo dell’Istituto per la ricerca sociale, direttamente associato al Cremlino, che dal 2022 ha trasformato il proprio logo con le lettere VZ nel simbolo dell’invasione russa, l’esperto militare Jurij Knutov è stato più esplicito, spiegando che la Russia ha smesso di trattenersi quando in Ucraina ci sono «ospiti di riguardo», e lo fa apposta, perché le delegazioni straniere capiscano. Il politologo Marat Bashirov ha scritto che l’Europa ha bisogno di una «vittima sacrificale», salvo precisare che lui avrebbe preferito Zelensky al «surrogato tedesco». Maria Zakharova, nota portavoce del ministero degli Esteri, ha parlato di «assassini che tornano sul luogo del delitto», mentre Kirill Dmitriev ha ribattezzato Merz «cancelliere dell’Ucraina». Per finire la rassegna parziale, il senatore Grigorij Karasin ha spiegato che non si trattava di una minaccia, «ma di un consiglio a pensare alla propria sicurezza». Il quadro generale lo ha fornito Dmitrij Peskov nella consueta intervista a Pavel Zarubin, il giornalista televisivo più amato dal Cremlino. Se Putin ha appena detto che resta in mano ucraina l’undici per cento del Donetsk, il suo portavoce ha precisato che per quella regione «continueremo a combattere, anche se fosse mezzo punto percentuale, o un centesimo. È Federazione russa, non c’è nulla da discutere». Ma la frase rivelatrice è un’altra. Peskov ha sostenuto che Mosca si sta «avvitando in questa spirale», perché «in assenza delle possibilità di discutere accordarsi» la guerra resta l’unico modo per ottenere i propri interessi, che rimangono ancorati alla pretesa di quella parte di Donbass non ancora conquistata dal proprio esercito. Ecco la strategia, ridotta all’osso. Sul terreno, l’erosione lenta e costosa di quel che la Costituzione russa considera già proprio, accelerata dalla vaga sensazione che il 2027 possa essere l’anno dell’ora o mai più, perché le finanze pubbliche difficilmente possono reggere oltre. Nel cielo, la pressione sulle città, sui ponti, sull’energia, alla vigilia del quinto inverno di guerra. E adesso un terzo livello, psicologico: rendere scomodo, persino pericoloso, il gesto simbolico della solidarietà. Merz ha portato un miliardo di aiuti militari e 350 milioni per la rete elettrica. Il Cremlino scommette che in patria, dove il cancelliere è in difficoltà, quelle foto di gruppo gli costeranno più di quanto valgano a Kiev. La spirale di cui parla Peskov ha trovato un nuovo giro.

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