«Maiali nel fango» , così ci aveva ribattezzati il Financial Times nel 2008 . La celebre testata economica sfruttava con disprezzo l’acronimo che definiva i 5 Paesi dell’Eurozona con i conti pubblici più disastrati , i Piigs&nbsp; appunto, ovvero Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna . L’anno precedente era esplosa la crisi finanziaria innescata negli Stati Uniti dalla bolla dei mutui subprime , travolgendo il sistema bancario globale. I mutui, nascosti dentro complessi prodotti finanziari venduti in tutti il mondo, avevano perso il loro valore reale e i Paesi con una pubblica amministrazione meno efficiente e il debito sovrano più elevato finirono nel mirino dei mercati . Vediamo come i&nbsp; Piigs&nbsp; hanno affrontato la tempesta e cosa è successo dopo. Scopriremo come e perché, tranne l’Italia, tutti gli altri Paesi oggi hanno il vento in poppa .&nbsp; L’Irlanda è la prima a finire sotto pressione . Dopo il boom degli anni ’90 , alimentato dalla corsa dei prezzi delle case , nel 2008 il mercato immobiliare crolla e trascina nella crisi anche le banche . Lo Stato è costretto a salvarle e, per evitare la bancarotta , nel novembre 2010 Dublino chiede a Bce, Unione europea e Fondo monetario internazionale &nbsp;(la famosa Troika ) un prestito da 67,5 miliardi di euro . In cambio accetta un duro programma di riforme e austerità : nazionalizzazione degli Istituti insolventi, taglio alla spesa pubblica, riduzione del 15% degli stipendi statali più elevati, aumento dell’Iva e altre imposte. Il prezzo sociale è altissimo: la disoccupazione triplica (15%), riprende l’emigrazione e il rapporto debito/Pil sale al 128% . A partire dal 2014 però l’economia torna a crescere , il costo del debito cala, ripartono le esportazioni e aumentano gli investimenti delle multinazionali tecnologiche e farmaceutiche. Negli ultimi 10 anni l’economia irlandese è cresciuta in media del 6,3% l’anno, la disoccupazione è tornata al 5,1% e il rapporto debito/Pil è quasi ai livelli pre-crisi ( 31,6%). Resta un punto dolente: il modello economico dipende dalle grandi multinazionali straniere che da sole generano la metà del Pil ( Qui ), perché attratte soprattutto dall’ aliquota societaria del 12,5 %, tra le più basse della Ue .&nbsp; &nbsp; In Grecia il debito non è più gestibile a partire dal 18 ottobre del 2009 , quando il nuovo premier Giorgos Papandreou rivela che i governi precedenti hanno truccato i conti pubblici per permettere al Paese di entrare nell’ euro . E si scopre così che da anni Atene vive al di sopra delle proprie possibilità : troppi dipendenti pubblici, pensioni anticipate, evasione fiscale di massa, e un clientelismo sistemico. Ad aver appesantito ulteriormente i conti si aggiungono le spese faraoniche per le Olimpiadi del 2004 . Nel maggio 2010, quando il Paese è costretto ad accettare il primo piano di aiuti della Troika , la situazione è drammatica: il disavanzo supera l’11% e il debito pubblico è fuori controllo (nel 2014 sfiorerà il 183% del Pil). In cambio del salvataggio sono richieste riforme lacrime e sangue : allungamento dell’età pensionabile a 67 anni, tagli agli stipendi pubblici, aumenti del carico fiscale, riduzione della spesa sanitaria, privatizzazioni per 50 miliardi e liberalizzazione del mercato del lavoro. Scoppia la rivolta sociale, mentre la crisi spinge la disoccupazione fino al 27% e i redditi crollano. La Troika attiva altri due programmi di aiuti finanziari (2012 e 2015), prestando complessivamente 289 miliardi di euro. Alla fine il percorso di risanamento e rilancio , più lungo rispetto a quello degli altri Piigs , viene completato sia dai governi&nbsp;«anti-sistema» di Alexis Tsipras (2015-19) sia del moderato Kyriakos Mitsotakis (2019-26), puntando sulla ripresa di turismo, investimenti esteri ed esportazioni. Dal 2016 l’economia greca si è stabilizzata, crescendo in media dell’1,8% , la disoccupazione è scesa al 7,9%, la spesa pubblica si è ridotta di due punti percentuali rispetto alla ricchezza prodotta e il rapporto debito/Pil si attesterà quest’anno al 136,9% , sotto il livello dell’Italia. Dopo decenni di saldi commerciali negativi, nel 2010 Lisbona presenta un deficit pubblico che supera l’11% . Nel 2011 Troika anche per il Portogallo , che accetta un programma di risanamento da 78 miliardi di euro , in cambio di durissime misure di austerità : aumento dell’Iva, delle imposte su proprietà e redditi, riduzione degli stipendi dei dipendenti pubblici, tagli e trattenute sulle pensioni più alte (in parte poi bocciate dalla Corte Costituzionale ). Parallelamente il Paese avvia riforme strutturali volte a semplificare la burocrazia e accelerare la spending review . Per tre anni il Portogallo deve fare i conti con scioperi e mobilitazioni continue e una disoccupazione salita al 16,4% . Nel 2014 però torna a finanziarsi sui mercati . I governi di António Costa (2015-2024) e Luís Montenegro (2024-26) proseguono sulla strada della disciplina fiscale , riducendo il debito e rafforzando la fiducia degli investitori. Negli ultimi dieci anni il Portogallo è cresciuto del 2,2% annuo , la disoccupazione è scesa al 5,7% , il peso della spesa pubblica si è ridotto di circa due punti rispetto alla ricchezza prodotta ( Qui</a&