Ci vuole una buona dose di coraggio nel farsi un ritratto in mutande. Be’, oggi forse di selfie simili ne vediamo tanti nei social, ma qui parliamo di un artista fiorentino che nel 1525 aveva 31 anni quando disegnò un autoritratto in mutande oggi conservato nella National Gallery di Londra. È Jacopo Carucci, famoso come Pontormo, nato nei pressi di Empoli nel 1494 e oggi riconosciuto come il principe della Maniera, cioè di quella tendenza cinquecentesca a ispirarsi ai tre grandi rinascimentali, Raffaello, Leonardo e Michelangelo per creare nuove forme, forse anche un nuovo modello estetico. Dal 9 ottobre nelle Scuderie Papali del Quirinale, una grande mostra renderà omaggio a uno degli artisti più misteriosi della storia , un uomo che – a dispetto di un’indole riservata – morirà nel 1557 dando vita a una radicata leggenda fatta di lunaticità, bizzarria, per qualcuno anche di follia. In verità oggi sappiamo che la vita di Pontormo fu molto più ordinaria, che tante voci sul suo conto vennero alimentate dai contemporanei e che la sua particolarissima ricerca stilistica era l’unica vera grande ossessione che si concesse in vita. Ma i colori acidi e accesi, insoliti per l’epoca, la capacità giocare con gli sguardi delle figure, persino le invenzioni prospettiche , hanno fatto sì che nel corso dei secoli figure come Tintoretto e più di recente Bill Viola hanno preso a modello come esempio di straordinaria innovazione. Per capire davvero Pontormo forse si può partire da uno dei suoi dipinti più famosi, la Visitazione di Carmignano. Il soggetto è l’incontro evangelico tra Maria ed Elisabetta. Le due donne sono in primo piano, e a incontrarsi non sono soltanto i corpi ma anche i colori – brillanti e acidi – che scivolano da un corpo all’altro, in movimento, come se fossero parte dell’azione stessa. Alle loro spalle due figure immobili, quasi due doppi cromatici di Elisabetta e Maria. Questo era Pontormo: ricerca, innovazione, coraggio stilistico. Con un carattere tutto suo . Si chiudeva in casa per giorni e giorni, non faceva entrare nessuno, era ossessionato dal cibo e teneva un diario nel quale annotava minuziosamente quello che mangiava, aggiungendo anche gli effetti che il cibo sortiva nel corpo. Un esempio: «Adì 16 martedì cominciai quella figura e la sera cenai un poco di carnaccia, che mi fece poco pro», «cenai con della carne scadente che mi fece poco bene». Tutto questo non era perfettamente comprensibile per la Firenze-bene, per quegli artisti e storici come Giorgio Vasari per i quali il talento di un pittore si misurava dal riconoscimento economico e sociale. E così i suoi contemporanei non si davano pace quando Pontormo accettava di lavorare per un semplice operaio e snobbava un ricco mercante. «Non voleva lavorare se non quando et a chi gli piaceva», scrisse Vasari alimentando la leggenda di un Pontormo bizzarro e stralunato. E quando Bill Viola, una quarantina di anni fa, vide per la prima volta la Deposizione di Santa Felicita, i colori brillanti, le espressioni ambigue, insomma quel miracolo pittorico pontormesco, uscendo dalla chiesa disse tra sé e sé: Ma che cosa si è fumato per riuscire a fare questo? Nulla. Jacopo Carucci era un infaticabile e insaziabile esploratore di cose nuove. rscorranese@corriere.it
Pontormo l’insaziabile sperimentatore
Ci vuole una buona dose di coraggio nel farsi un ritratto in mutande. Be’, oggi forse di selfie simili ne vediamo tanti nei social, ma qui parliamo di un artista fiorentino che nel 1525 aveva 31 anni quando disegnò un autoritratto in mutande oggi conservato nella National Gallery di Londra. È Jacopo Carucci, famoso come Pontormo, nato nei pressi di Empoli nel 1494 e oggi riconosciuto come il principe della Maniera, cioè di quella tendenza cinquecentesca a ispirarsi ai tre grandi rinascimentali, Raffaello, Leonardo e Michelangelo per creare nuove forme, forse anche un nuovo modello estetico. Dal 9 ottobre nelle Scuderie Papali del Quirinale, una grande mostra renderà omaggio a uno degli artisti più misteriosi della storia , un uomo che – a dispetto di un’indole riservata – morirà nel 1557 dando vita a una radicata leggenda fatta di lunaticità, bizzarria, per qualcuno anche di follia. In verità oggi sappiamo che la vita di Pontormo fu molto più ordinaria, che tante voci sul suo conto vennero alimentate dai contemporanei e che la sua particolarissima ricerca stilistica era l’unica vera grande ossessione che si concesse in vita. Ma i colori acidi e accesi, insoliti per l’epoca, la capacità giocare con gli sguardi delle figure, persino le invenzioni prospettiche , hanno fatto sì che nel corso dei secoli figure come Tintoretto e più di recente Bill Viola hanno preso a modello come esempio di straordinaria innovazione. Per capire davvero Pontormo forse si può partire da uno dei suoi dipinti più famosi, la Visitazione di Carmignano. Il soggetto è l’incontro evangelico tra Maria ed Elisabetta. Le due donne sono in primo piano, e a incontrarsi non sono soltanto i corpi ma anche i colori – brillanti e acidi – che scivolano da un corpo all’altro, in movimento, come se fossero parte dell’azione stessa. Alle loro spalle due figure immobili, quasi due doppi cromatici di Elisabetta e Maria. Questo era Pontormo: ricerca, innovazione, coraggio stilistico. Con un carattere tutto suo . Si chiudeva in casa per giorni e giorni, non faceva entrare nessuno, era ossessionato dal cibo e teneva un diario nel quale annotava minuziosamente quello che mangiava, aggiungendo anche gli effetti che il cibo sortiva nel corpo. Un esempio: «Adì 16 martedì cominciai quella figura e la sera cenai un poco di carnaccia, che mi fece poco pro», «cenai con della carne scadente che mi fece poco bene». Tutto questo non era perfettamente comprensibile per la Firenze-bene, per quegli artisti e storici come Giorgio Vasari per i quali il talento di un pittore si misurava dal riconoscimento economico e sociale. E così i suoi contemporanei non si davano pace quando Pontormo accettava di lavorare per un semplice operaio e snobbava un ricco mercante. «Non voleva lavorare se non quando et a chi gli piaceva», scrisse Vasari alimentando la leggenda di un Pontormo bizzarro e stralunato. E quando Bill Viola, una quarantina di anni fa, vide per la prima volta la Deposizione di Santa Felicita, i colori brillanti, le espressioni ambigue, insomma quel miracolo pittorico pontormesco, uscendo dalla chiesa disse tra sé e sé: Ma che cosa si è fumato per riuscire a fare questo? Nulla. Jacopo Carucci era un infaticabile e insaziabile esploratore di cose nuove. rscorranese@corriere.it

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