Dal nostro inviato PIETRACATELLA (CAMPOBASSO) Quel libriccino è un cult, il titolo è «Tiro al piccione». Autobiografia di un sedicenne, il molisano Giose Rimanelli, che si arruola, suo malgrado, nella Repubblica sociale italiana e poi, nauseato da orrori e nefandezze della guerra e dei nazifascisti, diserta. Era il 1953: Cesare Pavese lesse il manoscritto, restò perplesso, ma lo consigliò a Elio Vittorini. Conclusione: venne pubblicato con Mondadori. Poi Giuliano Montaldo ne trasse un film. Ora: come quel romanzo sia entrato, e in maniera prepotente, nel «giallo della ricina» è un mezzo mistero. Anzi: un mistero intero. Fatto sta che martedì mattina gli agenti della Mobile di Campobasso e del Servizio centrale operativo , nel corso del sopralluogo a sorpresa nello studio professionale di Gianni Di Vita, marito e papà delle due vittime, Antonella e Sara, hanno trovato il libro. E lo hanno sequestrato assieme a un cellulare e alla memoria di un computer . Adesso resta un dubbio colossale: ma perché portarsi via l’autobiografia di un reduce della Rsi? Forse su quelle pagine poteva essere appuntato qualcosa d’interessante per l’indagine? Gian Vito Cafaro, l’inviato del Tg1 che venerdì sera aveva dato la notizia dell’insolito ritrovamento, ieri (sabato) ha incrociato proprio Di Vita mentre usciva dalla sua nuova abitazione (quella in cui viveva con la famiglia è sotto sequestro) a Pietracatella. Inevitabile la domanda: «Gianni, quel libro che ci faceva nel tuo studio?». L’ex sindaco del borgo molisano (ricordiamolo: parte lesa nel procedimento assieme alla primogenita Alice) ha risposto sereno, con un sorriso: «Me lo hanno prestato, ora ho tanto tempo per leggere». Poi ha allungato il passo, limitandosi a dire che «quando sarà il momento, parlerò». La domanda in ogni caso resta inevasa: perché gli investigatori hanno ritenuto di portarsi in Questura il romanzo? E chi lo ha prestato all’ex sindaco di Pietracatella? Il profilo dell'autore, Giose Rimanelli, ha a che fare con l'inchiesta? Nato nel 1925 a Casacalenda (a 25 chilometri da Pietracatella, entrambi paesini rocciosi arroccati su cucuzzoli a circa 600 metri d’altezza) e morto a Lowell, negli Usa, nel 2018, lo scrittore vide il suo talento condannato all’ostracismo per aver commesso, a diciott’anni, l’errore imperdonabile: arruolarsi nella Repubblica Sociale Italiana. Non per ideologia, ma per istinto di sopravvivenza in un’Italia dilaniata dalla guerra. Quei giorni drammatici divennero nel 1953 un racconto dalle tinte neorealiste, appunto Tiro al piccione , sdoganato da Vittorini. Rimanelli raccontò il conflitto dalla trincea «sbagliata», mostrando non dei fanatici, ma ragazzi spaventati, affamati e travolti dalla storia. Alla critica non piacque: intollerabile, quel racconto così crudo, così «sbagliato». Rimanelli ha continuato a raccontare il suo Molise in altre opere Dal 2022, Rubbettino editore ha ripubblicato i suoi libri, in primis Tiro al piccione. Anna Maria Milone, saggista, curatrice del nuovo catalogo e che allo scrittore ha dedicato un volume monografico, « La valigia è vuota. L’arte di Giose Rimanelli (pubblicato da Castelvecchi nel 2020), spiega che «Rimanelli è uno che è sempre stato sopra le righe, mai allineato, molto passionale, tre mogli. E sempre in fuga: Tiro al piccione è il romanzo della fuga per sopravvivere: Marco Laudato (l'alter ego del protagonista, ndr ) scappa da Casacalenda, scappa da Venezia, scappa dalla tradotta che lo avrebbe portato chissà dove e così ha salva la vita». Poi, «c hi era di destra voleva Rimanelli a destra, chi era a sinistra, lo voleva a sinistra». La verità è che lui «stava da solo , dalla sua parte, scrivendo, viaggiando, raccontando. Pochi leggono davvero nel profondo Tiro al piccione , si ricalcano vecchi cliché, vecchie recensioni, si parla sempre delle stesse cose inesatte e sbagliate. Invece la storia è semplice, lineare, molto intima. La politica non c'entra». Ma il rapporto di Rimanelli con il Molise? Milone osserva che se l’indagine ruotasse attorno al movente passionale, «beh allora sarebbe da leggere "Una posizione sociale"» . Ambientato a Casacalenda, il romanzo descrive «situazioni che in paese vengono taciute». Storie nascoste, giocate «su dinamiche consolidate: il barone, il contrabbandiere, il maresciallo, il prete, tutti hanno il loro ruolo. Quando arriva in paese la moglie del barone don Mariano Scevola, Stella Gomena, avvenente ex attrice, iniziano a girare delle voci sulla sua relazione con il pittore ospite in una delle case. Il pittore però è un fuggiasco sotto falso nome. Nessuno osa approfondire, tutti sono sotto l'incantesimo del fascino di questa donna che come le altre donne di paese è una janara, una magara, una strega : le donne del romanzo partoriscono da sole in stanzoni vuoti, annusano l'aria e predicono la neve, la bella stagione, le fioriture e i raccolti... non hanno bisogno degli uomini se non per diletto o per mantenere lo status quo». Insomma, tradimenti, passioni, intrighi: il romanzo di un altro mistero molisano.
Perché a Gianni Di Vita è stata sequestrata anche una copia del romanzo di un reduce di Salò?
Dal nostro inviato PIETRACATELLA (CAMPOBASSO) Quel libriccino è un cult, il titolo è «Tiro al piccione». Autobiografia di un sedicenne, il molisano Giose Rimanelli, che si arruola, suo malgrado, nella Repubblica sociale italiana e poi, nauseato da orrori e nefandezze della guerra e dei nazifascisti, diserta. Era il 1953: Cesare Pavese lesse il manoscritto, restò perplesso, ma lo consigliò a Elio Vittorini. Conclusione: venne pubblicato con Mondadori. Poi Giuliano Montaldo ne trasse un film. Ora: come quel romanzo sia entrato, e in maniera prepotente, nel «giallo della ricina» è un mezzo mistero. Anzi: un mistero intero. Fatto sta che martedì mattina gli agenti della Mobile di Campobasso e del Servizio centrale operativo , nel corso del sopralluogo a sorpresa nello studio professionale di Gianni Di Vita, marito e papà delle due vittime, Antonella e Sara, hanno trovato il libro. E lo hanno sequestrato assieme a un cellulare e alla memoria di un computer . Adesso resta un dubbio colossale: ma perché portarsi via l’autobiografia di un reduce della Rsi? Forse su quelle pagine poteva essere appuntato qualcosa d’interessante per l’indagine? Gian Vito Cafaro, l’inviato del Tg1 che venerdì sera aveva dato la notizia dell’insolito ritrovamento, ieri (sabato) ha incrociato proprio Di Vita mentre usciva dalla sua nuova abitazione (quella in cui viveva con la famiglia è sotto sequestro) a Pietracatella. Inevitabile la domanda: «Gianni, quel libro che ci faceva nel tuo studio?». L’ex sindaco del borgo molisano (ricordiamolo: parte lesa nel procedimento assieme alla primogenita Alice) ha risposto sereno, con un sorriso: «Me lo hanno prestato, ora ho tanto tempo per leggere». Poi ha allungato il passo, limitandosi a dire che «quando sarà il momento, parlerò». La domanda in ogni caso resta inevasa: perché gli investigatori hanno ritenuto di portarsi in Questura il romanzo? E chi lo ha prestato all’ex sindaco di Pietracatella? Il profilo dell'autore, Giose Rimanelli, ha a che fare con l'inchiesta? Nato nel 1925 a Casacalenda (a 25 chilometri da Pietracatella, entrambi paesini rocciosi arroccati su cucuzzoli a circa 600 metri d’altezza) e morto a Lowell, negli Usa, nel 2018, lo scrittore vide il suo talento condannato all’ostracismo per aver commesso, a diciott’anni, l’errore imperdonabile: arruolarsi nella Repubblica Sociale Italiana. Non per ideologia, ma per istinto di sopravvivenza in un’Italia dilaniata dalla guerra. Quei giorni drammatici divennero nel 1953 un racconto dalle tinte neorealiste, appunto Tiro al piccione , sdoganato da Vittorini. Rimanelli raccontò il conflitto dalla trincea «sbagliata», mostrando non dei fanatici, ma ragazzi spaventati, affamati e travolti dalla storia. Alla critica non piacque: intollerabile, quel racconto così crudo, così «sbagliato». Rimanelli ha continuato a raccontare il suo Molise in altre opere Dal 2022, Rubbettino editore ha ripubblicato i suoi libri, in primis Tiro al piccione. Anna Maria Milone, saggista, curatrice del nuovo catalogo e che allo scrittore ha dedicato un volume monografico, « La valigia è vuota. L’arte di Giose Rimanelli (pubblicato da Castelvecchi nel 2020), spiega che «Rimanelli è uno che è sempre stato sopra le righe, mai allineato, molto passionale, tre mogli. E sempre in fuga: Tiro al piccione è il romanzo della fuga per sopravvivere: Marco Laudato (l'alter ego del protagonista, ndr ) scappa da Casacalenda, scappa da Venezia, scappa dalla tradotta che lo avrebbe portato chissà dove e così ha salva la vita». Poi, «c hi era di destra voleva Rimanelli a destra, chi era a sinistra, lo voleva a sinistra». La verità è che lui «stava da solo , dalla sua parte, scrivendo, viaggiando, raccontando. Pochi leggono davvero nel profondo Tiro al piccione , si ricalcano vecchi cliché, vecchie recensioni, si parla sempre delle stesse cose inesatte e sbagliate. Invece la storia è semplice, lineare, molto intima. La politica non c'entra». Ma il rapporto di Rimanelli con il Molise? Milone osserva che se l’indagine ruotasse attorno al movente passionale, «beh allora sarebbe da leggere "Una posizione sociale"» . Ambientato a Casacalenda, il romanzo descrive «situazioni che in paese vengono taciute». Storie nascoste, giocate «su dinamiche consolidate: il barone, il contrabbandiere, il maresciallo, il prete, tutti hanno il loro ruolo. Quando arriva in paese la moglie del barone don Mariano Scevola, Stella Gomena, avvenente ex attrice, iniziano a girare delle voci sulla sua relazione con il pittore ospite in una delle case. Il pittore però è un fuggiasco sotto falso nome. Nessuno osa approfondire, tutti sono sotto l'incantesimo del fascino di questa donna che come le altre donne di paese è una janara, una magara, una strega : le donne del romanzo partoriscono da sole in stanzoni vuoti, annusano l'aria e predicono la neve, la bella stagione, le fioriture e i raccolti... non hanno bisogno degli uomini se non per diletto o per mantenere lo status quo». Insomma, tradimenti, passioni, intrighi: il romanzo di un altro mistero molisano.

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