La memoria del Vajont passa anche per la ricerca scientifica che, a distanza di oltre sessant’anni, continua a interrogare la montagna per restituire un quadro sempre più nitido di una tragedia incancellabile. La sera del 7 ottobre alle 18.30, al Centro visite di Erto e Casso, si terrà l’incontro «Vajont: un puzzle incompleto. Sguardi tra storia, tecnica e scienza». Un appuntamento inserito nelle celebrazioni di ottobre, sullo sfondo delle polemiche di questi giorni a Longarone sulla nuova centralina idroelettrica e sui canoni idrici. «Dopo anni di rilievi condotti dall’Ogs (Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste) insieme all’Università di Parma, d’inverno e d’estate, è giusto spiegare le novità» dice il sindaco Antonio Carrara . «La scienza va avanti, ci sono nuove strumentazioni e sono emerse differenze rispetto a quanto si è detto finora. Prima di pubblicare questi risultati era giusto presentarli qui». A farlo saranno Roberto Francese , docente dell’Università di Parma, Massimo Giorgi , primo tecnologo dell’Ogs, e il geofisico Federico Fischanger . Il fulcro dell’indagine, avviata nel 2011, risiede in una minuziosa radiografia tridimensionale del sottosuolo. «La frana è sempre stata studiata dal punto di vista di quello che si vede sopra e molto poco di quello che c’è sotto » precisa Francese. Vecchi rilievi, dati, documenti del processo e nuove indagini geofisiche sono stati messi insieme per definire il corpo della frana e la superficie di scivolamento. Uno degli aspetti più difficili da spiegare finora riguarda la velocità . Per generare un’onda capace di arrivare a circa 200 metri sopra la diga , i modelli utilizzati finora richiedevano una discesa della massa tra i 70 e i 100 chilometri orari. «Una velocità molto alta e poco realistica per una frana che cade su quel tipo di superficie» osserva Francese. La nuova ricostruzione svela finalmente il vero meccanismo, chiarendo che il monte Toc non è franato come un unico blocco: « La frana è bipartita dal punto di vista delle caratteristiche. Ha una parte basale più soffice e una parte sommitale più rigida». Quando la montagna ha ceduto, la base argillosa è andata a schiantarsi quasi subito contro il versante opposto con un urto così violento che «il materiale ha subito una tale compressione - prosegue l’esperto dell’ateneo parmense - da diventare praticamente roccia», come hanno confermato i carotaggi eseguiti nel 2021. Lo strato superiore, invece, non si è fermato. «Il piastrone rigido di 70-80 metri , per inerzia, si è scollato e ha continuato a correre sul versante davanti», agendo «come se una mano avesse accompagnato l’acqua e l’avesse spinta». A raccontare come sia stato possibile «vedere dentro la frana» è Giorgi: «In questi quindici anni abbiamo fatto più e più rilievi, studi e analisi per capire come è costituito il corpo e come si è mosso». Le indagini sismiche e geoelettriche hanno permesso di investigare il sottosuolo fino a 200-300 metri di profondità e, proprio quest’anno, è stato realizzato un nuovo rilievo tridimensionale : «Siamo riusciti a ricostruire la superficie di scivolamento dove oggi si trova, ancora sepolta sotto i materiali». Per Giorgi, il Vajont è diventato negli anni « una palestra tecnologica », dove sono state applicate via via le nuove tecniche disponibili nel campo della geofisica. Una scoperta straordinaria che risolve il paradosso fisico del disastro, ma che non sposta di una virgola la verità storica. « Dal punto di vista delle responsabilità non cambia niente » ribadisce Fischanger, ripercorrendo le relazioni delle commissioni d’inchiesta del giudice Fabbri: «Quasi tutte le commissioni concordano che l’attività di invaso e svaso progressivo della diga ha innescato i movimenti». Come ricorda Giorgi, «il versante era già stato visto muoversi prima della fatidica frana: ciò che allora non fu compreso fino in fondo fu la rapidità e la dinamica con cui la massa sarebbe precipitata nel bacino».
Nuovo studio sul disastro del Vajont, la frana fu doppia: «La base d’argilla e la roccia, spinta colossale sull’acqua»
La memoria del Vajont passa anche per la ricerca scientifica che, a distanza di oltre sessant’anni, continua a interrogare la montagna per restituire un quadro sempre più nitido di una tragedia incancellabile. La sera del 7 ottobre alle 18.30, al Centro visite di Erto e Casso, si terrà l’incontro «Vajont: un puzzle incompleto. Sguardi tra storia, tecnica e scienza». Un appuntamento inserito nelle celebrazioni di ottobre, sullo sfondo delle polemiche di questi giorni a Longarone sulla nuova centralina idroelettrica e sui canoni idrici. «Dopo anni di rilievi condotti dall’Ogs (Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste) insieme all’Università di Parma, d’inverno e d’estate, è giusto spiegare le novità» dice il sindaco Antonio Carrara . «La scienza va avanti, ci sono nuove strumentazioni e sono emerse differenze rispetto a quanto si è detto finora. Prima di pubblicare questi risultati era giusto presentarli qui». A farlo saranno Roberto Francese , docente dell’Università di Parma, Massimo Giorgi , primo tecnologo dell’Ogs, e il geofisico Federico Fischanger . Il fulcro dell’indagine, avviata nel 2011, risiede in una minuziosa radiografia tridimensionale del sottosuolo. «La frana è sempre stata studiata dal punto di vista di quello che si vede sopra e molto poco di quello che c’è sotto » precisa Francese. Vecchi rilievi, dati, documenti del processo e nuove indagini geofisiche sono stati messi insieme per definire il corpo della frana e la superficie di scivolamento. Uno degli aspetti più difficili da spiegare finora riguarda la velocità . Per generare un’onda capace di arrivare a circa 200 metri sopra la diga , i modelli utilizzati finora richiedevano una discesa della massa tra i 70 e i 100 chilometri orari. «Una velocità molto alta e poco realistica per una frana che cade su quel tipo di superficie» osserva Francese. La nuova ricostruzione svela finalmente il vero meccanismo, chiarendo che il monte Toc non è franato come un unico blocco: « La frana è bipartita dal punto di vista delle caratteristiche. Ha una parte basale più soffice e una parte sommitale più rigida». Quando la montagna ha ceduto, la base argillosa è andata a schiantarsi quasi subito contro il versante opposto con un urto così violento che «il materiale ha subito una tale compressione - prosegue l’esperto dell’ateneo parmense - da diventare praticamente roccia», come hanno confermato i carotaggi eseguiti nel 2021. Lo strato superiore, invece, non si è fermato. «Il piastrone rigido di 70-80 metri , per inerzia, si è scollato e ha continuato a correre sul versante davanti», agendo «come se una mano avesse accompagnato l’acqua e l’avesse spinta». A raccontare come sia stato possibile «vedere dentro la frana» è Giorgi: «In questi quindici anni abbiamo fatto più e più rilievi, studi e analisi per capire come è costituito il corpo e come si è mosso». Le indagini sismiche e geoelettriche hanno permesso di investigare il sottosuolo fino a 200-300 metri di profondità e, proprio quest’anno, è stato realizzato un nuovo rilievo tridimensionale : «Siamo riusciti a ricostruire la superficie di scivolamento dove oggi si trova, ancora sepolta sotto i materiali». Per Giorgi, il Vajont è diventato negli anni « una palestra tecnologica », dove sono state applicate via via le nuove tecniche disponibili nel campo della geofisica. Una scoperta straordinaria che risolve il paradosso fisico del disastro, ma che non sposta di una virgola la verità storica. « Dal punto di vista delle responsabilità non cambia niente » ribadisce Fischanger, ripercorrendo le relazioni delle commissioni d’inchiesta del giudice Fabbri: «Quasi tutte le commissioni concordano che l’attività di invaso e svaso progressivo della diga ha innescato i movimenti». Come ricorda Giorgi, «il versante era già stato visto muoversi prima della fatidica frana: ciò che allora non fu compreso fino in fondo fu la rapidità e la dinamica con cui la massa sarebbe precipitata nel bacino».

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