È l’ultima manovra , quella che guarda al voto. Qualsiasi mossa deve essere ponderata al millimetro. Così Giorgia Meloni si presenta in Consiglio dei ministri dopo aver scontentato Guido Crosetto , assente alla riunione a Palazzo Chigi. Per i maligni è un segnale di «gelo» , per chi frequenta il Cdm il forfait rientra in una specie di semi consuetudine tollerata. Il merito non cambia, però. Il Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) si muove intorno alla frase chiave della premier: «Non un euro in più». E cioè: lo scostamento di bilancio prevederà 1 4 miliardi per l’energia e altrettanti per la Difesa, costretta a un taglio di 8 miliardi. Non ci deve essere differenza tra i due capitoli, è la linea appunto della premier. Che di prima mattina si confronta — con la solita franchezza — con Crosetto , reduce anche da una telefonata con il collega dell’Economia Giancarlo Giorgetti . Quest’ultimo prova a convincerlo sui motivi tecnici di questa rinuncia; la presidente del Consiglio lo porta sul fatto politico: «Il problema sarebbe con Salvini e con la Lega ». Per estensione, forse, anche Roberto Vannacci, che va tenuto comunque sempre a bada . Crosetto — che lotterà fino all’ultimo — spiega alla premier che gli 8 miliardi sforbiciati, con l’auspicio che ritornino nel 2028, erano frutto di «impegni che avevo preso» . Tuttavia la decisione è presa , il Consiglio dei ministri approva il Dpfp con 28 miliardi di extradeficit . Intorno a Meloni c’è il balletto dei partiti di maggioranza che puntano a piantare più bandierine possibili sulla manovra. L’ultima, appunto, prima delle prossime elezioni politiche . Per questo motivo il vicepremier Antonio Tajani riunisce nella sede di Forza Italia lo stato maggiore del partito . Ci sono i ministri Gilberto Pichetto Fratin , Paolo Zangrillo ed Elisabetta Casellati , ma anche i capigruppo. Alla riunione partecipa, in presenza, pure Roberto Occhiuto, vicesegretario e governatore della Calabria, negli ultimi due giorni in forte contrapposizione con Tajani. Si parla di Irpef, quattordicesime da detassare, di pensioni da ritoccare all’insù. Tuttavia nel bel mezzo della riunione Tajani pone una questione: «Quale posizione volete che porti al tavolo con Meloni: siete per andare alle urne a maggio con le amministrative o per arrivare fino alla fine della legislatura, cioè settembre del 2027?». La notizia non è la risposta, in coro, che riceverà Tajani dai vertici del suo partito («settembre, tanto Vannacci si sgonfierà»), ma la domanda posta dal vicepremier. Che mette in evidenza due fatti politici . Il primo : dopo il sì alla legge elettorale ci sarà un «tavolo» , e quindi una discussione con la premier, per ragionare su un eventuale voto anticipato da trattare, semmai, con il Colle. La seconda : Tajani nelle due ipotesi prospettate esclude lo scenario di un voto in aprile slegato da quello con le grandi città. Se ne riparlerà fra una settimana, a legge elettorale incassata. Questo è il contesto in cui si è svolta la riunione di FI prima del Consiglio dei ministri del Dpfp. Una riunione segnata anche da un confronto duro tra il ministro del Made in Italy Adolfo Urso e la premier Meloni . Il primo prende la parola per reclamare «una legge che difenda il copyright italiano nella fabbricazione di umanoidi, settore attaccato dai cinesi che ci filmano e ci copiano». La premier non lo fa terminare di parlare, prende il microfono e gli risponde: «Non ti azzardare nemmeno: se vuoi fare una legge, prima ne parli con me. Se serve ad arginare la concorrenza di Pechino va bene, se invece devi farti le tue fabbriche di robot ti blocco tutto in un nanosecondo». Sipario.
«Non un euro in più»: Meloni convince Crosetto ad accettare il taglio di 8 miliardi alla Difesa. Tensione con la Lega, il duro confronto con Urso sui robot
È l’ultima manovra , quella che guarda al voto. Qualsiasi mossa deve essere ponderata al millimetro. Così Giorgia Meloni si presenta in Consiglio dei ministri dopo aver scontentato Guido Crosetto , assente alla riunione a Palazzo Chigi. Per i maligni è un segnale di «gelo» , per chi frequenta il Cdm il forfait rientra in una specie di semi consuetudine tollerata. Il merito non cambia, però. Il Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) si muove intorno alla frase chiave della premier: «Non un euro in più». E cioè: lo scostamento di bilancio prevederà 1 4 miliardi per l’energia e altrettanti per la Difesa, costretta a un taglio di 8 miliardi. Non ci deve essere differenza tra i due capitoli, è la linea appunto della premier. Che di prima mattina si confronta — con la solita franchezza — con Crosetto , reduce anche da una telefonata con il collega dell’Economia Giancarlo Giorgetti . Quest’ultimo prova a convincerlo sui motivi tecnici di questa rinuncia; la presidente del Consiglio lo porta sul fatto politico: «Il problema sarebbe con Salvini e con la Lega ». Per estensione, forse, anche Roberto Vannacci, che va tenuto comunque sempre a bada . Crosetto — che lotterà fino all’ultimo — spiega alla premier che gli 8 miliardi sforbiciati, con l’auspicio che ritornino nel 2028, erano frutto di «impegni che avevo preso» . Tuttavia la decisione è presa , il Consiglio dei ministri approva il Dpfp con 28 miliardi di extradeficit . Intorno a Meloni c’è il balletto dei partiti di maggioranza che puntano a piantare più bandierine possibili sulla manovra. L’ultima, appunto, prima delle prossime elezioni politiche . Per questo motivo il vicepremier Antonio Tajani riunisce nella sede di Forza Italia lo stato maggiore del partito . Ci sono i ministri Gilberto Pichetto Fratin , Paolo Zangrillo ed Elisabetta Casellati , ma anche i capigruppo. Alla riunione partecipa, in presenza, pure Roberto Occhiuto, vicesegretario e governatore della Calabria, negli ultimi due giorni in forte contrapposizione con Tajani. Si parla di Irpef, quattordicesime da detassare, di pensioni da ritoccare all’insù. Tuttavia nel bel mezzo della riunione Tajani pone una questione: «Quale posizione volete che porti al tavolo con Meloni: siete per andare alle urne a maggio con le amministrative o per arrivare fino alla fine della legislatura, cioè settembre del 2027?». La notizia non è la risposta, in coro, che riceverà Tajani dai vertici del suo partito («settembre, tanto Vannacci si sgonfierà»), ma la domanda posta dal vicepremier. Che mette in evidenza due fatti politici . Il primo : dopo il sì alla legge elettorale ci sarà un «tavolo» , e quindi una discussione con la premier, per ragionare su un eventuale voto anticipato da trattare, semmai, con il Colle. La seconda : Tajani nelle due ipotesi prospettate esclude lo scenario di un voto in aprile slegato da quello con le grandi città. Se ne riparlerà fra una settimana, a legge elettorale incassata. Questo è il contesto in cui si è svolta la riunione di FI prima del Consiglio dei ministri del Dpfp. Una riunione segnata anche da un confronto duro tra il ministro del Made in Italy Adolfo Urso e la premier Meloni . Il primo prende la parola per reclamare «una legge che difenda il copyright italiano nella fabbricazione di umanoidi, settore attaccato dai cinesi che ci filmano e ci copiano». La premier non lo fa terminare di parlare, prende il microfono e gli risponde: «Non ti azzardare nemmeno: se vuoi fare una legge, prima ne parli con me. Se serve ad arginare la concorrenza di Pechino va bene, se invece devi farti le tue fabbriche di robot ti blocco tutto in un nanosecondo». Sipario.

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