Fa impressione sapere che qui a New York in questo momento, a poca distanza l’uno dall’altro, e in certi momenti dentro lo stesso Palazzo di Vetro, «coabitano» il presidente degli Stati Uniti e quello della Repubblica islamica dell’Iran , due nazioni di fatto in stato di guerra. Ma non è la prima volta che questo accade nella storia assai tormentata delle Nazioni Unite: l’Assemblea generale dell’Onu è stata spesso un palcoscenico teatrale dove venivano «rappresentati» conflitti che continuavano a divampare altrove, nel mondo reale. Raramente, invece, è stata un luogo dove quei conflitti venivano risolti. Il che non esclude affatto che diplomazia, geopolitica, geoeconomia e linguaggio delle armi possano convivere e influenzarsi a vicenda. A volte dietro le quinte dell’assemblea Onu si sono intrecciate trattative utili. Intanto questa assemblea è l’occasione per un bilancio su una delle due principali guerre in corso. A sette mesi dall’inizio dell’attacco americano-israeliano contro l’Iran, è possibile definire vincitori e vinti? Un’analisi lucida deve riconoscere che questi sette mesi sono solo «un episodio» all’interno di un conflitto ben più ampio che dura da 47 anni , cioè dalla rivoluzione khomeinista del 1979; è probabile che questa guerra sia destinata a protrarsi ancora a lungo, sia pure forse con intervalli di tregue, compromessi, accordi precari. Ma un gruppo di esperti autorevoli ha tentato comunque di fare un bilancio di questi sette mesi. Ve ne indico le conclusioni principali. La guerra contro l’Iran offre una lezione antica: è più facile distruggere la potenza militare di un avversario che costringerlo ad accettare la propria volontà politica . Gli Stati Uniti e Israele hanno inflitto danni enormi alla Repubblica islamica. Eppure il regime è ancora al potere. Non ha capitolato. Il dossier nucleare rimane aperto. Lo Stretto di Hormuz continua a essere il principale strumento di ricatto iraniano. La guerra che Donald Trump aveva presentato come un’operazione di quattro o cinque settimane è entrata nel settimo mese senza avere prodotto una conclusione politica. È il filo conduttore di una serie di analisi pubblicate dalla Hoover Institution di Stanford. Russell Berman riassume il paradosso con una formula che sembra ispirata dal celebre teorico tedesco Von Clausewitz: il successo militare iniziale è stato seguito da negoziati inconcludenti . In guerra «anche il nemico vota». Distruggere le sue forze è diverso dall’imporgli la propria volontà. Dopo più di sei mesi «l’esito rimane sfuggente» . La data di partenza è il 28 febbraio. L’offensiva americana Epic Fury, parallela a quella israeliana, colpisce i centri di comando dei Guardiani della rivoluzione, le difese aeree, i siti missilistici e dei droni, le installazioni navali. Khamenei viene ucciso. È una dimostrazione impressionante della superiorità tecnologica e operativa americano-israeliana. Ma due scelte limitano fin dall’inizio ciò che Washington è disposta a fare. Trump non vuole truppe americane sul terreno : significherebbe rischiare un’altra «guerra infinita» mediorientale. E Washington rinuncia a fomentare insurrezioni delle minoranze curde, arabe, azere o baluci, perché la disgregazione territoriale dell’Iran potrebbe suscitare una reazione nazionalista persiana e perfino ricompattare la popolazione attorno al regime. Sono due limiti comprensibili. Ma fanno emergere una domanda che attraversa quasi tutte queste analisi: se si escludono l’occupazione terrestre e il rovesciamento del regime dall’interno, fino a che punto la potenza aerea può trasformare la distruzione militare in vittoria politica? Sanam Vakil, esperta dell’Iran, dà una risposta severa. Washington e Gerusalemme, scrive, cercarono di sfruttare la debolezza della Repubblica islamica dopo le proteste di gennaio e la repressione sanguinosa. Pensavano che la combinazione fra eliminazione della leadership, bombardamenti e pressione economica avrebbe prodotto un governo disposto ad accettare le condizioni americane . Non è accaduto. Dopo quaranta giorni di combattimenti, con attacchi iraniani che hanno coinvolto tredici paesi, la Repubblica islamica era ancora in piedi e Washington non aveva ottenuto né una capitolazione né un accordo durevole. Dire che l’Iran ha vinto, però, sarebbe altrettanto fuorviante. Sopravvivere non significa vincere. Il regime ha perso una parte consistente delle proprie capacità militari e della propria leadership; deve governare un'economia devastata dalla guerra, dalle sanzioni e ora dal blocco; teme nuove proteste; rimane esposto a nuovi bombardamenti. Perfino la successione a Khamenei ha creato nuovi squilibri interni. I pragmatici, a cominciare dal presidente Masoud Pezeshkian (quello che rappresenta la nazione all’Onu), spingono per una trattativa perché temono il collasso economico; i settori più duri dei Guardiani della rivoluzione non vogliono concedere agli americani una vittoria che dimostrerebbe l’efficacia dell’uso della forza. Il risultato è quella che Vakil chiama «la guerra tra le guerre». Si spara molto meno, ma non c’è pace . Oman, Qatar e Pakistan fanno da mediatori. Ciascuno dei due contendenti conserva gli strumenti di pressione che considera decisivi. Washington punta sul blocco navale ed economico, una versione ancora più dura della «maximum pressure». Teheran usa Hormuz. Entrambi, inoltre, hanno tratto dalla guerra la stessa conclusione, speculare e pericolosa: la coercizione funziona. Gli americani pensano che bombardamenti e sanzioni abbiano costretto Teheran a negoziare. Gli iraniani pensano che la loro capacità di sopravvivere e di sconvolgere i traffici attraverso Hormuz abbia costretto Washington a fermarsi. Qui sta forse la vera sorpresa strategica della guerra. L’Iran ha scoperto che la sua arma più efficace quella sulla quale si concentravano gli strateghi occidentali. Non il nucleare. Non soltanto i missili balistici. È la geografia. Hormuz. Reuel Marc Gerecht, in una delle analisi più pessimistiche del dossier Hoover, sostiene che Teheran ha capito prima di Washington quale sarebbe stato il fronte decisivo . Trump non voleva combattere una battaglia per conquistare fisicamente Hormuz, perché avrebbe potuto richiedere operazioni terrestri sulle isole e sulla costa iraniana, oltre a esporre le navi americane a missili e droni. Teheran invece ha identificato nello Stretto e nelle infrastrutture energetiche arabe il tallone d’Achille dell’Occidente. Non deve necessariamente sconfiggere la US Navy. Le basta mantenere abbastanza capacità offensiva da minacciare petroliere, terminali, raffinerie, oleodotti e impianti di gas, provocando tensioni sui mercati mondiali. È una forma di deterrenza del debole contro il forte. L’America domina i cieli e i mari, ma l’Iran può alzare il prezzo economico di quella superiorità. La guerra ha inoltre rivelato alcuni limiti materiali della potenza americana. Berman ricorda la diminuzione di intercettori antimissile e munizioni offensive a lungo raggio. Il Pentagono ha chiesto all’industria della difesa di accelerare la produzione. A questo si aggiunge la scarsità di alleati disposti a partecipare in prima fila alla guerra. Israele ha dimostrato capacità militari e tecnologiche notevoli; gli Emirati hanno reagito con efficacia agli attacchi iraniani. Ma l’Europa è rimasta ai margini e l’Arabia Saudita ha negato agli americani il permesso di sorvolo. Infine Teheran non combatte sola: beneficia dell’appoggio russo e cinese, dall’intelligence all’ossigeno economico garantito soprattutto dagli acquisti cinesi di petrolio. È dunque anche una piccola anticipazione di conflitti futuri fra grandi potenze. La superiorità militare americana rimane schiacciante, ma le guerre lunghe consumano quantità enormi di munizioni sofisticate; Russia e Cina possono sostenere indirettamente l’avversario ; gli alleati regionali possono rifiutarsi di seguire Washington quando ritengono troppo alto il prezzo da pagare. Non tutti gli studiosi della Hoover condividono questa lettura pessimistica. Victor Davis Hanson offre la difesa più esplicita della strategia di Trump. A suo giudizio l’apparente incoerenza — bombardare, interrompere, negoziare, minacciare di bombardare di nuovo — è in parte intenzionale. La politica estera trumpiana non è lineare: vuole rendere imprevedibile il comportamento americano e convincere l’avversario che Washington può colpire in qualsiasi momento, ma che nessuna inimicizia è permanente se l’avversario accetta un accordo . Hanson invita a misurare i risultati concreti: qualunque sia l’esito finale, una parte enorme dell’apparato militare-industriale e nucleare costruito dall’Iran in quasi mezzo secolo è stata distrutta. Il giudizio resta aperto perché ora la strategia americana è cambiata. Alla fase prevalentemente militare succede quella economica. Il blocco e le nuove sanzioni dovrebbero strangolare un’economia iraniana già indebolita da inflazione, cattiva gestione e distruzioni belliche. Berman vede qualche segnale che questa pressione stia funzionando: non solo Pezeshkian, pure il presidente del Parlamento Mohammad Baghe
New York accoglie i leader iraniani. Ma chi ha vinto e chi ha perso la guerra?
Fa impressione sapere che qui a New York in questo momento, a poca distanza l’uno dall’altro, e in certi momenti dentro lo stesso Palazzo di Vetro, «coabitano» il presidente degli Stati Uniti e quello della Repubblica islamica dell’Iran , due nazioni di fatto in stato di guerra. Ma non è la prima volta che questo accade nella storia assai tormentata delle Nazioni Unite: l’Assemblea generale dell’Onu è stata spesso un palcoscenico teatrale dove venivano «rappresentati» conflitti che continuavano a divampare altrove, nel mondo reale. Raramente, invece, è stata un luogo dove quei conflitti venivano risolti. Il che non esclude affatto che diplomazia, geopolitica, geoeconomia e linguaggio delle armi possano convivere e influenzarsi a vicenda. A volte dietro le quinte dell’assemblea Onu si sono intrecciate trattative utili. Intanto questa assemblea è l’occasione per un bilancio su una delle due principali guerre in corso. A sette mesi dall’inizio dell’attacco americano-israeliano contro l’Iran, è possibile definire vincitori e vinti? Un’analisi lucida deve riconoscere che questi sette mesi sono solo «un episodio» all’interno di un conflitto ben più ampio che dura da 47 anni , cioè dalla rivoluzione khomeinista del 1979; è probabile che questa guerra sia destinata a protrarsi ancora a lungo, sia pure forse con intervalli di tregue, compromessi, accordi precari. Ma un gruppo di esperti autorevoli ha tentato comunque di fare un bilancio di questi sette mesi. Ve ne indico le conclusioni principali. La guerra contro l’Iran offre una lezione antica: è più facile distruggere la potenza militare di un avversario che costringerlo ad accettare la propria volontà politica . Gli Stati Uniti e Israele hanno inflitto danni enormi alla Repubblica islamica. Eppure il regime è ancora al potere. Non ha capitolato. Il dossier nucleare rimane aperto. Lo Stretto di Hormuz continua a essere il principale strumento di ricatto iraniano. La guerra che Donald Trump aveva presentato come un’operazione di quattro o cinque settimane è entrata nel settimo mese senza avere prodotto una conclusione politica. È il filo conduttore di una serie di analisi pubblicate dalla Hoover Institution di Stanford. Russell Berman riassume il paradosso con una formula che sembra ispirata dal celebre teorico tedesco Von Clausewitz: il successo militare iniziale è stato seguito da negoziati inconcludenti . In guerra «anche il nemico vota». Distruggere le sue forze è diverso dall’imporgli la propria volontà. Dopo più di sei mesi «l’esito rimane sfuggente» . La data di partenza è il 28 febbraio. L’offensiva americana Epic Fury, parallela a quella israeliana, colpisce i centri di comando dei Guardiani della rivoluzione, le difese aeree, i siti missilistici e dei droni, le installazioni navali. Khamenei viene ucciso. È una dimostrazione impressionante della superiorità tecnologica e operativa americano-israeliana. Ma due scelte limitano fin dall’inizio ciò che Washington è disposta a fare. Trump non vuole truppe americane sul terreno : significherebbe rischiare un’altra «guerra infinita» mediorientale. E Washington rinuncia a fomentare insurrezioni delle minoranze curde, arabe, azere o baluci, perché la disgregazione territoriale dell’Iran potrebbe suscitare una reazione nazionalista persiana e perfino ricompattare la popolazione attorno al regime. Sono due limiti comprensibili. Ma fanno emergere una domanda che attraversa quasi tutte queste analisi: se si escludono l’occupazione terrestre e il rovesciamento del regime dall’interno, fino a che punto la potenza aerea può trasformare la distruzione militare in vittoria politica? Sanam Vakil, esperta dell’Iran, dà una risposta severa. Washington e Gerusalemme, scrive, cercarono di sfruttare la debolezza della Repubblica islamica dopo le proteste di gennaio e la repressione sanguinosa. Pensavano che la combinazione fra eliminazione della leadership, bombardamenti e pressione economica avrebbe prodotto un governo disposto ad accettare le condizioni americane . Non è accaduto. Dopo quaranta giorni di combattimenti, con attacchi iraniani che hanno coinvolto tredici paesi, la Repubblica islamica era ancora in piedi e Washington non aveva ottenuto né una capitolazione né un accordo durevole. Dire che l’Iran ha vinto, però, sarebbe altrettanto fuorviante. Sopravvivere non significa vincere. Il regime ha perso una parte consistente delle proprie capacità militari e della propria leadership; deve governare un'economia devastata dalla guerra, dalle sanzioni e ora dal blocco; teme nuove proteste; rimane esposto a nuovi bombardamenti. Perfino la successione a Khamenei ha creato nuovi squilibri interni. I pragmatici, a cominciare dal presidente Masoud Pezeshkian (quello che rappresenta la nazione all’Onu), spingono per una trattativa perché temono il collasso economico; i settori più duri dei Guardiani della rivoluzione non vogliono concedere agli americani una vittoria che dimostrerebbe l’efficacia dell’uso della forza. Il risultato è quella che Vakil chiama «la guerra tra le guerre». Si spara molto meno, ma non c’è pace . Oman, Qatar e Pakistan fanno da mediatori. Ciascuno dei due contendenti conserva gli strumenti di pressione che considera decisivi. Washington punta sul blocco navale ed economico, una versione ancora più dura della «maximum pressure». Teheran usa Hormuz. Entrambi, inoltre, hanno tratto dalla guerra la stessa conclusione, speculare e pericolosa: la coercizione funziona. Gli americani pensano che bombardamenti e sanzioni abbiano costretto Teheran a negoziare. Gli iraniani pensano che la loro capacità di sopravvivere e di sconvolgere i traffici attraverso Hormuz abbia costretto Washington a fermarsi. Qui sta forse la vera sorpresa strategica della guerra. L’Iran ha scoperto che la sua arma più efficace quella sulla quale si concentravano gli strateghi occidentali. Non il nucleare. Non soltanto i missili balistici. È la geografia. Hormuz. Reuel Marc Gerecht, in una delle analisi più pessimistiche del dossier Hoover, sostiene che Teheran ha capito prima di Washington quale sarebbe stato il fronte decisivo . Trump non voleva combattere una battaglia per conquistare fisicamente Hormuz, perché avrebbe potuto richiedere operazioni terrestri sulle isole e sulla costa iraniana, oltre a esporre le navi americane a missili e droni. Teheran invece ha identificato nello Stretto e nelle infrastrutture energetiche arabe il tallone d’Achille dell’Occidente. Non deve necessariamente sconfiggere la US Navy. Le basta mantenere abbastanza capacità offensiva da minacciare petroliere, terminali, raffinerie, oleodotti e impianti di gas, provocando tensioni sui mercati mondiali. È una forma di deterrenza del debole contro il forte. L’America domina i cieli e i mari, ma l’Iran può alzare il prezzo economico di quella superiorità. La guerra ha inoltre rivelato alcuni limiti materiali della potenza americana. Berman ricorda la diminuzione di intercettori antimissile e munizioni offensive a lungo raggio. Il Pentagono ha chiesto all’industria della difesa di accelerare la produzione. A questo si aggiunge la scarsità di alleati disposti a partecipare in prima fila alla guerra. Israele ha dimostrato capacità militari e tecnologiche notevoli; gli Emirati hanno reagito con efficacia agli attacchi iraniani. Ma l’Europa è rimasta ai margini e l’Arabia Saudita ha negato agli americani il permesso di sorvolo. Infine Teheran non combatte sola: beneficia dell’appoggio russo e cinese, dall’intelligence all’ossigeno economico garantito soprattutto dagli acquisti cinesi di petrolio. È dunque anche una piccola anticipazione di conflitti futuri fra grandi potenze. La superiorità militare americana rimane schiacciante, ma le guerre lunghe consumano quantità enormi di munizioni sofisticate; Russia e Cina possono sostenere indirettamente l’avversario ; gli alleati regionali possono rifiutarsi di seguire Washington quando ritengono troppo alto il prezzo da pagare. Non tutti gli studiosi della Hoover condividono questa lettura pessimistica. Victor Davis Hanson offre la difesa più esplicita della strategia di Trump. A suo giudizio l’apparente incoerenza — bombardare, interrompere, negoziare, minacciare di bombardare di nuovo — è in parte intenzionale. La politica estera trumpiana non è lineare: vuole rendere imprevedibile il comportamento americano e convincere l’avversario che Washington può colpire in qualsiasi momento, ma che nessuna inimicizia è permanente se l’avversario accetta un accordo . Hanson invita a misurare i risultati concreti: qualunque sia l’esito finale, una parte enorme dell’apparato militare-industriale e nucleare costruito dall’Iran in quasi mezzo secolo è stata distrutta. Il giudizio resta aperto perché ora la strategia americana è cambiata. Alla fase prevalentemente militare succede quella economica. Il blocco e le nuove sanzioni dovrebbero strangolare un’economia iraniana già indebolita da inflazione, cattiva gestione e distruzioni belliche. Berman vede qualche segnale che questa pressione stia funzionando: non solo Pezeshkian, pure il presidente del Parlamento Mohammad Baghe

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