Benjamin Netanyahu sapeva in anticipo che Hamas avrebbe attaccato il 7 ottobre 2023 e decise di lasciar fare? Tre anni dopo riuscì a manipolare Donald Trump, trascinandolo nella guerra contro l’Iran che il presidente americano non voleva? Sono due tesi diffuse, soprattutto sui social. Hanno qualcosa in comune: attribuiscono al premier israeliano poteri straordinari. Nel primo caso sarebbe stato onnisciente, capace di prevedere con precisione l’attacco di Hamas. Nel secondo sarebbe quasi onnipotente, capace di manovrare perfino il presidente degli Stati Uniti. Un libro importante, appena uscito negli Stati Uniti, offre materiale utile per sottoporre entrambe le tesi alla prova dei fatti. «In the War Room. The Inside Story of Israel’s Fight Against Hamas and the Iranian Axis» è scritto da Yonah Jeremy Bob, analista militare del Jerusalem Post, ed Elliot Kaufman, editorialista del Wall Street Journal. I due hanno intervistato membri del gabinetto di guerra israeliano, vertici militari e dell’intelligence, protagonisti delle amministrazioni Biden e Trump. Non sono osservatori neutrali. La loro interpretazione è spesso vicina alle ragioni strategiche di Israele. Proprio per questo colpisce che non assolvano affatto Netanyahu dal disastro del 7 ottobre . La loro conclusione è più sottile, articolata e autorevole. Netanyahu sapeva molte cose che avrebbe dovuto prendere sul serio. Non risulta invece che sapesse ciò che gli attribuisce la teoria del complotto: che Hamas avrebbe scatenato quella specifica invasione, in quella data e con quelle dimensioni, e che «Bibi» abbia deciso di non impedirla. Israele possedeva informazioni inquietanti. Conosceva un progetto di Hamas chiamato «Jericho Wall», che descriveva uno scenario simile a quello poi realizzato il 7 ottobre: sfondamento della barriera attorno a Gaza, infiltrazioni, attacchi contro basi militari e comunità civili. Dai livelli inferiori dell’apparato di sicurezza arrivavano altri segnali. Erano state osservate esercitazioni di Hamas e comportamenti anomali. Perché nessuno reagì? La spiegazione di Bob e Kaufman coincide con quella emersa da molte inchieste israeliane. Governo, forze armate e servizi segreti erano prigionieri di preconcetti e troppo sicuri di sé. Hamas era considerato una minaccia sotto controllo , e comunque inferiore militarmente a Hezbollah (valutazione esatta, peraltro).  L’allora capo di Hamas, Yahya Sinwar , restava un terrorista fanatico, ma era diventato anche un governante. Aveva Gaza da amministrare. Aveva bisogno di denaro, energia, lavoro, scambi con l’esterno. Secondo l’analisi dominante ai vertici di Israele, Hamas poteva provocare, finanziare attentati, lanciare razzi. Non avrebbe però scatenato una guerra destinata a provocare una reazione israeliana devastante. Era un ragionamento plausibile. Ed era sbagliato. Qui sta una lezione che va oltre Israele. I grandi fallimenti dell’intelligence non nascono sempre dalla scarsità di informazioni. Talvolta accade il contrario. Le informazioni ci sono, ma vengono filtrate attraverso un paradigma che impedisce di capirle. La storia americana offre due precedenti famosi. Dopo Pearl Harbor nasce la teoria secondo cui Franklin Roosevelt conosceva in anticipo l’attacco giapponese e lo lasciò avvenire per poter entrare nella seconda guerra mondiale. Dopo l’11 settembre 2001 si scoprì quanti segnali fossero circolati negli apparati americani sulla minaccia di Al Qaeda. Non per questo George W. Bush sapeva che diciannove terroristi avrebbero dirottato quattro aerei l’11 settembre 2001. Un «warning» non è «foreknowledge». Un avvertimento non equivale alla conoscenza anticipata dell’evento . Questo non attenua la responsabilità di Netanyahu. Semmai la definisce meglio. Per anni il premier israeliano ha fondato la propria strategia sulla convinzione che Hamas potesse essere contenuto, perfino controllato e in certi casi manipolato. Il 7 ottobre segna il fallimento catastrofico di quella strategia .  Bob estende la responsabilità ai vertici militari e dello Shin Bet (intelligence). A suo giudizio, chi ha sbagliato avrebbe dovuto trarne le conseguenze, come accadde ai vertici israeliani dopo gli errori commessi nel 1973 in occasione della guerra dello Yom Kippur. Cioè Netanyahu avrebbe dovuto prendersi la responsabilità politica . Sono emerse anche accuse su un presunto avvertimento del presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed , pochi giorni prima del 7 ottobre. Netanyahu nega che quella conversazione sia avvenuta. Altre ricostruzioni parlano di un allarme più generico su possibili violenze di Hamas. Anche se quel warning fosse confermato, non proverebbe la conoscenza anticipata del piano del 7 ottobre. Rafforzerebbe invece l’accusa di avere ignorato segnali che non coincidevano con la propria visione .  La spiegazione è meno cinematografica del complotto, ma non è più rassicurante. Un governo può avere sotto gli occhi molti pezzi del puzzle e non riuscire a comporli. (Un discorso a parte meriterebbero i governi arabi che secondo le dietrologie «sapevano e avvertirono Tel Aviv»: ma allora perché non fermarono Hamas, perché non evitarono la strage, viste le tante leve d’influenza che avevano?) La seconda dietrologia rovescia il personaggio . Il Netanyahu incapace di capire Hamas diventa improvvisamente un manipolatore formidabile quando si tratta di Trump . Qui un frammento di verità esiste. Netanyahu voleva da tempo distruggere o danneggiare il programma nucleare iraniano . Aveva bisogno degli Stati Uniti soprattutto per Fordow, l’impianto sepolto sotto una montagna. L’America disponeva della combinazione fra bombardieri B-2 e bombe penetranti che Israele non possedeva nelle stesse condizioni. Netanyahu dunque cerca di convincere Trump . Ma influenzare un alleato non significa manovrarlo. La cronologia ricostruita da Bob e Kaufman è illuminante. Trump all’inizio frena Israele. Preferisce tentare il negoziato con Teheran. Nella primavera del 2025 fa sapere che non vuole un attacco mentre resta aperta la via diplomatica. Quando Israele apre la guerra contro l’Iran, il 13 giugno, Washington precisa che è un’operazione israeliana e che gli Stati Uniti non vi partecipano . Poi cambia qualcosa di essenziale: non Trump, all’inizio. Cambia la guerra. Israele dimostra di poter penetrare in profondità nello spazio aereo iraniano. Distrugge difese, colpisce installazioni e vertici militari. L’Iran appare più vulnerabile del previsto. Il rischio di un intervento americano viene ricalcolato. Il libro racconta un episodio significativo. Il capo di Stato maggiore israeliano Eyal Zamir parla con J.D. Vance, esponente di quell’ala del trumpismo che diffida delle nuove guerre mediorientali. Gli spiega che gli aerei israeliani ormai possono operare sopra Fordow incontrando poca opposizione. Il messaggio è: la guerra nella quale temete di entrare non è più quella che avevate immaginato. Vance solleva obiezioni, chiede valutazioni sui rischi, poi sostiene la decisione del presidente. Bob sintetizza così: «Nobody drags Donald Trump into anything». Nessuno trascina Donald Trump da nessuna parte . Forse è una formula troppo categorica. Trump può essere influenzato, come ogni presidente. Netanyahu esercita pressione . Israele crea una situazione nella quale l’intervento americano diventa più probabile. Ma questo è molto diverso dal dire che Netanyahu manipola un presidente riluttante fino a trascinarlo in guerra. C’è un altro dettaglio importante. Secondo Kaufman, già nel novembre 2024, dopo un incontro con Trump, il ministro israeliano Ron Dermer considera molto alta la probabilità che il futuro presidente sia disposto ad autorizzare, o perfino a partecipare, a un attacco contro il nucleare iraniano. L’idea dunque precede di molti mesi l’offensiva israeliana. Trump arriva alla Casa Bianca con una convinzione: l’Iran non deve avere l’arma nucleare. Prima tenta il negoziato. Poi vede cambiare la situazione militare. Infine giudica che si sia aperta una finestra per colpire Fordow con rischi accettabili. Si può giudicare quella decisione giusta o sbagliata. È un’altra discussione. Attribuirla alla manipolazione di Netanyahu significa sostituire l’analisi geopolitica con la psicologia fondata su illazioni e pregiudizi. La realtà raccontata da Bob e Kaufman è meno seducente delle dietrologie. Il Netanyahu del 7 ottobre non è un Machiavelli onnisciente. È un leader che commette un errore strategico enorme perché interpreta male il nemico. Il Netanyahu della guerra contro l’Iran non è il burattinaio della Casa Bianca. È il leader alleato che cerca di orientare W