La Cina, si dice, «non ha alleati, ma soltanto Stati vassalli e vicini nervosi». È un’espressione che ogni tanto gli osservatori di cose internazionali utilizzano, con varianti diverse, per rendere l’idea di come Pechino concepisce il rapporto con le altre nazioni, nel suo recente (ma ormai non recentissimo) status di superpotenza. I «vicini nervosi» sono, ovviamente, Taiwan, ma anche il Giappone e la Corea del Sud, che si sentono poco tranquilli, mentre i «vassalli» – ma qualcuno preferisce parlare di «Stati clienti» o «partner più piccoli» – sono la cosa che più si avvicina all’idea di un alleato: nazioni del Sud del mondo che, in una forma o nell’altra, si trovano allineati più con la Cina che con l’America o l’Europa, che mantengono forti legami commerciali con essa, ma che Pechino si guarda bene dal difendere quando le cose si mettono male. Come per esempio il Venezuela di Maduro e il regime degli ayatollah in Iran. Entrambe le nazioni, considerate dei paria in Occidente, godono (o godevano, nel caso del Venezuela) di una buona partnership con Pechino, facevano insomma parte dell’asse anti-occidentale capitanato, all’occorrenza, dalla Cina. Eppure, quando gli Stati Uniti si sono messi in testa di bombardare Teheran e di rapire il presidente venezuelano, Pechino non si è mossa per difenderli. Perché, questo il punto, difendere gli «alleati», che infatti alleati non sono, non rientra nel modus operandi del gigante asiatico. Il suo modello di superpotenza non prevede la creazione di una grande alleanza , magari in contrapposizione alla Nato, ma un mondo multipolare dove ognuno è per sé e i grandi non hanno interesse a battersi per i piccoli.   Ora, fino a qualche tempo fa, l’approccio cinese era spesso messo in contrapposizione con quello degli Usa, che per decenni invece si è posta come leader di un blocco vasto e coeso, che prevedeva accordi commerciali, una visione politica condivisa e, soprattutto, un’alleanza militare che di fatto fungeva da ombrello ai «partner più piccoli», che erano trattati da veri e propri alleati. Solo qualche mese fa, a un dibattito organizzato dal Council of Foreign Relations, il senatore americano Chris Coons, un Democratico, riassumeva il contrasto tra i due approcci in questi termini: «Noi abbiamo i trattati. Abbiamo partner e alleati. La Cina invece non ha una rete globale di partner e alleati». Il problema è che questa contrapposizione funzionava bene, ma ora non funziona più. Perché, nel secondo mandato di Donald Trump, la politica estera americana non è più quella che alcuni continuano a fare finta che sia. Trattati che vengono rispettati? Alleati da proteggere e che, nel loro piccolo, ti proteggono? L’ordine mondiale, o per lo meno occidentale, che ruotava attorno alla Nato non sembra più interessare a Washington. Sotto alcuni aspetti l’approccio statunitense assomiglia sempre più a quello cinese . L’America ha molti vicini nervosi, Cuba, il Venezuela (e per un certo periodo anche la Groenlandia) ne sanno qualcosa. E anche gli alleati (chiedete alle cancellerie europee) cominciano a sentirsi trattati come partner facilmente scaricabili.