«Ho avuto ragione su tutto. Su di lei, e su di te, che non saresti stato assolutamente pronto. Io ho fatto il mio. Te?». Sono le parole che Rodolfo Gucci dice a suo figlio Maurizio. Gabriele Muccino sta girando la serie originale Sky (coprodotta da Lucky Red, visibile nel 2027, e in streaming su Now) «Gucci-Fine dei giochi»: «Sono sei episodi, è come se fossero tre lungometraggi». Una scena girata a Roma, nel maestoso Palazzo Torlonia , si svolge nel 1972. La saga percorre quasi 90 anni: dagli Anni 30 al 2016, quando Patrizia Reggiani, l’ex moglie di Maurizio, torna in libertà, dopo essere stata accusata di aver commissionato il suo omicidio. «La racconto attraverso i flashback di due interviste, alla madre Patrizia e a sua figlia Allegra, che a distanza si rispondono creando il meccanismo per andare indietro nel tempo e ricucire tutta la genìa dei Gucci», dice il regista. Un viaggio «intimo e privato», dall’alto valore produttivo, che nasce dal memoir di Allegra Gucci («Fine dei giochi-Luci e ombre sulla mia famiglia»), alla conquista di un brand di moda internazionale. Segnò, con Valentino, il trionfo del Made in Italy. «Quando Patrizia incontra Maurizio, il padre Rodolfo non voleva che la frequentasse, diffidandolo che l’avrebbe diseredato». Non lo ascoltò, la sposò. I due si riavvicinarono alla nascita della primogenita, Alessandra. Maurizio dopo la morte del padre tornò a lavorare a Gucci, prendendone le redini. «Come documento filmato c’è solo una breve intervista in inglese di 30 secondi, in cui racconta di aver impresso un carattere più esclusivo al marchio, per il resto ho visto documentari e letto giornali dell’epoca», dice Francesco Scianna, che lo interpreta. Patrizia ha il volto di Miriam Leone: «Non l’ho conosciuta, ho parlato invece con Allegra». Il taglio di questo ambizioso «period drama» , il primo girato da Muccino, è da tragedia greca: «Ci sono tutti gli archetipi possibili e immaginabili, vendetta, amore, possesso, rimorsi. Ma calati in una storia vera. La somma di più elementi crea una voragine e un abisso che finirà per risucchiare tutti quanti. È la storia di una grande dinastia economica che agisce come l’umanità ha sempre agito». Sono due i punti di vista: quello di Allegra, che aveva 14 anni quando il padre fu ucciso; e quello di sua madre Patrizia, condannata per omicidio, dopo tre gradi di giudizio, a 29 anni, poi ridotti a 26, ma ne scontò 18. «Era ossessionata dall’abbandono, ferita per l’amante del marito, Paola Franchi, e inizia a meditare la vendetta». Si affidò a delinquenti improvvisati, la famigerata Banda Bassotti, come la chiamò lei. «Fino alla scarcerazione si è ritenuta non innocente ma nemmeno colpevole. Dopo il carcere ha ammesso le sue responsabilità». Chi è Patrizia Reggiani? «Una donna magnetica, intelligente e articolata nel suo pensiero, ti fa entrare in un mondo labirintico dicendo le verità più atroci con linearità e senza filtri, come una bambina. Un punto di vista diabolico che corre su una linea indistinguibile tra bene e male». Entrambe le figlie hanno sempre creduto, per 16 anni, nella sua innocenza. Il film di Ridley Scott sui Gucci? «Mi hanno ispirato documentari e libri. Con persone vive ci vuole rispetto per un lavoro di giustizia anche nella ricostruzione storica, che si è sovrapposta alla trasfigurazione». Nella serie scatta il colpo di fulmine tra Maurizio e Patrizia, che invece ha sempre sostenuto di detestare come lui si pettinasse... Erano accomunati dall’essere soffocati in famiglia ; il padre per lui, la madre per lei. Miriam Leone ricorda che Silvana, la madre di Patrizia, faceva la lavapiatti nell’estrema periferia di Milano; per otto anni non fu riconosciuta dal padre, e poi si riprese la scena. «Sono due facce della stessa medaglia che non si posero in ascolto di sé stessi, lei visse l’ossessione del cognome, l’appartenere a una famiglia importante». E Muccino: «Gli hanno sempre detto che non ce l’avrebbero mai fatta nella vita, e devono portare una maschera». Miriam, se l’avesse davanti, che consiglio vorrebbe da Patrizia? «Le chiederei della sua esuberanza. A volte mi domando: non sarà un po’ troppo? E mi dico: no. La serie per i più giovani è importante per l’equazione negata tra lusso e felicità, com’è nella vita vera». Francesco Scianna: «Io a Maurizio direi, cerca di liberarti dal dover dimostrare che vali». A Patrizia tolsero un tumore nel 1993, due anni prima della morte di Maurizio. Muccino: «Le tolsero della materia cerebrale, si doveva capire quanto la sua condizione fosse stata modificata da un’azione chirurgica così invasiva». Naturalmente ci sono anche i loro momenti felici. Sulla barca Creole, per esempio, dove hanno girato alcune sequenze tra la brezza del mare, quando il vento era soave.
Muccino: «I Gucci, tragedia greca. Una saga lunga 90 anni tra amori e vendette»
«Ho avuto ragione su tutto. Su di lei, e su di te, che non saresti stato assolutamente pronto. Io ho fatto il mio. Te?». Sono le parole che Rodolfo Gucci dice a suo figlio Maurizio. Gabriele Muccino sta girando la serie originale Sky (coprodotta da Lucky Red, visibile nel 2027, e in streaming su Now) «Gucci-Fine dei giochi»: «Sono sei episodi, è come se fossero tre lungometraggi». Una scena girata a Roma, nel maestoso Palazzo Torlonia , si svolge nel 1972. La saga percorre quasi 90 anni: dagli Anni 30 al 2016, quando Patrizia Reggiani, l’ex moglie di Maurizio, torna in libertà, dopo essere stata accusata di aver commissionato il suo omicidio. «La racconto attraverso i flashback di due interviste, alla madre Patrizia e a sua figlia Allegra, che a distanza si rispondono creando il meccanismo per andare indietro nel tempo e ricucire tutta la genìa dei Gucci», dice il regista. Un viaggio «intimo e privato», dall’alto valore produttivo, che nasce dal memoir di Allegra Gucci («Fine dei giochi-Luci e ombre sulla mia famiglia»), alla conquista di un brand di moda internazionale. Segnò, con Valentino, il trionfo del Made in Italy. «Quando Patrizia incontra Maurizio, il padre Rodolfo non voleva che la frequentasse, diffidandolo che l’avrebbe diseredato». Non lo ascoltò, la sposò. I due si riavvicinarono alla nascita della primogenita, Alessandra. Maurizio dopo la morte del padre tornò a lavorare a Gucci, prendendone le redini. «Come documento filmato c’è solo una breve intervista in inglese di 30 secondi, in cui racconta di aver impresso un carattere più esclusivo al marchio, per il resto ho visto documentari e letto giornali dell’epoca», dice Francesco Scianna, che lo interpreta. Patrizia ha il volto di Miriam Leone: «Non l’ho conosciuta, ho parlato invece con Allegra». Il taglio di questo ambizioso «period drama» , il primo girato da Muccino, è da tragedia greca: «Ci sono tutti gli archetipi possibili e immaginabili, vendetta, amore, possesso, rimorsi. Ma calati in una storia vera. La somma di più elementi crea una voragine e un abisso che finirà per risucchiare tutti quanti. È la storia di una grande dinastia economica che agisce come l’umanità ha sempre agito». Sono due i punti di vista: quello di Allegra, che aveva 14 anni quando il padre fu ucciso; e quello di sua madre Patrizia, condannata per omicidio, dopo tre gradi di giudizio, a 29 anni, poi ridotti a 26, ma ne scontò 18. «Era ossessionata dall’abbandono, ferita per l’amante del marito, Paola Franchi, e inizia a meditare la vendetta». Si affidò a delinquenti improvvisati, la famigerata Banda Bassotti, come la chiamò lei. «Fino alla scarcerazione si è ritenuta non innocente ma nemmeno colpevole. Dopo il carcere ha ammesso le sue responsabilità». Chi è Patrizia Reggiani? «Una donna magnetica, intelligente e articolata nel suo pensiero, ti fa entrare in un mondo labirintico dicendo le verità più atroci con linearità e senza filtri, come una bambina. Un punto di vista diabolico che corre su una linea indistinguibile tra bene e male». Entrambe le figlie hanno sempre creduto, per 16 anni, nella sua innocenza. Il film di Ridley Scott sui Gucci? «Mi hanno ispirato documentari e libri. Con persone vive ci vuole rispetto per un lavoro di giustizia anche nella ricostruzione storica, che si è sovrapposta alla trasfigurazione». Nella serie scatta il colpo di fulmine tra Maurizio e Patrizia, che invece ha sempre sostenuto di detestare come lui si pettinasse... Erano accomunati dall’essere soffocati in famiglia ; il padre per lui, la madre per lei. Miriam Leone ricorda che Silvana, la madre di Patrizia, faceva la lavapiatti nell’estrema periferia di Milano; per otto anni non fu riconosciuta dal padre, e poi si riprese la scena. «Sono due facce della stessa medaglia che non si posero in ascolto di sé stessi, lei visse l’ossessione del cognome, l’appartenere a una famiglia importante». E Muccino: «Gli hanno sempre detto che non ce l’avrebbero mai fatta nella vita, e devono portare una maschera». Miriam, se l’avesse davanti, che consiglio vorrebbe da Patrizia? «Le chiederei della sua esuberanza. A volte mi domando: non sarà un po’ troppo? E mi dico: no. La serie per i più giovani è importante per l’equazione negata tra lusso e felicità, com’è nella vita vera». Francesco Scianna: «Io a Maurizio direi, cerca di liberarti dal dover dimostrare che vali». A Patrizia tolsero un tumore nel 1993, due anni prima della morte di Maurizio. Muccino: «Le tolsero della materia cerebrale, si doveva capire quanto la sua condizione fosse stata modificata da un’azione chirurgica così invasiva». Naturalmente ci sono anche i loro momenti felici. Sulla barca Creole, per esempio, dove hanno girato alcune sequenze tra la brezza del mare, quando il vento era soave.

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