Uno dei primi a dare notizia della morte di Fabio Mussi , dirigente di Avs, avvenuta stanotte all'ospedale Sant'Eugenio di Roma, è stato l’ex presidente della Regione Toscana Vannino Chiti. Nato a Piombino, in provincia di Livorno, il 22 gennaio 1948, Mussi, che nel 2008 è stato sottoposto ad un doppio trapianto di reni, è stato per anni, con Chiti, uno dei leader della sinistra toscana . Anche se con la nascita del Pd le loro strade si sono divise, in quanto Mussi scelse di far parte di Sinistra Ecologia Libertà (Sel) e, successivamente, di Sinistra Italiana e poi di Avs. Che in una nota ricorda che Mussi « è stato «ministro del governo Prodi, esponente storico della sinistra, capogruppo dei deputati del Pds-Ulivo nel 1996 e, nel 2001, vicepresidente della Camera dei deputati». Nel corso della sua carriera è stato inoltre vicedirettore di Rinascita e poi condirettore de l’Unità, il quotidiano del Pci, al quale Mussi aderì a 17 anni, nel 1965. Due le impronte che più hanno caratterizzato la sua carriera politica: le origini operaie nella rossa Piombino e la formazione culturale nella Pisa del ’68 e della Normale, dove conobbe e divenne amico di Massimo D’Alema. Che, in libro sul ’68 di Stefania Fraddanni, così ricorda la sua amicizia con Mussi: «Con Fabio eravamo molto legati, e l’iniziale condivisione di orientamento politico si trasformò presto in profonda amicizia. Andavamo spesso in motocicletta insieme, anche perché la sua moto, una Guzzi Lodola, era l’unico mezzo di locomozione di cui disponevamo. Facemmo amicizia e partecipammo a tutte le manifestazioni di contestazione degli studenti che si tennero a Pisa in quegli anni immergendoci totalmente, o quasi, in quel contesto, anche comportamentale, di abitudini e stili di vita, che il movimento stava producendo. Anche noi decidemmo subito di farci crescere i baffi, ad esempio». La doppia impronta – popolare e colta- la si coglie anche nella famosa polemica di Paolo Virzì ai tempi dei girotondi e della sinistra chic. Virzì criticò un certo snobismo della sinistra e auspicò il ritorno alle radici popolari: «Cari compagni, è l'ora di riunire porchetta e ideologia». E di Mussi disse: «Fabio Mussi lo stimo molto: è un piombinese serio, gagliardo e spiritoso. La mia critica era più generale e riguardava certi interventi, tra i quali anche quello di Mussi, preoccupati di difendere la sigla di partito. Mi sono permesso di replicare che quegli elettori non esistono più, che quando uno va a votare si schiera o di qua o di là senza preoccuparsi della sigla x o y». E Michele Morrocchi sui social così ha ricordato l’amico e compagno: « Mussi più di tanti altri dirigenti portava nel volto e nel fisico l'ascensore sociale (forse l'unico che abbia funzionicchiato) che la politica, almeno a sinistra, aveva rappresentato per una parte di una generazione. In Mussi l'aspetto, l'atteggiamento era squisitamente popolare, operaio ma il ragionamento era affilato, colto, robusto. Si raccontava della sua conoscenza della filosofia tedesca eccelsa senza stupirsi di vederlo a tavola con i compagni della sezione a mangiare tortelli». La morte di Mussi ha suscitato profondo cordoglio soprattutto nella sinistra della sua Toscana. Emiliano Fossi, segretario del Pd toscano, ha commentato: «Con Mussi se ne va un pezzo di storia della sinistra italiana e della nostra terra. Piombinese, figlio di operai, Fabio ha sempre portato nelle istituzioni, in Parlamento e al Governo quella concretezza toscana schietta e rigorosa che lo aveva formato».
Morto a 78 anni Fabio Mussi, il cuore operaio di Piombino. Dai tortelli in sezione ai baffi che si fece crescere con D'Alema
Uno dei primi a dare notizia della morte di Fabio Mussi , dirigente di Avs, avvenuta stanotte all'ospedale Sant'Eugenio di Roma, è stato l’ex presidente della Regione Toscana Vannino Chiti. Nato a Piombino, in provincia di Livorno, il 22 gennaio 1948, Mussi, che nel 2008 è stato sottoposto ad un doppio trapianto di reni, è stato per anni, con Chiti, uno dei leader della sinistra toscana . Anche se con la nascita del Pd le loro strade si sono divise, in quanto Mussi scelse di far parte di Sinistra Ecologia Libertà (Sel) e, successivamente, di Sinistra Italiana e poi di Avs. Che in una nota ricorda che Mussi « è stato «ministro del governo Prodi, esponente storico della sinistra, capogruppo dei deputati del Pds-Ulivo nel 1996 e, nel 2001, vicepresidente della Camera dei deputati». Nel corso della sua carriera è stato inoltre vicedirettore di Rinascita e poi condirettore de l’Unità, il quotidiano del Pci, al quale Mussi aderì a 17 anni, nel 1965. Due le impronte che più hanno caratterizzato la sua carriera politica: le origini operaie nella rossa Piombino e la formazione culturale nella Pisa del ’68 e della Normale, dove conobbe e divenne amico di Massimo D’Alema. Che, in libro sul ’68 di Stefania Fraddanni, così ricorda la sua amicizia con Mussi: «Con Fabio eravamo molto legati, e l’iniziale condivisione di orientamento politico si trasformò presto in profonda amicizia. Andavamo spesso in motocicletta insieme, anche perché la sua moto, una Guzzi Lodola, era l’unico mezzo di locomozione di cui disponevamo. Facemmo amicizia e partecipammo a tutte le manifestazioni di contestazione degli studenti che si tennero a Pisa in quegli anni immergendoci totalmente, o quasi, in quel contesto, anche comportamentale, di abitudini e stili di vita, che il movimento stava producendo. Anche noi decidemmo subito di farci crescere i baffi, ad esempio». La doppia impronta – popolare e colta- la si coglie anche nella famosa polemica di Paolo Virzì ai tempi dei girotondi e della sinistra chic. Virzì criticò un certo snobismo della sinistra e auspicò il ritorno alle radici popolari: «Cari compagni, è l'ora di riunire porchetta e ideologia». E di Mussi disse: «Fabio Mussi lo stimo molto: è un piombinese serio, gagliardo e spiritoso. La mia critica era più generale e riguardava certi interventi, tra i quali anche quello di Mussi, preoccupati di difendere la sigla di partito. Mi sono permesso di replicare che quegli elettori non esistono più, che quando uno va a votare si schiera o di qua o di là senza preoccuparsi della sigla x o y». E Michele Morrocchi sui social così ha ricordato l’amico e compagno: « Mussi più di tanti altri dirigenti portava nel volto e nel fisico l'ascensore sociale (forse l'unico che abbia funzionicchiato) che la politica, almeno a sinistra, aveva rappresentato per una parte di una generazione. In Mussi l'aspetto, l'atteggiamento era squisitamente popolare, operaio ma il ragionamento era affilato, colto, robusto. Si raccontava della sua conoscenza della filosofia tedesca eccelsa senza stupirsi di vederlo a tavola con i compagni della sezione a mangiare tortelli». La morte di Mussi ha suscitato profondo cordoglio soprattutto nella sinistra della sua Toscana. Emiliano Fossi, segretario del Pd toscano, ha commentato: «Con Mussi se ne va un pezzo di storia della sinistra italiana e della nostra terra. Piombinese, figlio di operai, Fabio ha sempre portato nelle istituzioni, in Parlamento e al Governo quella concretezza toscana schietta e rigorosa che lo aveva formato».

SOURCE TRANSPARENCY