È morta oggi, 7 ottobre 2026, a Roma,  Barbara Spinelli . Aveva 80 anni. Giornalista, saggista ed ex europarlamentare, è stata tra le voci più riconoscibili della sinistra italiana.  A darne notizia, come riportato dal «Fatto quotidiano», è stata la famiglia: «Un sentito ringraziamento al professor Cortesi, al suo staff e a tutto il personale della clinica Villa del Rosario per le amorevoli cure e la grande serietà. La famiglia ringrazia tutti quelli che l’hanno amata e stimata». I funerali si terranno in forma strettamente privata. Questo è il ricordo di Paolo Conti. L’addio a Barbara Spinelli implica il commiato da un universo culturale denso di legami con le grandi esperienze politiche della seconda metà del ‘900, a partire dalle sue stesse radici familiari.  Quando nel 1946 Barbara Nasce a Roma, suo padre Altiero Spinelli , antifascista però espulso dal Pci nel 1937, ha già scritto un fondamentale capitolo di storia contemporaneo ideando e stendendo, nel 1942 dal confino, con Ernesto Rossi, il Manifesto di Ventotene, uno dei testi fondanti dell’Unione Europea . Infatti Altiero Spinelli sarà poi tra i fondatori del Movimento Federalista Europeo. Sua madre è Ursula Hirschmann, ebrea tedesca, sorella dell’economista Albert , a sua volta attivista politica, saggista e scrittrice. I due si conoscono proprio a Ventotene , il loro è un legame fortissimo e complesso (lei ha già tre figlie dal socialista liberale Eugenio Colorni, che contribuisce al Manifesto ). Radici che per Barbara Spinelli restano un riferimento per tutta la vita. Sceglie il giornalismo ed esordisce nel 1972 nel quotidiano Il Globo , dopo tre anni di lavoro di ricerca (sulla Jugoslavia e l’Europa dell’Est) all’Istituto Affari Internazionali di Roma. Tra il il 1973 e il 1976 è corrispondente a Bruxelles per Il Globo e L’Espresso .  La svolta arriva nel 1976, quando è cofondatrice de  La Repubblica , di cui poi diventa corrispondente da Parigi. In quel quotidiano incontra anche un uomo molto importante per la sua vita privata, l’editorialista Mario Pirani. Dalla prima metà degli anni Ottanta è inviata speciale a Parigi del Corriere della Sera , poi è corrispondente, sempre da Parigi, e in seguito editorialista a  La Stampa . Dal 2010 è stata editorialista de  La Repubblica fino alla metà del 2014. Poi, dal 2016, la collaborazione con Il Fatto .  Per anni è la compagna dell’economista Tommaso Padoa-Schioppa , fino alla morte di lui nel dicembre 2010. Poi c’è il capitolo politico. Nel 2014 viene eletta al Parlamento europeo, candidata con la lista L’Altra Europa con Tsipras . È vice-presidente della Commissione affari costituzionali del Parlamento europeo, membro della Commissione per le libertà civili, giustizia e affari interni, membro della Delegazione alla Commissione di cooperazione parlamentare Ue-Russia, della Delegazione per le relazioni con Israele e della Delegazione all’Assemblea parlamentare dell’Unione per il Mediterraneo. Poi abbandona la lista, concludendo il suo mandato nel gruppo Sinistra Unitaria Europea. Molto ricca e feconda la sua produzione saggistica. Ma forse vale la pena citare, tra i tanti sui libri, «Il sonno della memoria- L’Europa dei totalitarismi» (Mondadori) del 2001. Una profezia, ora attualissima, della tendenza dell’Europa a dimenticare , a non rendere la memoria storia una ricchezza cui attingere per non sbagliare più. Scriveva Spinelli un quarto di secolo fa esatto: «Una malattia della mente impedisce all'Europa e alla sua cultura di apprendere lezioni del passato. Onnipresente nei ragionamenti e nei mea culpa che sono andati intensificandosi tra gli anni Novanta e il Duemila, l’arte del rammemorare ha conosciuto un singolare destino. Non è riuscita a combinarsi con una nozione adeguata del tempo. Più la memoria veniva evocata, più si ossificava fino a rasentare la sterilità. Più se ne lamentava l’assenza, più gli appelli suonavano inani. Il divario tra le meditazioni sul passato e la prassi, tra l’invito dei politici a ricordare e l’incapacità di agire non poteva essere più palese. Mai si è parlato tanto di memoria nel vecchio continente da quando è caduto il Muro di Berlino nell’autunno 1989, e tuttavia questo discorrere concitato restava ingabbiato nel nominalismo…..»