I «nonostante» contano il giusto. Perché se c’è di mezzo l’ultimo sprint sulla legge elettorale «non va abbassata la guardia». Come si stanno ripetendo, alla vigilia di giornate cruciali, il capogruppo Galeazzo Bignami e il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani. Sono entrambi di Fratelli d’Italia. Il primo governa la pattuglia più numerosa della Camera (nonché il partito di Giorgia Meloni); il secondo ha il compito di controllare e armonizzare il traffico della coalizione che siede a Montecitorio (con dispacci «d’ambiente» indirizzati a Palazzo Chigi quasi giornalieri). E così nonostante il voto di giovedì scorso sulle pregiudiziali non abbia regalato sorprese e sudori freddi nel segreto della pulsantiera e nonostante non ci siano presagi strani, la concentrazione nella maggioranza resta «più alta che mai». Sono queste le ultime news di «RadioTransatlantico». Da domani fino a giovedì, giorno del voto finale al provvedimento, sono tutti precettati in Aula. Non esistono giustificazioni da parte dei capigruppo. Tutte le missioni parlamentari e di governo sono sospese. I ministri che votano — cioè quelli che sono anche deputati — dovranno essere «obbligatoriamente» in Aula. Salvo autorizzazione — «preventiva» — della presidente del Consiglio. È accaduto giovedì passato al ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, impegnato ad Algeri in una riunione internazionale sull’energia. Nel dubbio, avvolto da zelo, Fratelli d’Italia ripeterà le accortezze dell’ultima volta: deputati in versione vedette sparsi nell’emiciclo per imprimere la giusta pressione, i componenti degli staff in piccionaia con il cellulare «caldo» ben puntato sull’Aula, un conteggio ferreo dei presenti, gruppo per gruppo. Da FdI a Forza Italia, passando per Lega e Noi moderati. I franchi tiratori che a luglio si conquistarono i titoli dei giornali, la «caccia» del ministro Francesco Lollobrigida e la rabbia della premier, oggi sembrano scomparsi. Forse si saranno rassegnati al loro destino quando sarà il momento delle urne. Forse hanno capito meglio la nuova legge, forse credono di più nella vittoria del centrodestra che, grazie ai giochi di rimbalzo del listino, potrebbe farli tornare in Parlamento, se ricandidati. E c’è anche poi la quota di eletti alla prima legislatura che in caso di scherzi vedrebbe andare in fumo l’agognata pensione. Per il voto finale di giovedì, che sarà segreto, balla la presenza dell’«onorevole Meloni», che sarà tornata la sera prima da un bilaterale in Croazia. La sua apparizione in Aula non viene data per certa. Anzi. Al contrario sono in molti nel suo partito, ma anche tra gli alleati, a pensare che la premier alla fine non ci sarà, convinta dei numeri e del clima positivo. Nonché poco intenzionata a caricare eccessivamente questo ultimo passaggio parlamentare, che arriverà dopo una serie di (tre) voti di fiducia. La premier deciderà all’ultimo minuto. Intanto un paio di messaggi in queste ore li ha già dati. Il primo, ripetuto ieri alla festa della Dc, è che il governo — dunque il Parlamento — andrà avanti fino alla scadenza naturale. Il secondo altrettanto forte è noto alle cronache: in caso di incidenti sulla legge elettorale, il gong dell’esecutivo suonerà subito. E il voto, con il vecchio Rosatellum, sarà uno scenario dietro l’angolo, appena varata la Manovra, già a febbraio. Tutte buone ragioni che scacciano i colpi di scena. Almeno quelli della vigilia.
Missioni sospese e deputati-vedetta: ora la maggioranza promette «massima concentrazione»
I «nonostante» contano il giusto. Perché se c’è di mezzo l’ultimo sprint sulla legge elettorale «non va abbassata la guardia». Come si stanno ripetendo, alla vigilia di giornate cruciali, il capogruppo Galeazzo Bignami e il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani. Sono entrambi di Fratelli d’Italia. Il primo governa la pattuglia più numerosa della Camera (nonché il partito di Giorgia Meloni); il secondo ha il compito di controllare e armonizzare il traffico della coalizione che siede a Montecitorio (con dispacci «d’ambiente» indirizzati a Palazzo Chigi quasi giornalieri). E così nonostante il voto di giovedì scorso sulle pregiudiziali non abbia regalato sorprese e sudori freddi nel segreto della pulsantiera e nonostante non ci siano presagi strani, la concentrazione nella maggioranza resta «più alta che mai». Sono queste le ultime news di «RadioTransatlantico». Da domani fino a giovedì, giorno del voto finale al provvedimento, sono tutti precettati in Aula. Non esistono giustificazioni da parte dei capigruppo. Tutte le missioni parlamentari e di governo sono sospese. I ministri che votano — cioè quelli che sono anche deputati — dovranno essere «obbligatoriamente» in Aula. Salvo autorizzazione — «preventiva» — della presidente del Consiglio. È accaduto giovedì passato al ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, impegnato ad Algeri in una riunione internazionale sull’energia. Nel dubbio, avvolto da zelo, Fratelli d’Italia ripeterà le accortezze dell’ultima volta: deputati in versione vedette sparsi nell’emiciclo per imprimere la giusta pressione, i componenti degli staff in piccionaia con il cellulare «caldo» ben puntato sull’Aula, un conteggio ferreo dei presenti, gruppo per gruppo. Da FdI a Forza Italia, passando per Lega e Noi moderati. I franchi tiratori che a luglio si conquistarono i titoli dei giornali, la «caccia» del ministro Francesco Lollobrigida e la rabbia della premier, oggi sembrano scomparsi. Forse si saranno rassegnati al loro destino quando sarà il momento delle urne. Forse hanno capito meglio la nuova legge, forse credono di più nella vittoria del centrodestra che, grazie ai giochi di rimbalzo del listino, potrebbe farli tornare in Parlamento, se ricandidati. E c’è anche poi la quota di eletti alla prima legislatura che in caso di scherzi vedrebbe andare in fumo l’agognata pensione. Per il voto finale di giovedì, che sarà segreto, balla la presenza dell’«onorevole Meloni», che sarà tornata la sera prima da un bilaterale in Croazia. La sua apparizione in Aula non viene data per certa. Anzi. Al contrario sono in molti nel suo partito, ma anche tra gli alleati, a pensare che la premier alla fine non ci sarà, convinta dei numeri e del clima positivo. Nonché poco intenzionata a caricare eccessivamente questo ultimo passaggio parlamentare, che arriverà dopo una serie di (tre) voti di fiducia. La premier deciderà all’ultimo minuto. Intanto un paio di messaggi in queste ore li ha già dati. Il primo, ripetuto ieri alla festa della Dc, è che il governo — dunque il Parlamento — andrà avanti fino alla scadenza naturale. Il secondo altrettanto forte è noto alle cronache: in caso di incidenti sulla legge elettorale, il gong dell’esecutivo suonerà subito. E il voto, con il vecchio Rosatellum, sarà uno scenario dietro l’angolo, appena varata la Manovra, già a febbraio. Tutte buone ragioni che scacciano i colpi di scena. Almeno quelli della vigilia.

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