«Le famiglie italiane del quartiere nemmeno vengono al nostro open day. O meglio, ne vengono poche. Ma nel nostro bacino d’utenza non ci sono solo le case popolari. Ci sono, per fare un esempio, anche i complessi residenziali di via Cascina Bianca. Ma chi vive lì iscrive i figli alla Tolstoj, oppure alla Carlo Porta, più vicine al centro. Chi invece vince la diffidenza e sceglie noi, poi rimane anche alle medie. Non è nemmeno questione di razzismo, non lo definirei così. Manca la capacità di vedere oltre». Milca Granese dirige l’Istituto comprensivo Sant’Ambrogio alla Barona. Per tutti la «preside di Marracash» dopo che il rapper, ex alunno, ha tenuto un grande concerto davanti a scuola, destinandovi parte degli introiti. Al Sant’Ambrogio, 700 alunni dall’infanzia alle medie, il tetto del 30% degli alunni stranieri è ampiamente superato: il 60% non ha un background italofono, in alcune classi si arriva all’80%. Secondo un’elaborazione Ismu su dati Istat, la media lombarda degli alunni non italiani è pari al 17,7% degli iscritti (236.532 studenti in totale). A Milano e provincia si sale al 19,7 % (83 mila ragazzi su 423 mila) . Superano il 20 le province Pavia, Cremona, Mantova, Lodi. Preside, cos’è, allora, che produce la «fuga» delle famiglie italiane dagli istituti come il suo? «Ciascuno cerca il meglio per i propri figli, è comprensibile. Ma a volte vincono timori infondati. I genitori ricordano la scuola che hanno fatto da bambini, molto strutturata sui programmi e pensano che la maestra stilerà un programma con obiettivi più bassi, perché alcuni non sanno bene l’italiano. Ma questo non è assolutamente vero. Con una didattica laboratoriale e innovativa, si possono tenere insieme studenti con profitto eccellente, ragazzi appena arrivati in Italia e alunni con disabilità, portando ciascuno al massimo livello possibile delle proprie competenze». Cosa accadrebbe se passasse il tetto del 30% ? «Le scuole come la mia chiuderebbero ( ride ndr). E gli istituti professionali». È fattibile ridistribuire una parte di popolazione straniera fra vari istituti? «Avere classi di nazionalità più variegata sarebbe anche una cosa ottima, ma è di difficile realizzazione: la scuola non è un’isola, riflette la realtà del quartiere. E qui alla Barona ci sono case popolari, con famiglie numerose, in larga parte egiziane, molte con figli con disabilità. Proporgli di andare altrove non funzionerebbe: sono mamme con 3-4 figli. Quando organizziamo attività con altre scuole vicine, partecipano a fatica: la vita, non solo quotidiana, per loro si esaurisce nel quartiere. È questo il vero tema: la povertà culturale, economica, educativa. Dei nostri alunni, quasi nessuno va al liceo. Per far iscrivere di nuovo le famiglie italiane, invece, forse sarebbe più facile il contrario». Ovvero? «Volendo fare una provocazione, rimettere l’obbligo di iscrizione, al primo ciclo, nel quartiere. Così le famiglie italiane tornerebbero. Quelle che vogliono restare nel pubblico, s’intende». Cosa scoprirebbero, se «costrette» a venire da voi? «Che l’offerta didattica, paradossalmente, è più ricca nelle scuole di periferia. Da noi l’apprendimento da tempo non è più relegato solo all’aula. I docenti sviluppano competenze e specialità mirate, che vanno a favore di tutti, non solo di chi non parla bene l’italiano».