Centinaia di ragazze in coda, in attesa di sapere se realizzeranno il sogno di sfilare sulla prossima passerella della Fashion Week di Milano . Alcune sono in piedi, altre si accovacciano a terra, chiacchierano o «scrollano» i loro iPhone. Passano ore ad aspettare per pochi secondi di «posing» e «walk»: la camminata che faranno davanti ai casting director dei brand, chiamati a decidere se quel lavoro sarà loro oppure no. In diverse centinaia per poche decine di posti. A mandarle sono – quasi sempre – le agenzie di moda che le rappresentano. «I brand si rivolgono alle agenzie o ai casting director. Siccome durante la Fashion Week la domanda di lavoro è molto alta, le agenzie, per aumentare le possibilità che qualcuno dei propri modelli venga selezionato – e quindi di guadagnare attraverso le «fee» versate dal brand e dal modello – tendono a proporre molti profili , anche quando non sono perfettamente in linea con le caratteristiche richieste». A parlare è l’avvocato Alessio Di Pietro , presidente e co-fondatore – insieme alla modella e attivista Ambra Battilana Gutierrez – di Fashion in Progress , un ente no-profit nato con l’obiettivo di sostenere la categoria dei modelli, rappresentandone interessi e diritti e prevenendo abusi e violazioni. «L’associazione nasce nel 2024 proprio perché manca una disciplina normativa specifica che regoli il mondo del modelling . Oggi, per tutelare questa professione, si fa riferimento ad altre fonti normative – spesso provenienti dal mondo dello spettacolo – che però non sempre sono compatibili con il settore della moda. Da qui derivano una serie di carenze che hanno fatto emergere la necessità di intervenire in maniera specifica». Uno degli aspetti più critici riguarda proprio il ruolo delle «mother agencies », che dovrebbero rappresentare e tutelare il modello o la modella ma che, spiega l’avvocato Di Pietro, «di fatto svolgono anche una funzione di intermediazione con il brand, ricevendo spesso una duplice «fee» su ogni prestazione: una dal modello e una dal cliente». Un meccanismo che, secondo Fashion in Progress, può determinare «uno squilibrio contrattuale a favore di brand e agenzie, con il modello che spesso si trova a essere la parte più debole del rapporto ». Quest’ultimo, infatti, può avere poco margine nella negoziazione dei compensi e delle modalità di lavoro e non sempre dispone di tutte le informazioni necessarie per comprendere pienamente il rapporto economico tra agenzia e cliente e, di conseguenza, quale sia il compenso che effettivamente gli spetta. Il Fair Fashion Code promosso da Fashion in Progress – con il supporto dello studio legale Lawp – non è ancora una proposta di legge, ma un codice etico e di condotta al quale brand e agenzie possono aderire volontariamente, assumendosi l’impegno di rispettarne i principi. Il codice interviene su diversi fronti: tutela contrattuale, sicurezza durante i casting, prevenzione di possibili abusi, trasparenza sui compensi e condizioni di lavoro adeguate. L’obiettivo è innanzitutto sensibilizzare il settore e creare uno standard condiviso di comportamento. L’auspicio, nel lungo periodo, è che questa maggiore consapevolezza possa contribuire alla nascita di una legislazione organica dedicata al settore.
Milano Fashion Week, il Far West dei casting (e non solo): «Ore di coda e poche tutele»
Centinaia di ragazze in coda, in attesa di sapere se realizzeranno il sogno di sfilare sulla prossima passerella della Fashion Week di Milano . Alcune sono in piedi, altre si accovacciano a terra, chiacchierano o «scrollano» i loro iPhone. Passano ore ad aspettare per pochi secondi di «posing» e «walk»: la camminata che faranno davanti ai casting director dei brand, chiamati a decidere se quel lavoro sarà loro oppure no. In diverse centinaia per poche decine di posti. A mandarle sono – quasi sempre – le agenzie di moda che le rappresentano. «I brand si rivolgono alle agenzie o ai casting director. Siccome durante la Fashion Week la domanda di lavoro è molto alta, le agenzie, per aumentare le possibilità che qualcuno dei propri modelli venga selezionato – e quindi di guadagnare attraverso le «fee» versate dal brand e dal modello – tendono a proporre molti profili , anche quando non sono perfettamente in linea con le caratteristiche richieste». A parlare è l’avvocato Alessio Di Pietro , presidente e co-fondatore – insieme alla modella e attivista Ambra Battilana Gutierrez – di Fashion in Progress , un ente no-profit nato con l’obiettivo di sostenere la categoria dei modelli, rappresentandone interessi e diritti e prevenendo abusi e violazioni. «L’associazione nasce nel 2024 proprio perché manca una disciplina normativa specifica che regoli il mondo del modelling . Oggi, per tutelare questa professione, si fa riferimento ad altre fonti normative – spesso provenienti dal mondo dello spettacolo – che però non sempre sono compatibili con il settore della moda. Da qui derivano una serie di carenze che hanno fatto emergere la necessità di intervenire in maniera specifica». Uno degli aspetti più critici riguarda proprio il ruolo delle «mother agencies », che dovrebbero rappresentare e tutelare il modello o la modella ma che, spiega l’avvocato Di Pietro, «di fatto svolgono anche una funzione di intermediazione con il brand, ricevendo spesso una duplice «fee» su ogni prestazione: una dal modello e una dal cliente». Un meccanismo che, secondo Fashion in Progress, può determinare «uno squilibrio contrattuale a favore di brand e agenzie, con il modello che spesso si trova a essere la parte più debole del rapporto ». Quest’ultimo, infatti, può avere poco margine nella negoziazione dei compensi e delle modalità di lavoro e non sempre dispone di tutte le informazioni necessarie per comprendere pienamente il rapporto economico tra agenzia e cliente e, di conseguenza, quale sia il compenso che effettivamente gli spetta. Il Fair Fashion Code promosso da Fashion in Progress – con il supporto dello studio legale Lawp – non è ancora una proposta di legge, ma un codice etico e di condotta al quale brand e agenzie possono aderire volontariamente, assumendosi l’impegno di rispettarne i principi. Il codice interviene su diversi fronti: tutela contrattuale, sicurezza durante i casting, prevenzione di possibili abusi, trasparenza sui compensi e condizioni di lavoro adeguate. L’obiettivo è innanzitutto sensibilizzare il settore e creare uno standard condiviso di comportamento. L’auspicio, nel lungo periodo, è che questa maggiore consapevolezza possa contribuire alla nascita di una legislazione organica dedicata al settore.

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