«Ho già dato le disposizioni per il mio funerale, vorrei che ci fossero tutti i miei ex che dicono: “Mannaggia, è morta ‘sta stronza, però siamo ancora innamorati di lei”. A quel punto esco dalla bara: “Ecco qua, sono tornata”». Nella seconda stagione di Roast in Peace (in streaming su Prime Video) Michela Giraud celebra il funerale di cinque «defunti ancora vivi»: Fedez, Alessandro Borghese, Simona Ventura, Giuseppe Cruciani e Asia Argento. A «onorare» la loro memoria con ironia e cinismo Stefano Rapone, Eleazaro Rossi, Max Angioni e Martina Catuzzi . «È uno show unico — spiega Michela Giraud —: nel mondo dello spettacolo c’è poca ironia, non è usuale vedere certi personaggi disposti a farsi “insultare” e a loro volta rispondere a tono. Siamo un popolo molto permaloso — io per prima —, ci prendiamo troppo sul serio». Fedez non passa per uno autoironico : «Invece è stato al gioco. Simona Ventura e Asia Argento sono state messe in difficoltà in diverse occasioni, ma hanno risposto in modo pronto». Cruciani solitamente è parecchio incazzoso: «Abbiamo battibeccato all’inizio, come è giusto che fosse, ma credevo esagerasse di più. Per lui il programma è stato una sorpresa perché gli si chiedeva di non contenersi e un contesto in cui è ammesso “l’insulto” libero per lui è perfetto: dal suo punto di vista è un programma inclusivo». Roast in Peace è una delle rare oasi in cui si mette da parte il politicamente corretto . «Ormai noi comici non possiamo essere liberi neanche a teatro, perché nel momento in cui diventi un personaggio pubblico o decidi di salire sul palco, devi sapere che quello che dici non è più tuo. Purtroppo è pieno di gente che non riesce a capire il contesto ». Quando ha capito che la sua vita voleva essere su un palco? «In realtà chi fa questo mestiere lo sa da sempre. Mi è sempre piaciuto stare al centro dell’attenzione: prima in classe, poi alle cene . A un certo punto diventi una persona insopportabile, perché sei quella che deve sempre fare battute: ero diventata una specie di pupazzo ambulante . Quindi a quel punto scegli il palco». Ha detto che la comicità è un modo di scappare dai lati di sé stessi che non ci piacciono: «Io ne ho tantissimi: sono permalosa, sono pigra, sono eccessivamente emotiva , mi arrabbio molto spesso. La comicità è anche un’autoterapia». Ogni comico è passato per uno spettacolo tragico: «A me è successo la prima volta che sono salita sul palco. Sono andata al festival di cabaret di Grottammare portando un personaggio di Roma Nord. Era un suicidio telefonato . Lì ho imparato la prima lezione: devi fare cose che piacciono a te, ma che interessano anche il pubblico. Ci lavoro perché è un mio problema: bisogna stare attenti a essere troppo autoreferenziali». Spesso le aspirazioni si scontrano con la realtà: «A me è capitato tante volte nella vita che le cose non andassero come pensavo. Io ho una frustrazione al giorno : un giorno vedo una che è più magra di me, una che è più bella di me, una che ha più successo di me. La vita è anche questo. Non sopporto la retorica dell’essere felici . Io non trovo nulla di più dannoso e sciocco dell’essere felici nella vita. È un’utopia la felicità: se tu sei sempre felice, sei un rincoglionito ». Michela Giraud è stata spesso presa di mira dagli hater: la ferisce di più quando lo fanno per l’aspetto fisico o perché dicono che non fa ridere? «I social hanno completamente azzerato la barriera dell’empatia. Gli hater sono persone che non hanno altro modo per scaricare la frustrazione di una vita che non gli piace. Certo che mi fa male, certo che mi dispiace . Mentirei se dicessi di no. Mi consolo pensando che ho regalato a un poveraccio cinque minuti di parentesi felice all’interno di una vita grama».
Michela Giraud: «Soffro il giudizio degli hater. Il primo show? Un disastro con un personaggio di Roma Nord»
«Ho già dato le disposizioni per il mio funerale, vorrei che ci fossero tutti i miei ex che dicono: “Mannaggia, è morta ‘sta stronza, però siamo ancora innamorati di lei”. A quel punto esco dalla bara: “Ecco qua, sono tornata”». Nella seconda stagione di Roast in Peace (in streaming su Prime Video) Michela Giraud celebra il funerale di cinque «defunti ancora vivi»: Fedez, Alessandro Borghese, Simona Ventura, Giuseppe Cruciani e Asia Argento. A «onorare» la loro memoria con ironia e cinismo Stefano Rapone, Eleazaro Rossi, Max Angioni e Martina Catuzzi . «È uno show unico — spiega Michela Giraud —: nel mondo dello spettacolo c’è poca ironia, non è usuale vedere certi personaggi disposti a farsi “insultare” e a loro volta rispondere a tono. Siamo un popolo molto permaloso — io per prima —, ci prendiamo troppo sul serio». Fedez non passa per uno autoironico : «Invece è stato al gioco. Simona Ventura e Asia Argento sono state messe in difficoltà in diverse occasioni, ma hanno risposto in modo pronto». Cruciani solitamente è parecchio incazzoso: «Abbiamo battibeccato all’inizio, come è giusto che fosse, ma credevo esagerasse di più. Per lui il programma è stato una sorpresa perché gli si chiedeva di non contenersi e un contesto in cui è ammesso “l’insulto” libero per lui è perfetto: dal suo punto di vista è un programma inclusivo». Roast in Peace è una delle rare oasi in cui si mette da parte il politicamente corretto . «Ormai noi comici non possiamo essere liberi neanche a teatro, perché nel momento in cui diventi un personaggio pubblico o decidi di salire sul palco, devi sapere che quello che dici non è più tuo. Purtroppo è pieno di gente che non riesce a capire il contesto ». Quando ha capito che la sua vita voleva essere su un palco? «In realtà chi fa questo mestiere lo sa da sempre. Mi è sempre piaciuto stare al centro dell’attenzione: prima in classe, poi alle cene . A un certo punto diventi una persona insopportabile, perché sei quella che deve sempre fare battute: ero diventata una specie di pupazzo ambulante . Quindi a quel punto scegli il palco». Ha detto che la comicità è un modo di scappare dai lati di sé stessi che non ci piacciono: «Io ne ho tantissimi: sono permalosa, sono pigra, sono eccessivamente emotiva , mi arrabbio molto spesso. La comicità è anche un’autoterapia». Ogni comico è passato per uno spettacolo tragico: «A me è successo la prima volta che sono salita sul palco. Sono andata al festival di cabaret di Grottammare portando un personaggio di Roma Nord. Era un suicidio telefonato . Lì ho imparato la prima lezione: devi fare cose che piacciono a te, ma che interessano anche il pubblico. Ci lavoro perché è un mio problema: bisogna stare attenti a essere troppo autoreferenziali». Spesso le aspirazioni si scontrano con la realtà: «A me è capitato tante volte nella vita che le cose non andassero come pensavo. Io ho una frustrazione al giorno : un giorno vedo una che è più magra di me, una che è più bella di me, una che ha più successo di me. La vita è anche questo. Non sopporto la retorica dell’essere felici . Io non trovo nulla di più dannoso e sciocco dell’essere felici nella vita. È un’utopia la felicità: se tu sei sempre felice, sei un rincoglionito ». Michela Giraud è stata spesso presa di mira dagli hater: la ferisce di più quando lo fanno per l’aspetto fisico o perché dicono che non fa ridere? «I social hanno completamente azzerato la barriera dell’empatia. Gli hater sono persone che non hanno altro modo per scaricare la frustrazione di una vita che non gli piace. Certo che mi fa male, certo che mi dispiace . Mentirei se dicessi di no. Mi consolo pensando che ho regalato a un poveraccio cinque minuti di parentesi felice all’interno di una vita grama».

SOURCE TRANSPARENCY