La scelta di Lea: opporsi alla logica mafiosa. Il coraggio di Denise. Di madre in figlia. Lea Garofalo, la donna che ruppe il muro di omertà rivelando informazioni sulla attività criminali della famiglia del compagno Carlo Cosco. La figlia Denise, che scelse anche lei di essere testimone di giustizia, è morta il 10 settembre dopo aver deciso di togliersi la vita: «Io sono un’orgogliosa testimone di giustizia perché non è facile costituirsi parte civile contro il proprio padre, ma è una scelta di libertà interiore per ripartire con la vita», aveva fatto sapere pubblicamente nel 2012 attraverso i suoi avvocati. Seguire, dunque, l’esempio di sua madre Lea Garofalo, che nel 2002 era entrata nel programma di protezione testimoni, per uscirne 4 anni dopo, visto che le sue dichiarazioni non erano state ritenute significative. Tra il 2007 e il 2009 Lea Garofalo era di nuovo protetta , finché, esasperata dalle pressioni della famiglia, dalla difficoltà di nascondersi, dalla sensazione di abbandono (numerose le lettere inascoltate alle istituzioni) era tornata allo scoperto e aveva ceduto a un invito a Milano dell’ex compagno , per discutere degli studi della figlia. L’appuntamento venne fissato a Milano, nel 2009 vicino all’Arco della Pace. Era la trappola che l'avrebbe condotta a una fine orrenda. I suoi assassini (tra cui l'ex compagno Carlo Cosco, il padre di Denise, legato alle ’ndrine di Petilia Policastro, Crotone, ) la torturarono, diedero fuoco al suo corpo, e lo sciolsero nell’acido alla periferia di Monza, dove i resti sono stati sepolti e dove oggi sorge una targa a memoria del suo sacrificio. La vicenda giudiziaria si chiude nel 2014 con quattro ergastoli, a Carlo Cosco, e ai complici Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino. Una storia tornata alla ribalta anche nel 2023, a seguito del suicidio di uno dei killer – Rosario Curcio – avvenuto nel carcere di Opera, in cui era detenuto. Nel corso del processo d'appello (maggio 2013), la pena per Carmine Venturino (ex fidanzato di Denise Cosco e uno degli esecutori) era stata ridotta grazie alla sua collaborazione con la giustizia. Le sue rivelazioni sono state decisive per ritrovare i 2.000 frammenti ossei di Lea e la sua collana nel terreno di San Fruttuoso, Monza . Venturino, come raccontato da Alessandra Coppola e Cesare Giuzzi sul Corriere nel 2013, aveva deciso di collaborare perché spinto dall’esempio di Denise, la figlia di Lea che aveva seguito le orme della madre ribellandosi alla legge mafiosa della famiglia del padre. «La sofferenza per aver perso Denise non mi ha lasciato scelta» , erano state le parole di Vento. La stessa Denise, nel 2014, aveva rilasciato un'intervista a Mario Calabresi in tv (a luci oscurate e senza essere ripresa): «Io e mia mamma non eravamo solo madre e figlia, eravamo come sorelle che si confidano». La vicenda di Lea Garofalo ha ispirato varie opere letterarie artistiche, a partire da Lea, film del 2015 di Marco Tullio Giordana, o come il documentario La Scelta, diretto dal regista Jurij Razza e realizzato con il supporto di Libera, costruito soprattutto attraverso le testimonianze delle giovani donne che ai tempi del processo hanno sostenuto proprio la figlia di Lea, Denise, aiutandola a rompere il silenzio e a dare risonanza alla figura di sua madre come esempio di coraggio.
«Mi costituisco parte civile contro mio padre, una scelta per ripartire con la vita»: chi era Denise Cosco che come la mamma si era ribellata alla mafia
La scelta di Lea: opporsi alla logica mafiosa. Il coraggio di Denise. Di madre in figlia. Lea Garofalo, la donna che ruppe il muro di omertà rivelando informazioni sulla attività criminali della famiglia del compagno Carlo Cosco. La figlia Denise, che scelse anche lei di essere testimone di giustizia, è morta il 10 settembre dopo aver deciso di togliersi la vita: «Io sono un’orgogliosa testimone di giustizia perché non è facile costituirsi parte civile contro il proprio padre, ma è una scelta di libertà interiore per ripartire con la vita», aveva fatto sapere pubblicamente nel 2012 attraverso i suoi avvocati. Seguire, dunque, l’esempio di sua madre Lea Garofalo, che nel 2002 era entrata nel programma di protezione testimoni, per uscirne 4 anni dopo, visto che le sue dichiarazioni non erano state ritenute significative. Tra il 2007 e il 2009 Lea Garofalo era di nuovo protetta , finché, esasperata dalle pressioni della famiglia, dalla difficoltà di nascondersi, dalla sensazione di abbandono (numerose le lettere inascoltate alle istituzioni) era tornata allo scoperto e aveva ceduto a un invito a Milano dell’ex compagno , per discutere degli studi della figlia. L’appuntamento venne fissato a Milano, nel 2009 vicino all’Arco della Pace. Era la trappola che l'avrebbe condotta a una fine orrenda. I suoi assassini (tra cui l'ex compagno Carlo Cosco, il padre di Denise, legato alle ’ndrine di Petilia Policastro, Crotone, ) la torturarono, diedero fuoco al suo corpo, e lo sciolsero nell’acido alla periferia di Monza, dove i resti sono stati sepolti e dove oggi sorge una targa a memoria del suo sacrificio. La vicenda giudiziaria si chiude nel 2014 con quattro ergastoli, a Carlo Cosco, e ai complici Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino. Una storia tornata alla ribalta anche nel 2023, a seguito del suicidio di uno dei killer – Rosario Curcio – avvenuto nel carcere di Opera, in cui era detenuto. Nel corso del processo d'appello (maggio 2013), la pena per Carmine Venturino (ex fidanzato di Denise Cosco e uno degli esecutori) era stata ridotta grazie alla sua collaborazione con la giustizia. Le sue rivelazioni sono state decisive per ritrovare i 2.000 frammenti ossei di Lea e la sua collana nel terreno di San Fruttuoso, Monza . Venturino, come raccontato da Alessandra Coppola e Cesare Giuzzi sul Corriere nel 2013, aveva deciso di collaborare perché spinto dall’esempio di Denise, la figlia di Lea che aveva seguito le orme della madre ribellandosi alla legge mafiosa della famiglia del padre. «La sofferenza per aver perso Denise non mi ha lasciato scelta» , erano state le parole di Vento. La stessa Denise, nel 2014, aveva rilasciato un'intervista a Mario Calabresi in tv (a luci oscurate e senza essere ripresa): «Io e mia mamma non eravamo solo madre e figlia, eravamo come sorelle che si confidano». La vicenda di Lea Garofalo ha ispirato varie opere letterarie artistiche, a partire da Lea, film del 2015 di Marco Tullio Giordana, o come il documentario La Scelta, diretto dal regista Jurij Razza e realizzato con il supporto di Libera, costruito soprattutto attraverso le testimonianze delle giovani donne che ai tempi del processo hanno sostenuto proprio la figlia di Lea, Denise, aiutandola a rompere il silenzio e a dare risonanza alla figura di sua madre come esempio di coraggio.

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