Avremmo voluto che non finisse mai, che l’arbitro non fischiasse mai la fine. Per vederlo giocare ancora un po’, per tenerlo con noi ancora un po’, anche se in Italia erano ormai le quattro del mattino , anche se la notte era stata interminabile, piena di « Lágrimas y sonrisas », come il titolo di un tango di Rodolfo Biagi del 1941, lacrime e sorrisi, vale a dire tutto e il suo contrario. Quanta emozione, quanto « sentimiento » per l’ adiós di Leo Messi . La sua, di emozione, come quella di tutti gli argentini e non solo che hanno assistito all’ ultimo tango con la maglia della Selección . Al Monumental, l’immenso stadio del River Plate che si trova nella zona nord di Buenos Aires, quella nobile ed elegante, fra bistrot e jacarande, erano in 85mila. Decine di milioni, quelli davanti alla televisione. È una festa dolceamara, e non può che essere così. Le prime lacrime, Lionel le versa già sul pullman che conduce la squadra dal quartier generale di Ezeiza allo stadio della capitale: si aiuta con un fazzoletto bianco, che poi sventola per salutare dal finestrino le migliaia di tifosi che non avendo il biglietto per l’amichevole contro il Benin sono scesi per strada per accompagnare il viaggio del loro campeón. «Divertiamoci e vamos a ganar » urla il Dieci ai compagni prima di entrare in campo, ricordando a tutti che una partita è sempre una partita, quindi bisogna vincere. Poi arriva il momento intenso dell’inno argentino, « Oíd mortales » suonato per una volta nella versione completa, cantato per l’occasione da Fabio Santana, reduce della guerra nella Falkland-Malvinas. Leo sorride abbracciato ai suoi tre figli Thiago, Mateo e Ciro. La moglie Antonela , che conobbe da bambino quando ancora viveva a Rosario, segue sorridendo in tribuna accanto alla mamma della Pulce, la signora Celia. Lo sguardo al cielo è per papà Jorge, scomparso l’8 agosto scorso a 68 anni . Una perdita che ha segnato profondamente il figlio e che ha avuto un peso decisivo anche nella scelta di chiudere adesso con l’Argentina, dopo la finale persa con la Spagna all’ultimo Mondiale . Il più commosso di tutti, come al solito, è però il ct Scaloni, che infatti anche dentro allo spogliatoio tutti chiamano « La Llorona », il frignone. Anche il presidente Milei si è fatto sentire: «Grazie per averci insegnato che nella vita ciò che conta è non arrendersi mai». Al minuto 10 la gara si ferma: tutti in piedi . Più che una partita, è una celebrazione. Raccontata magistralmente per il pubblico italiano su Sky da Stefano Borghi e Paolo Condò. Sul campo il ritmo è basso, da amichevole, con molti errori. Messi sbaglia due gol che a condizioni normali non sbaglierebbe mai, neanche a occhi chiusi , uno in mezza rovesciata, l’altro solo davanti alla porta. In 21 anni con la nazionale ha segnato 125 gol, uno più bello dell’altro, più difficile dell’altro. Succede, figurarsi in una notte così. Ma lui vorrebbe arrotondare nell’ultimo ballo, infatti all’intervallo striglia i compagni. Pensare che c’è stato un momento in cui voleva lasciare la Nazionale e in molti ne sarebbero stati addirittura felici. Erano gli anni del « pecho frío », del paragone impossibile con Maradona che lo ha tormentato per anni. Poi però qualcosa dentro di lui è cambiato, è diventato un leader vero, infatti sono arrivate le due Copa América e soprattutto è arrivato il Mondiale del 2022 in Qatar , che ha sistemato per sempre le cose, anche per gli argentini, che non per nulla a quel paragone con Diego non pensano più. Come avvenne per il più grande di tutti, la maglia numero 10 non verrà ritirata perché il regolamento delle nazionali non lo prevede. Meglio così: ogni ragazzino che comincia a prendere a calci un pallone ha il diritto di sognare di indossarla. L’avessero tolta dopo Maradona, Messi non l’avrebbe mai indossata. E non sarebbe stato giusto. Nel secondo tempo l’Albiceleste passa con Otamendi su assist proprio di Lionel, da calcio d’angolo. Entra Nico Paz del Como, che riceve palla sempre da Messi e raddoppia con un magistrale sinistro all’angolino: uno che merita la numero dieci è proprio lui. Idealmente, un passaggio di consegne. Messi segna su rigore: ecco il 126. Il Monumental esplode di gioia. Poi sbaglia ancora un gol facile, infine centra anche un palo. Lo rivedremo ancora con la maglia dell’Inter Miami nel campionato americano, ma non sarà la stessa cosa. Il vero addio era questo . E lo sappiamo. Sarebbe stato bello vederlo giocare con alcuni dei campioni che lo hanno accompagnato in questi oltre due decenni, da Di María a Tévez, da Verón a Riquelme, chissà che non succeda il giorno che smetterà del tutto e giocherà una partita d’addio in tutti i sensi. Ad ogni modo, questa notte avremmo voluto che non finisse mai. A un certo punto invece l’arbitro fischia la fine. Messi abbraccia tutti , incluso il capitano interista Lautaro Martínez. Il cielo sopra Buenos Aires s’illumina con uno show di luci, a ripercorrere le immagini cult della carriera del campione. Poi prende lui la parola: «È difficile dire qualcosa, oggi penso a mio papà. Ho difeso questa maglia con grande orgoglio, ho dato tutto . Giocare per l’Argentina è la cosa più bella che ti possa capitare nella vita. Volevo rivincere il Mondiale, ci siamo andati vicini ma non ci siamo riusciti. La partita con l’Inghilterra in semifinale ci ha tolto molte energie, purtroppo. Ma abbiamo dato tutto. Ringrazio tutti i miei compagni di ieri e di oggi. A fianco avevo dei guerrieri. E grazie a voi argentini che ci avete seguito sempre in giro per il mondo. Quando siamo uniti, nessuno ci può battere. Insieme a voi ho realizzato tutti i miei sogni. Oggi è il giorno più triste della mia carriera, mi mancherete. D’ora in poi sarò lì con voi a tifare». In mezzo al campo entra Soledad Pastorutti, star della musica argentina, che gli dedica « Brindis », la sua canzone preferita : « Porque los días se nos van / Quiero cantar hasta el final / Por otra noche como esta doy mi vida ». Torna in mente un detto popolare argentino: « Quién me quita lo bailado? ». Significa che, vada come vada, nessuno ci può togliere ciò che abbiamo vissuto . Gracias por todo, Leo . Ci mancherai.
Messi, addio alla Nazionale con gol: l'Argentina si ferma per l'ultimo tango della Pulce
Avremmo voluto che non finisse mai, che l’arbitro non fischiasse mai la fine. Per vederlo giocare ancora un po’, per tenerlo con noi ancora un po’, anche se in Italia erano ormai le quattro del mattino , anche se la notte era stata interminabile, piena di « Lágrimas y sonrisas », come il titolo di un tango di Rodolfo Biagi del 1941, lacrime e sorrisi, vale a dire tutto e il suo contrario. Quanta emozione, quanto « sentimiento » per l’ adiós di Leo Messi . La sua, di emozione, come quella di tutti gli argentini e non solo che hanno assistito all’ ultimo tango con la maglia della Selección . Al Monumental, l’immenso stadio del River Plate che si trova nella zona nord di Buenos Aires, quella nobile ed elegante, fra bistrot e jacarande, erano in 85mila. Decine di milioni, quelli davanti alla televisione. È una festa dolceamara, e non può che essere così. Le prime lacrime, Lionel le versa già sul pullman che conduce la squadra dal quartier generale di Ezeiza allo stadio della capitale: si aiuta con un fazzoletto bianco, che poi sventola per salutare dal finestrino le migliaia di tifosi che non avendo il biglietto per l’amichevole contro il Benin sono scesi per strada per accompagnare il viaggio del loro campeón. «Divertiamoci e vamos a ganar » urla il Dieci ai compagni prima di entrare in campo, ricordando a tutti che una partita è sempre una partita, quindi bisogna vincere. Poi arriva il momento intenso dell’inno argentino, « Oíd mortales » suonato per una volta nella versione completa, cantato per l’occasione da Fabio Santana, reduce della guerra nella Falkland-Malvinas. Leo sorride abbracciato ai suoi tre figli Thiago, Mateo e Ciro. La moglie Antonela , che conobbe da bambino quando ancora viveva a Rosario, segue sorridendo in tribuna accanto alla mamma della Pulce, la signora Celia. Lo sguardo al cielo è per papà Jorge, scomparso l’8 agosto scorso a 68 anni . Una perdita che ha segnato profondamente il figlio e che ha avuto un peso decisivo anche nella scelta di chiudere adesso con l’Argentina, dopo la finale persa con la Spagna all’ultimo Mondiale . Il più commosso di tutti, come al solito, è però il ct Scaloni, che infatti anche dentro allo spogliatoio tutti chiamano « La Llorona », il frignone. Anche il presidente Milei si è fatto sentire: «Grazie per averci insegnato che nella vita ciò che conta è non arrendersi mai». Al minuto 10 la gara si ferma: tutti in piedi . Più che una partita, è una celebrazione. Raccontata magistralmente per il pubblico italiano su Sky da Stefano Borghi e Paolo Condò. Sul campo il ritmo è basso, da amichevole, con molti errori. Messi sbaglia due gol che a condizioni normali non sbaglierebbe mai, neanche a occhi chiusi , uno in mezza rovesciata, l’altro solo davanti alla porta. In 21 anni con la nazionale ha segnato 125 gol, uno più bello dell’altro, più difficile dell’altro. Succede, figurarsi in una notte così. Ma lui vorrebbe arrotondare nell’ultimo ballo, infatti all’intervallo striglia i compagni. Pensare che c’è stato un momento in cui voleva lasciare la Nazionale e in molti ne sarebbero stati addirittura felici. Erano gli anni del « pecho frío », del paragone impossibile con Maradona che lo ha tormentato per anni. Poi però qualcosa dentro di lui è cambiato, è diventato un leader vero, infatti sono arrivate le due Copa América e soprattutto è arrivato il Mondiale del 2022 in Qatar , che ha sistemato per sempre le cose, anche per gli argentini, che non per nulla a quel paragone con Diego non pensano più. Come avvenne per il più grande di tutti, la maglia numero 10 non verrà ritirata perché il regolamento delle nazionali non lo prevede. Meglio così: ogni ragazzino che comincia a prendere a calci un pallone ha il diritto di sognare di indossarla. L’avessero tolta dopo Maradona, Messi non l’avrebbe mai indossata. E non sarebbe stato giusto. Nel secondo tempo l’Albiceleste passa con Otamendi su assist proprio di Lionel, da calcio d’angolo. Entra Nico Paz del Como, che riceve palla sempre da Messi e raddoppia con un magistrale sinistro all’angolino: uno che merita la numero dieci è proprio lui. Idealmente, un passaggio di consegne. Messi segna su rigore: ecco il 126. Il Monumental esplode di gioia. Poi sbaglia ancora un gol facile, infine centra anche un palo. Lo rivedremo ancora con la maglia dell’Inter Miami nel campionato americano, ma non sarà la stessa cosa. Il vero addio era questo . E lo sappiamo. Sarebbe stato bello vederlo giocare con alcuni dei campioni che lo hanno accompagnato in questi oltre due decenni, da Di María a Tévez, da Verón a Riquelme, chissà che non succeda il giorno che smetterà del tutto e giocherà una partita d’addio in tutti i sensi. Ad ogni modo, questa notte avremmo voluto che non finisse mai. A un certo punto invece l’arbitro fischia la fine. Messi abbraccia tutti , incluso il capitano interista Lautaro Martínez. Il cielo sopra Buenos Aires s’illumina con uno show di luci, a ripercorrere le immagini cult della carriera del campione. Poi prende lui la parola: «È difficile dire qualcosa, oggi penso a mio papà. Ho difeso questa maglia con grande orgoglio, ho dato tutto . Giocare per l’Argentina è la cosa più bella che ti possa capitare nella vita. Volevo rivincere il Mondiale, ci siamo andati vicini ma non ci siamo riusciti. La partita con l’Inghilterra in semifinale ci ha tolto molte energie, purtroppo. Ma abbiamo dato tutto. Ringrazio tutti i miei compagni di ieri e di oggi. A fianco avevo dei guerrieri. E grazie a voi argentini che ci avete seguito sempre in giro per il mondo. Quando siamo uniti, nessuno ci può battere. Insieme a voi ho realizzato tutti i miei sogni. Oggi è il giorno più triste della mia carriera, mi mancherete. D’ora in poi sarò lì con voi a tifare». In mezzo al campo entra Soledad Pastorutti, star della musica argentina, che gli dedica « Brindis », la sua canzone preferita : « Porque los días se nos van / Quiero cantar hasta el final / Por otra noche como esta doy mi vida ». Torna in mente un detto popolare argentino: « Quién me quita lo bailado? ». Significa che, vada come vada, nessuno ci può togliere ciò che abbiamo vissuto . Gracias por todo, Leo . Ci mancherai.

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