Prende solo quattro domande. Che le servono però a indicare la rotta. L’annuncio del taglio dell’«odiata» tassa sul bollo auto per il 2027 ( con la promessa che diventerà «strutturale» ) dà il gancio a Giorgia Meloni per dire che non vede il voto anticipato all’orizzonte anche se la misura appena varata farebbe pensare, per prassi politica, al contrario. Non solo: dopo il Consiglio dei ministri si presenta accompagnata in conferenza stampa dai vice Antonio Tajani e Matteo Salvini , oltre che dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Questa sarà anche l’occasione per annunciare un cambio di strategia non banale: il governo alla fine metterà la fiducia sulla legge elettorale « per fare chiarezza ». È un modo per avvisare i possibili franchi tiratori del rischio che corrono: la caduta dell’esecutivo. Meloni si muove da leader della coalizione: difende Salvini dopo l’incontro con l’ambasciatore russo a Milano Alexey Paramonov e sbarra di nuovo la strada a una possibile alleanza elettorale con Roberto Vannacci e Futuro nazionale. Perché «è più importante vincere per governare». L’abolizione del bollo per il 2027, annuncia Meloni, interesserà «oltre il 70% delle auto in circolazione aventi diritto, 18 milioni di veicoli, oltre ai motoveicoli». Il dato riguarda le persone fisiche e non tiene conto delle auto aziendali e di quelle a noleggio . Il governo si occuperà di trasferire alle Regioni il mancato introito, aggiunge.  La chiosa è tutta politica con un richiamo a Silvio Berlusconi: «Lo schema ricalca quello che un altro governo di centrodestra, di cui ho fatto parte, ha usato per la casa: il tutto mentre la sinistra ancora oggi annuncia la patrimoniale». La presidente del Consiglio davanti alla percezione che si tratti di una mossa elettorale in vista di un voto anticipato in primavera respinge qualsiasi malizia, a partire dai calcoli sul calendario («questo lo hanno fatto altri e ne stiamo pagando ancora il conto»). Tanto che rilancia: « Voglio arrivare fino alla fine della legislatura perché mi pare di aver fatto un certo vanto della stabilità». Pausa. Sguardo a Tajani e Salvini, strenui oppositori delle urne in primavera : «Fino a quando avrò questa bella e solida maggioranza». Il primo ostacolo all’orizzonte si chiama però legge elettorale, che tornerà alla Camera il 28 settembre con il rischio dei franchi tiratori già visti in azione. Su questo punto Meloni sgombera il campo dai dubbi delle ultime 24 ore: «Quando l’emendamento sulle preferenze non passò alla Camera ho sentito dire che il governo non aveva la fiducia per cui credo sia un fatto di chiarezza mettere la fiducia su una legge che ha le preferenze al suo interno». Una maniera per avvisare la maggioranza, specie Forza Italia e Lega, attraversati da forti malumori. Questa volta non si scherza: se salta la nuova legge, il governo andrà in crisi, rotolando dritto verso le elezioni anticipate subito dopo la manovra. Questa mossa, che cambia di nuovo le carte sul tavolo, passa per essere una resa dei conti interna. O meglio: un’estrema prova di lealtà che sarà richiesta ai parlamentari della coalizione. Meloni in versione «chioccia» degli alleati appare chiara al momento della domanda sull’ incontro fra Salvini e l’ambasciatore russo Paramonov . Era stata avvisata dal leader della Lega e vicepremier? E soprattutto: è stata una scelta opportuna? Premette la premier: « Vedere le aziende italiane che operano in Russia la trovo la cosa più naturale del mondo. Ci sono le sanzioni ma non è mai intervenuto un divieto assoluto di fare attività».  Quanto al cuore della faccenda aggiunge: « Non c’è niente di strano in questo incontro . Anche sulla presenza dell’ambasciatore russo, perché non abbiamo chiusi i rapporti diplomatici con la Russia ». Salvini annuisce. Un sorriso tradisce la sua soddisfazione per questa risposta. Al di là del fatto specifico, Meloni tiene a specificare che «l’Italia sull’Ucraina ha una posizione chiara che non cambia» e che le incursioni dei droni russi di questi giorni «sono provocazioni» che certificano «una sorta di nervosismo» di Mosca. Tuttavia l’attualità incalza, così come l’avanzata a destra nei sondaggi di Roberto Vannacci e di Futuro nazionale. Meloni è pronta a dire: mai con Vannacci? «Voglio ricordare che è sempre molto più importante vincere per governare che vincere per non governare », risponde. E poi la stoccata che sembra chiudere le porte a qualsiasi tipo di alleanza elettorale, costi quel che costi. Conclude Meloni: «Ho sentito Vannacci dire che le alleanze si fanno sul rispetto degli impegni presi con i cittadini. Parliamo di un partito composto da parlamentari eletti nel centrodestra, per votare i provvedimenti del centrodestra e rappresentare i cittadini che hanno votato centrodestra. E oggi si trovano in un partito che vota contro quel programma. Se può accadere una volta, può accadere anche una seconda». Un indizio che porta al classico «no, grazie, sto bene così».