La serenità dello sguardo, giusto velato da un sospetto di malinconia. L’elemento che subito ti colpisce parlando con Matteo Marzotto . Lo sguardo di un uomo, compie 60 anni oggi, 26 settembre, che è stato capace (e continua a farlo) di affrontare la vita cercando come punto chiave il giusto equilibrio tra memorie antiche, solo quelle sane, e il perfetto pragmatismo necessario a vivere il momento e a guardare al domani. Un uomo anche profondamente legato alla spiritualità. «Ho sempre trovato fondamentale e a me necessario riscoprire i tracciati di chi mi aveva preceduto, esserne consapevole. Percorrerli come indicazione per una traiettoria verso ciò che si doveva e volevo costruire. Le radici sono sempre state fondamentali per me. Questa casa ne è l’esempio». L’incontro con l’imprenditore, il cui volto è sempre (o quasi) connotato da un sorriso solare, ha luogo in una delle sue abitazioni, quella di Milano («altrettanto, ma in maniera differente amo quelle di Valdagno e di Cortina, dove vivo in altri momenti dell’anno»), non lontano dal parco di Porta Venezia. Vi si era trasferita sua mamma Marta Marzotto , scomparsa dieci anni fa nel luglio del 2016, lasciando Roma dopo la morte della figlia Annalisa avvenuta nel 1989 a causa della fibrosi cistica. 350 metri quadrati con un’ampia zona living, una casa dove la mitica contessa riceveva una teoria di personaggi unici, e che il figlio Matteo ha voluto lasciare praticamente come era all’epoca.  « La sento profondamente mia. Mia mamma ci aveva vissuto dall’inizio degli anni Novanta al 2001, io da allora a oggi, basta fare i conti, forse è più casa mia». I grandi divani di velluto e di seta, la collezione di preziose opere d’arte: porcellane e vetri antichi, Schifano e Quarti, Guttuso e Mitoraj; le memorie di una vita stracolma di eventi .  «Mia madre mangiava la vita, tutto ciò che le scorreva attorno. Era una donna complicata, non lo nego. A volte le dicevo di stare un po’ tranquilla. Ma era così, una vitalità che non potevi imbrigliare. Ma anche fragile. Molto. E forse quel suo modo di essere era anche un difesa da paure antiche, quasi ancestrali ». Le manca molto? «Sì, certo. Nel luglio scorso è stato il decimo anniversario da quando è scomparsa»: a novembre a Braislava l’Ambasciata italiana organizza al Museo Nazionale Slovacco la mostra a lei dedicata L’armadio della contessa che nel 2027 dovrebbe approdare in Italia. «Gli anni trascorsi fianco a fianco, come se li avessimo bevuti in un sorso. Mi mancano certe cose non fatte assieme, certe frasi che non le ho detto. Ma la vita è così ». Per questo ha voluto mantenere tutto intatto tra queste mura. Azzardo, quasi un mausoleo. «Il legame è tuttora profondo. Ma nel tempo la casa di Marta è diventata quella di Matteo. Ci sono le sue cose, ma ora ci sono anche le mie. Con Nora (Nora Shkreli, compagna dell’imprenditore da 11 anni ndr ), non ne sentiamo e non ne sente assolutamente il peso. Si adoravano con mamma». Parlavamo di memorie. «Anche le case lo sono. Qui c’è una parte della mia vita, ma anche il mio presente. Come alcuni miei amici faccio parte della categoria di chi preferisce salvaguardare il passato, le case e i ricordi di famiglia, di chi vi ha abitato prima di noi, le memorie dei genitori. Dà un senso di continuità». E chi cancella invece tutto, chessò una bella casa tutta design? « Rispetto chi preferisce fare tabula rasa del passato e crearsi ex novo un proprio luogo protetto. Ma è una scelta che non mi corrisponde ». Tracciati da ri-percorrere. Quelli di Marzotto iniziano nelle aziende del gruppo di famiglia, la dinastia di industriali vicentini della lana , con quartier generale a Valdagno. Sarà stato un percorso tutto in discesa. «Al contrario. Non è stato per nulla facile e immediato il passaggio generazionale. Ho potuto però contare per la mia formazione e la mia crescita certo su mio padre, ma in particolare su due figure per me fondamentali: mio nonno Gaetano e mio zio Pietro. Ci ha legati un profondo rapporto d’affetto. Anche se con le loro rigidità, sono stati degli importanti riferimenti. Del resto ho sempre dovuto confrontarmi con il mio ruolo di essere un’azionista minoranza».  Essere il quinto figlio di una coppia forse non deve essere stato facile. «I miei genitori erano figli del secondo dopoguerra. La voglia di vivere era tanta. Li posso capire. Ma una loro maggior presenza mentre crescevamo... Li avrei voluti più presenti ». Lei figli? «Ci ho spesso pensato, ma non credo di averne la vocazione. Fondamentale in questo caso». Ma il ruolo di minoranza a cui si riferiva? «Abituato a saper condividere decisioni sulle strategie e sulla gestione, anche se ero il più giovane. Così a volte certi miei interventi venivano letti in famiglia, intendo quella allargata aziendale, come delle prese di posizione personali. In realtà non lo erano. Erano finalizzate a ottenere buoni risultati. Non è stato facile il confronto costante. Diciamo che si impara l’umiltà e la perseveranza. Ma poi il tempo passa e le cose cambiano». Confronto professionale costante, quindi. Ma ha mai coinvolto sua mamma Marta, chiesto consigli, suggerimenti, supporto? «Il legame era costante. Condividevo con lei ciò che mi accadeva. Era eccezionale. La capacità di individuare nei gusti stilistici ciò che funzionava o il contrario. Ci azzeccava sempre. Il problema era solo uno: riuscire a farla concentrare », ricorda sorridendo. Aggiunge. «Lei era nata il 24 febbraio e io il 26 settembre, giorni che a Milano da sempre coincidono rispettivamente con le sfilate donna per la primavera estate e quelle per l’inverno. Scherzando, forse nemmeno tanto, ci dicevamo che eravamo due predestinati a lavorare nella moda. Del resto lei prima di conoscere mio padre era una mannequin di successo, io ho poi seguito l’attività di famiglia». Sesta generazione di imprenditori, Matteo Marzotto oltre alla lunga attività più che decennale nelle aziende di proprietà, è stato alla guida di numerose realtà italiane e internazionali come Enit, l’Agenzia Nazionale del Turismo e Fiera di Vicenza, ma anche Vionnet e Dondup; dal 2022 invece presiede MinervaHub, nuova realtà industriale del settore moda specializzata in finiture e materiali per accessori di alto di gamma. Poi c’è stato il capitolo fondamentale del quinquennio in Valentino , di cui il film Valentino. The Last Emperor , girato nel 2008 da Matt Tyrnauer, narra un periodo nodale: nel 2002 la griffe passa da Hdp Holding dei Romiti al gruppo Marzotto per essere poi ceduta nel 2007 a Mayhoola la nota finaziaria del Qatar. L’arrivo di Matteo Marzotto risana i bilanci in perdita. Il docu-film si concentra su quest’ultima fase, anche se, va detto, l’imprenditore da quel racconto non ne esce benissimo, anche se col sorriso. «Fu un errore vendere la Valentino e farla uscire dal nostro gruppo . L’ho detto e lo ribadisco, il potenziale era enorme. Fu però un’esperienza unica. Il film? Firmai una liberatoria prima delle riprese: non potevo intervenire nel montaggio. Non vi diedi molta importanza. Ma alla fine Giancarlo (Giammetti l’anima finanziaria della Maison romana e compagno dello stilista ndr ), intervenne pesantemente sull’editing». Non avrete più contatti. «Certo che sì. Ci siamo sentiti anche dopo la scomparsa di Valentino e ci siamo rivisti recentemente. Ma non smettiamo di litigare, quello sì. Al di là di tutto Valentino resta una leggenda». Saranno stati anni duri per un giovane imprenditore. «Non lo nego. Ero un ragazzino un po’ scavezzacollo che ha fatto un lungo percorso di crescita. Ma ho sempre studiato per essere pronto al meglio ad affrontare ogni impegno. Però sotterraneo c’era più che un malessere, un’insoddisfazione. Un momento così complesso come gli anni in Valentino e ciò che è accaduto lo hanno acuito. Sono credente e nella spiritualità ho trovato risposte ». Anche un pellegrinaggio mariano a Medjugorje. «C’è stato anche quello. Ma all’interno di un percorso che stavo già facendo. Ne fa parte un incontro spartiacque, quello con Chiara Amirante fondatrice della Comunità Nuovi Orizzonti». Le ha cambiato la vita? «Assolutamente sì. Avere il contatto diretto con chi fonda un’opera come questa, che si spoglia di tutto ed ha come obbiettivo di operare intervenendo fattivamente dove il disagio sociale regna, mi ha consentito di prendere le distanze da molte cose. Rileggere gli eventi della mia vita in modo differente, acquisire distacco ». A darle serenità? «Aspetto fondamentale della mia esistenza».  C’è un luogo che le appartiene di più, dove questa serenità si esprime. «Sono tanti. Anche la chiesa di Sant’Angelo, qui vicino a casa. Dove ho la possibilità di confrontarmi con quello che definisco il silenzio cruciale». Ha un padre spirituale? «Preferisco definirlo un amico con cui mi confronto. L’amicizia per me è preziosa. Ci credo molto. La ritengo la forma di amore più puro. Quello più gratuito. E tutto è scritto nel Vangelo. Lo leggo ogni giorno. Un caposaldo della mia quotidianità». Sono ormai lontani gli anni dei riflettori del fashion system. Ora molte cose sono cambiate per il suo percorso e la sua attività nel sociale (tra gli impegni sul campo la Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica creata nel 1997 dopo la scomparsa della sorella Annalisa), Papa Franc