Sui Nebrodi i milioni europei destinati ai tanti onesti agricoltori facevano gola anche alla mafia e a gruppi criminali. E, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Messina, continuavano a farlo anche dopo arresti, processi e condanne. Per questo, a sei anni dal primo grande blitz e dopo le 50 condanne definitive comminate nel processo «Nebrodi 1», adesso tocca a Nebrodi 2. Il primo blitz scattò il 15 gennaio 2020 . Il secondo arrivò il 6 febbraio 2024 e colpì ancora una volta gli interessi della mafia tortoriciana e di gruppi criminali. Secondo l’accusa, accanto alla droga, alle estorsioni e al controllo del territorio, i clan avrebbero continuato a mettere le mani sui contributi comunitari destinati ad agricoltori e allevatori. Ma Nebrodi 2 racconta anche un salto di qualità. Gli investigatori individuarono 349 titoli Agea definiti «tossici»: diritti che, secondo l’accusa, venivano acquisiti fraudolentemente e poi ceduti più volte, rendendo sempre più difficile risalire alla loro origine. Un meccanismo capace di drenare denaro pubblico, alterare la concorrenza e ridurre le risorse per gli imprenditori onesti. Ora quella ricostruzione è arrivata alla prova del giudizio. Il processo, presieduto da Monica Marino, è iniziato con 58 imputati: 53 persone fisiche e cinque società agricole. I sostituti della Dda Francesco Massara e Marco Accolla hanno chiesto 48 condanne, per quasi cinquecento anni di carcere, cinque assoluzioni e sanzioni pecuniarie per le cinque imprese. Le contestazioni, a vario titolo, vanno dall’associazione mafiosa alle truffe aggravate per ottenere erogazioni pubbliche, dalle estorsioni al traffico di stupefacenti.  Nel procedimento si sono costituiti parte civile anche otto imprenditori di Montalbano Elicona che, secondo l’accusa, sarebbero stati vessati per anni. Con loro la Regione Siciliana, il Comune, Addiopizzo Messina, il Centro studi Pio La Torre e altre associazioni. Perché dietro i numeri dei fondi europei ci sono aziende, famiglie, terreni e persone alle quali quelle risorse erano destinate. In aula sarà presente anche Giuseppe Antoci, europarlamentare del Movimento 5 Stelle ed ex presidente del Parco dei Nebrodi. Fu lui a promuovere il protocollo di legalità nato per impedire alle organizzazioni mafiose di accedere ai fondi agricoli, poi recepito nella normativa antimafia. Il 18 maggio 2016 scampò a un attentato: l’auto blindata sulla quale viaggiava fu raggiunta dai colpi degli aggressori e la reazione degli uomini della Polizia mise in fuga il commando. « Ho dedicato 13 anni della mia vita a combattere contro una vicenda paradossale — dice Antoci — che consentiva a importanti famiglie mafiose e truffatori di incassare milioni di euro di fondi europei per l’agricoltura» , sottraendoli «ad agricoltori e allevatori onesti che spesso venivano anche minacciati. E questo accadeva sia in Sicilia che nel resto d’Italia». Antoci era già in aula il 1° novembre 2022, quando il Tribunale di Patti pronunciò la sentenza di primo grado di «Nebrodi 1» con 91 condanne per oltre seicento anni di carcere. «Adesso è il tempo di Nebrodi II — dice —. Sarò ancora una volta in aula ad ascoltare il dispositivo del Tribunale e a guardarli negli occhi, ricordando loro che lo Stato vince sempre e, soprattutto, che non mi hanno fermato». Dopo gli arresti, le intercettazioni, i collaboratori di giustizia, le udienze e le arringhe, resta l’ultimo passaggio. Quello che separa un’accusa da una sentenza. E che dirà quanto del sistema ricostruito dagli investigatori nel 2024 abbia retto alla prova del dibattimento.