Gli uomini della Squadra mobile di Campobasso hanno perquisito lo studio di Gianni di Vita , il papà e marito delle due donne morte avvelenate dalla ricina lo scorso dicembre. Pochi minuti di perquisizione, guidata da Marco Graziano, all'interno dello studio del commercialista ed ex sindaco di Pietracatella e che si trova proprio di fronte alla casa dove, nei giorni a ridosso del Natale scorso, la figlia e la moglie dell'uomo - Sara, 15 anni, e Antonella Di Ielsi, 50 - sono state avvelenate con la ricina . Non è chiaro se abbiano sequestrato del materiale o se abbiano svolto invece altre attività mirate. Al momento nel fascicolo per duplice omicidio della Procura di Larino non ci sono indagati ma l ’accelerazione dell’indagine è evidente , anche dopo l’ingresso in campo degli specialisti tedeschi del Koch-Institut , massima istituzione europea in fatto di bioterrorismo, che, oltre che negli alimenti, hanno trovato tracce della letale ricina anche su vestiti e persino mobili nell’abitazione dei Di Vita a Pietracatella, il borgo in cui vivono tutti i Di Vita e di cui Gianni, commercialista, è stato sindaco dal 2006 al 2014. L'uomo è risultato «negativo» alla sostanza. Aveva sempre detto di essersi sentito male assieme a moglie e figlia. Intanto dall’Istituto Koch, è atteso il rapporto sulla presenza della ricina nei 70 alimenti sequestrati a casa dei Di Vita. Si parla di anomalie riscontrate. Fosse davvero già stato individuato il «vettore» del veleno, la svolta sarebbe a un passo. Ma il duplice omicidio presenta «elementi certi», «da mesi». Per questo in Questura a Campobasso si sono moltiplicate le verbalizzazioni davanti alla Mobile che indaga sulla morte delle due donne. Si scava, intanto, su testimonianze discordanti, contraddizioni, omissioni, reticenze. Gli inquirenti stanno inquadrando un movente intrecciato , soprattutto, attorno alla pista passionale e stanno lavorando per ricostruire il clima familiare (anche con le domande fatte all’infermiere e alla moglie) in quei giorni a cavallo di Natale in cui si concretizzò l’avvelenamento. È stata ascoltata Laura Di Vita, cugina di Gianni . Loredana, altra cugina che vive a Pietracatella . Monia , professoressa all’Agrario di Riccia (sempre a Campobasso), amica del cuore di Gianni e che proprio con lui era stata convocata a metà agosto per un confronto all’americana di due ore. Infine, il 17 settembre, Maria Antonietta, vicepreside del classico in cui studia Alice (sorella maggiore di Sara) e moglie di Giampiero Mastrogiorgio, l’infermiere che somministrò le flebo a madre e figlia in quel drammatico Santo Stefano in cui le condizioni delle due donne peggiorarono d’improvviso. «Bisogna portarle in ospedale», fu la sollecitazione del sanitario, chiamato proprio da Gianni, davanti a quelle due donne visibilmente provate. Le famiglie Di Vita e Mastrogiorgio si frequentavano da anni: amici i mariti, amiche le mogli e amiche anche le figlie, tutte all’incirca della stessa età. In questa vicenda — oltre ai cinque medici del Cardarelli sotto inchiesta per omicidio colposo, avendo sottovalutato i sintomi che portarono alla morte madre e figlia — c’è una sola indagata dopo che la procuratrice Elvira Antonelli ha aperto a carico di ignoti, nello scorso marzo, il fascicolo per duplice omicidio volontario. Si tratta di una cara amica di Antonella e il reato per cui sono in corso gli accertamenti è quello di favoreggiamento . Agli inquirenti la donna non avrebbe raccontato che la moglie di Gianni già dal 2019 le aveva accennato al divorzio.
Madre e figlia uccise con la ricina a Natale, in corso la perquisizione nello studio di Gianni Di Vita
Gli uomini della Squadra mobile di Campobasso hanno perquisito lo studio di Gianni di Vita , il papà e marito delle due donne morte avvelenate dalla ricina lo scorso dicembre. Pochi minuti di perquisizione, guidata da Marco Graziano, all'interno dello studio del commercialista ed ex sindaco di Pietracatella e che si trova proprio di fronte alla casa dove, nei giorni a ridosso del Natale scorso, la figlia e la moglie dell'uomo - Sara, 15 anni, e Antonella Di Ielsi, 50 - sono state avvelenate con la ricina . Non è chiaro se abbiano sequestrato del materiale o se abbiano svolto invece altre attività mirate. Al momento nel fascicolo per duplice omicidio della Procura di Larino non ci sono indagati ma l ’accelerazione dell’indagine è evidente , anche dopo l’ingresso in campo degli specialisti tedeschi del Koch-Institut , massima istituzione europea in fatto di bioterrorismo, che, oltre che negli alimenti, hanno trovato tracce della letale ricina anche su vestiti e persino mobili nell’abitazione dei Di Vita a Pietracatella, il borgo in cui vivono tutti i Di Vita e di cui Gianni, commercialista, è stato sindaco dal 2006 al 2014. L'uomo è risultato «negativo» alla sostanza. Aveva sempre detto di essersi sentito male assieme a moglie e figlia. Intanto dall’Istituto Koch, è atteso il rapporto sulla presenza della ricina nei 70 alimenti sequestrati a casa dei Di Vita. Si parla di anomalie riscontrate. Fosse davvero già stato individuato il «vettore» del veleno, la svolta sarebbe a un passo. Ma il duplice omicidio presenta «elementi certi», «da mesi». Per questo in Questura a Campobasso si sono moltiplicate le verbalizzazioni davanti alla Mobile che indaga sulla morte delle due donne. Si scava, intanto, su testimonianze discordanti, contraddizioni, omissioni, reticenze. Gli inquirenti stanno inquadrando un movente intrecciato , soprattutto, attorno alla pista passionale e stanno lavorando per ricostruire il clima familiare (anche con le domande fatte all’infermiere e alla moglie) in quei giorni a cavallo di Natale in cui si concretizzò l’avvelenamento. È stata ascoltata Laura Di Vita, cugina di Gianni . Loredana, altra cugina che vive a Pietracatella . Monia , professoressa all’Agrario di Riccia (sempre a Campobasso), amica del cuore di Gianni e che proprio con lui era stata convocata a metà agosto per un confronto all’americana di due ore. Infine, il 17 settembre, Maria Antonietta, vicepreside del classico in cui studia Alice (sorella maggiore di Sara) e moglie di Giampiero Mastrogiorgio, l’infermiere che somministrò le flebo a madre e figlia in quel drammatico Santo Stefano in cui le condizioni delle due donne peggiorarono d’improvviso. «Bisogna portarle in ospedale», fu la sollecitazione del sanitario, chiamato proprio da Gianni, davanti a quelle due donne visibilmente provate. Le famiglie Di Vita e Mastrogiorgio si frequentavano da anni: amici i mariti, amiche le mogli e amiche anche le figlie, tutte all’incirca della stessa età. In questa vicenda — oltre ai cinque medici del Cardarelli sotto inchiesta per omicidio colposo, avendo sottovalutato i sintomi che portarono alla morte madre e figlia — c’è una sola indagata dopo che la procuratrice Elvira Antonelli ha aperto a carico di ignoti, nello scorso marzo, il fascicolo per duplice omicidio volontario. Si tratta di una cara amica di Antonella e il reato per cui sono in corso gli accertamenti è quello di favoreggiamento . Agli inquirenti la donna non avrebbe raccontato che la moglie di Gianni già dal 2019 le aveva accennato al divorzio.

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