Cinque presunte vittime di padre Ivan Rupnik , l'ex gesuita sloveno accusato di violenze su alcune religiose, hanno scritto a Papa Leone denunciando i «troppi silenzi » sul processo in corso. Lo fa sapere il loro legale, Laura Sgro'.  «Non intendiamo consegnarci all'oblio e neppure rinunciare alla giustizia, finché non verrà riconosciuta la gravità dei fatti occorsi e il responsabile non sarà punito. E in questo tortuoso percorso verso la verità vorremmo essere considerate una risorsa, non un ostacolo», scrivono le religiose in una lettera senza precedenti alla vigilia del viaggio in Francia di papa Prevost ,  che farà tappa a Lourdes, dove i mosaici di Rupnik - artista mosaicista - sono stati coperti . «Abbiamo deciso di scriverle», affermano Gloria Branciani, Mirjam Kovac, suor Samuelle, Vida Bernard e Pia (quest'ultima, per un fondato timore di ricevere ritorsioni, ha scelto di utilizzare un nome di fantasia), «a seguito della decisione di sua eccellenza monsignor Jean-Marc Micas, vescovo di Tarbes e Lourdes, di coprirli definitivamente. Un gesto fortissimo e coraggioso che abbiamo molto apprezzato, anche perché nei nostri confronti non si è mai respirata aria di solidarietà, al contrario, siamo sempre state molto avversate e osteggiate». «Sappiamo solo dagli organi di stampa - continua la lettera - che è cominciato un processo a carico di don Rupnik, perché il nostro difensore, l'avvocato Laura Sgrò, nonostante abbia sollecitato più volte e con tutti i mezzi il dicastero per la Dottrina della Fede per avere un minimo di chiarezza, nel rispetto e nell'interesse di tutti, sul procedimento che ci vede coinvolte come vittime, non ha mai avuto risposta». «Questo rumoroso e prolungato silenzio è vissuto da noi vittime come una ulteriore e continuata violenza , che si aggiunge, con il peso di un macigno, alla violenza che abbiamo già subito. Violenza sessuale, fisica, psicologica, spirituale, una violenza prolungata nell'anima, cui adesso si aggiunge anche questa nuova e dolorosa violenza del silenzio e dell'abbandono del sistema giudiziario». «Siamo state accusate (meglio, diffamate ) - continuano - di essere delle meretrici, delle bugiarde, di avere preso denaro per accusare don Rupnik, di esserci arricchite con questa orribile vicenda. Abusate e vilipese , continuiamo, quindi, a subire violenza nel silenzio tombale e nell'indifferenza di chi è stato chiamato a decidere sulle nostre vite. E, purtroppo, proprio la violenza che ancora pubblicamente subiamo non fa che scoraggiare chi, come noi, ha subito il nostro stesso trattamento e avrebbe in animo di denunciare». «Siamo diventate, obtorto collo - scrivono -, da esempio positivo, un esempio negativo. Perché il messaggio delle nostre denunce che è passato è questo: è inutile denunciare un abuso all'autorità ecclesiastica, perché tanto non succede niente, non pagherà nessuno e le vittime non avranno mai giustizia. Perché noi, Santità, della giustizia abbiamo perso ogni traccia e perché un processo celebrato nell'oblio non offre garanzie a nessuno, né all'imputato né alle vittime, ed è inconciliabile con i concetti stessi di diritto, di verità, di giustizia, di equità e di misericordia che lei, Santità, ha sempre a cuore». «Ci affidiamo e confidiamo in lei , Santo Padre - conclude il testo - quale supremo Pastore della Chiesa, affinché eserciti la Sua suprema potestà di giudizio e di grazia e ascolti la nostra richiesta, che è quella di ogni vittima di abusi che vuole il riconoscimento della verità attraverso un giusto processo. Le chiediamo che vengano sempre garantiti contraddittori tra le parti, chiarezza, trasparenza, celerità, terzietà e indipendenza dei giudici, affinché il giudizio e il suo esito - qualunque esso sarà - non conservino ombre. Abbiamo bisogno di verità, Santità ma, al pari nostro, ne ha tanto bisogno anche la Chiesa».