Stati Uniti e Iran vogliono creare regole di ingaggio ma senza porsi dei limiti. Una tendenza cresciuta nel corso delle ultime settimane e ribadita dagli scontri di queste ore. L’esito è l’escalation. Le petroliere restano uno degli obiettivi principali. Gli americani cercano di impedire esportazioni e rifornimenti in favore della Repubblica islamica, gli iraniani intendono rimarcare il controllo di Hormuz . E per farlo «sparano» sulle navi cisterna. Ma non solo. I pasdaran hanno provato a colpire con missili le unità navali nemiche e sono riusciti a recuperare un sofisticato drone marittimo statunitense, vittima di un’avaria. Il traffico nello Stretto rimane sempre basso e rischioso. L’altro bersaglio sono le basi Usa nella regione, con la Giordania target principale. I guardiani hanno lanciato una ventina di missili, compresi alcuni con testate a grappolo . Secondo un esperto hanno tirato vettori Kheibarshekan, Ghadr e Emad. Teheran ha inquadrato nel mirino – da tempo – il regno hashemita in quanto ospita velivoli americani e perché spera di accrescere le tensioni interne. I giordani affermano di aver intercettato 18 missili su 20: per farlo, sostengono alcune fonti, hanno usato dozzine di Patriot che, come è noto, scarseggiano. Teheran vuole costringere Usa e gli alleati a consumare le scorte? Washington punta sullo strangolamento logistico, finanziario, economico. Ritiene che alla lunga questa strategia porterà degli effetti disastrosi. Teheran è convinta di avere maggiori capacità di resistenza, si è organizzata da anni, ha maturato esperienza. Sul piano militare il Pentagono ricorre al «taglia-erba», ossia la distruzione di sistemi e armi che possono aiutare l’avversario a mantenere il blocco lungo la costa. In questo elenco finiscono poi gli apparati anti-aerei, i radar. Il regime, da parte sua, lo aveva detto ancora prima dell’inizio delle ostilità: la nostra risposta sarà sempre più ampia ed estesa anche sul piano geografico. La promessa è stata mantenuta. I pasdaran hanno messo in crisi la rete logistica americana, hanno reso insicure le installazioni, hanno stabilito un meccanismo di rappresaglia agile . Nonostante i bombardamenti sui loro bunker dispongono ancora di molti missili e droni per garantirsi una reazione flessibile, a corto e medio raggio. Gli strike tentati contro la task force navale rappresentano un altro elemento che segnala la volontà di tenere testa agli Stati Uniti. Come è stato detto più volte e da tanti osservatori la Repubblica islamica ha adottato un approccio di confronto totale perché scommette sulla stanchezza degli americani. Al tempo stesso ha rinforzato la morsa e gli strumenti per contrastare eventuali proteste : va anche segnalato un’azione repressiva contro gli «agenti nemici», presunte cellule di sabotatori. Le fiamme del Golfo si estendono al Mar Rosso. Gli Houthi hanno scatenato un’offensiva per avvicinarsi allo stretto di Bab el Mandeb ed hanno condotto strike sugli impianti petroliferi sauditi. È un ampliamento della missione sviluppata su due livelli: svolgere un gioco di sponda con l’Iran (che li arma), costringere Riad a venire a patti. Le forze governative appoggiate dai sauditi hanno contro-manovrato mentre sempre i sauditi sono ricorsi ai raid aerei. Tutto ciò può avere ricadute sulla via alternativa ad Hormuz adottata da Riad grazie all’export di greggio attraverso il terminale di Yanbu , sul Mar Rosso. Gli sviluppi incalzanti spingono le monarchie sunnite a elaborare strategie per avere un sistema di difesa che non dipenda solo dagli Usa, a studiare pipeline e percorsi che possano sottrarsi alla minaccia iraniana (non è facile) ma anche a considerare un nuovo tipo di rapporto con l’Iran.
La strategia del logoramento tra Iran e Stati Uniti e l'escalation: così si può incendiare anche il Golfo
Stati Uniti e Iran vogliono creare regole di ingaggio ma senza porsi dei limiti. Una tendenza cresciuta nel corso delle ultime settimane e ribadita dagli scontri di queste ore. L’esito è l’escalation. Le petroliere restano uno degli obiettivi principali. Gli americani cercano di impedire esportazioni e rifornimenti in favore della Repubblica islamica, gli iraniani intendono rimarcare il controllo di Hormuz . E per farlo «sparano» sulle navi cisterna. Ma non solo. I pasdaran hanno provato a colpire con missili le unità navali nemiche e sono riusciti a recuperare un sofisticato drone marittimo statunitense, vittima di un’avaria. Il traffico nello Stretto rimane sempre basso e rischioso. L’altro bersaglio sono le basi Usa nella regione, con la Giordania target principale. I guardiani hanno lanciato una ventina di missili, compresi alcuni con testate a grappolo . Secondo un esperto hanno tirato vettori Kheibarshekan, Ghadr e Emad. Teheran ha inquadrato nel mirino – da tempo – il regno hashemita in quanto ospita velivoli americani e perché spera di accrescere le tensioni interne. I giordani affermano di aver intercettato 18 missili su 20: per farlo, sostengono alcune fonti, hanno usato dozzine di Patriot che, come è noto, scarseggiano. Teheran vuole costringere Usa e gli alleati a consumare le scorte? Washington punta sullo strangolamento logistico, finanziario, economico. Ritiene che alla lunga questa strategia porterà degli effetti disastrosi. Teheran è convinta di avere maggiori capacità di resistenza, si è organizzata da anni, ha maturato esperienza. Sul piano militare il Pentagono ricorre al «taglia-erba», ossia la distruzione di sistemi e armi che possono aiutare l’avversario a mantenere il blocco lungo la costa. In questo elenco finiscono poi gli apparati anti-aerei, i radar. Il regime, da parte sua, lo aveva detto ancora prima dell’inizio delle ostilità: la nostra risposta sarà sempre più ampia ed estesa anche sul piano geografico. La promessa è stata mantenuta. I pasdaran hanno messo in crisi la rete logistica americana, hanno reso insicure le installazioni, hanno stabilito un meccanismo di rappresaglia agile . Nonostante i bombardamenti sui loro bunker dispongono ancora di molti missili e droni per garantirsi una reazione flessibile, a corto e medio raggio. Gli strike tentati contro la task force navale rappresentano un altro elemento che segnala la volontà di tenere testa agli Stati Uniti. Come è stato detto più volte e da tanti osservatori la Repubblica islamica ha adottato un approccio di confronto totale perché scommette sulla stanchezza degli americani. Al tempo stesso ha rinforzato la morsa e gli strumenti per contrastare eventuali proteste : va anche segnalato un’azione repressiva contro gli «agenti nemici», presunte cellule di sabotatori. Le fiamme del Golfo si estendono al Mar Rosso. Gli Houthi hanno scatenato un’offensiva per avvicinarsi allo stretto di Bab el Mandeb ed hanno condotto strike sugli impianti petroliferi sauditi. È un ampliamento della missione sviluppata su due livelli: svolgere un gioco di sponda con l’Iran (che li arma), costringere Riad a venire a patti. Le forze governative appoggiate dai sauditi hanno contro-manovrato mentre sempre i sauditi sono ricorsi ai raid aerei. Tutto ciò può avere ricadute sulla via alternativa ad Hormuz adottata da Riad grazie all’export di greggio attraverso il terminale di Yanbu , sul Mar Rosso. Gli sviluppi incalzanti spingono le monarchie sunnite a elaborare strategie per avere un sistema di difesa che non dipenda solo dagli Usa, a studiare pipeline e percorsi che possano sottrarsi alla minaccia iraniana (non è facile) ma anche a considerare un nuovo tipo di rapporto con l’Iran.

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