Ogni mattina, all’alba, è al mercato del suo villaggio nella provincia dello Shandong , penisola a sud di Pechino. Vende frutta e verdura. Ma è l’unico giovane tra le bancarelle ad avere una fila anomala di signore giovani e meno giovani (e anche qualche uomo) visibilmente emozionate e gongolanti in attesa: quando termina di pesare insalata e cavolfiori, germogli di soia e di bambù, soltanto a lui arriva la richiesta insieme al pagamento rigorosamente digitale: «Qinbi qianming? Mi fai l’autografo?». Il verduraio Xu Peng, 30 anni , un viso perfetto, alto, un portamento regale non è un soltanto un «verduraio»: diplomato all’Accademia centrale di drammaturgia, è stato a lungo un attore super richiesto , capace di lavorare 16 ore al giorno interpretando ruoli nelle serie televisive più popolari in Cina. Xu ha vissuto il boom degli sceneggiati storici e romantici trasmessi soprattutto in streaming. Da Mio fratello è nella squadra di nuoto a Fiume di sangue , da Viaggio verso l’amore a La leggenda di Zhuohua , l’attore ha conquistato fama e cuori degli appassionati del genere. Dunque perché ora vende carote e zucchine al mercato? Il punto è che in Cina, come sta accadendo altrove ( per esempio in Corea del Sud ), l’intelligenza artificiale applicata alla produzione televisiva e cinematografica ormai è una realtà consolidata. Xu Peng, nonostante la fama, era uno dei tanti attori che per mantenere il ruolo conquistato a fatica, in un ambiente incredibilmente competitivo, era disposto a lavorare giorno e notte. «Impossibile dire di no a una proposta, grande o piccola che fosse». Ma con l’utilizzo dell’Ai , non più in fase sperimentale, le case di produzione hanno scoperto di poter risparmiare fiumi di denaro in compensi per gli interpreti umani: gli attori digitali , oltre a non avere problemi di orari o di richieste economiche, possono assumere qualunque ruolo senza fatica, il più delle volte - e questo è davvero un paradosso - grazie a fattezze e stili di recitazione assimilati dagli attori in carne e ossa.  Insomma, Xu Peng, alla fine, non riuscendo più a trovare lavoro, si è ritrovato un disoccupato , costretto a tornare al suo villaggio. «Un lavoro è un lavoro», ha commentato filosoficamente. «L’importante è guadagnarsi da vivere». Sarà, certo vederlo aiutare il padre al mercato, lo sguardo malinconico, fa un po’ dispiacere. Se non altro al pensiero di un giovane talento sprecato . Tuttavia, c’è anche un risvolto positivo: gli affari della bancarella di famiglia non sono mai andati così bene.