Una galleria di personaggi che è entrata nelle nostre vite. Tafazzi (Giacomo Poretti) , tuta nera da mimo e sospensorio, si martellava con una bottiglia lì dove fa più male, perché in fondo chi di noi non si è auto-sabotato nella vita. Felice Caccamo ( Teo Teocoli ) , il giornalista sportivo napoletano dal linguaggio ampolloso con annessa strepitosa cravatta bucata dal chroma key che mostrava il golfo di Napoli. L’Ingegner Cane (Fabio De Luigi) , che già allora voleva costruire il ponte sullo Stretto ma non sapeva nemmeno progettare un paio di mensole Ikea. Nico (Giovanni Storti) , il sardo che aveva nove fratelli (Garraro, Sonnuro, Patagaio, Patannino...) che ogni volta cambiavano nome ma non mancava mai «Franco». Peo Pericoli (ancora Teocoli), la caricatura dell’ultrà milanista, giacca a quadrettoni neri e verdi, basco rosso, mono-sopracciglio che rendeva plasticamente l’idea della sua mono-passione. E poi «Ascolta un cretino!»: chi se non Micio (Claudio Bisio) , procuratore maneggione, di calciatori di giorno e di prostitute di notte. Pier Piero (Antonio Albanese) , ricchissimo e bizzarro giardiniere interista di Arcore. Nives (Luciana Littizzetto) , pianista dalle facili allusioni sessuali nonché «topa di lusso». Carcarlo Pravettoni (Paolo Hendel) , parodia del capitalista totalmente privo di scrupoli morali, fiscali e ambientali. All’opposto del candido, stralunato e ingenuo Epifanio (ancora Albanese). A tirare le fila tre voci – quelle di Giorgio Gherarducci, Marco Santin e Carlo Taranto, ovvero la Gialappa –, tre protagonisti assoluti della storia della tv che – senza mai apparire, altro tocco di genio – hanno scardinato e reinventato il linguaggio dell’intrattenimento televisivo . Mai dire Gol è stato un fenomeno di costume perché ha creato un lessico condiviso (il gollonzo, la tocco piano, la sabongia...) , tormentoni e personaggi entrati nell’immaginario collettivo. Ma soprattutto ha insegnato che la televisione poteva essere guardata non soltanto come spettacolo, ma anche come specchio, e talvolta come caricatura, di ciò che siamo. La loro rivoluzione è stata soprattutto una rivoluzione dello sguardo: non mettersi al centro della scena, ma puntare l’obiettivo su un mondo – quello del calcio – che si prende terribilmente sul serio. Lì, in quel recinto protetto che viaggiava tra i cieli rarefatti dell’assurdo, si mescolavano calciatori e allenatori, personaggi televisivi e comici che sono diventati protagonisti di una commedia nazionale. La Gialappa ha intercettato così una verità spesso più potente della satira dichiarata: il ridicolo non sempre va inventato, basta saperlo riconoscere. In fondo i loro personaggi avevano quasi tutti uno stesso tratto: erano degli idioti. E infatti a un certo punto il capocomico è diventato il Mago Forest , che a sembrare idiota è un fuoriclasse. Ora, a quarant’anni dagli esordi a Radio Popolare, la Gialappa ripercorre la propria storia comica nel film-documentario diretto da Walter Veltroni, L’assurda storia della Gialappa’s Band , che ricompone le tessere di una comicità unica, capace di attraversare le generazioni e diventare parte integrante della cultura popolare italiana. Il film sarà presentato alla Festa del Cinema di Roma martedì 20 ottobre e uscirà nelle sale dal 22 ottobre distribuito da Medusa Film. Tra i tanti aggettivi possibili, Veltroni ne ha scelto uno. Perché è assurda la storia della Gialappa’s? «Perché è la storia di tre ragazzi che si sono conosciuti per caso, in modo assurdo . Come quando Carlo si presentò a una festa con una scatola di pandoro in testa a mo’ di cappello. E poi è assurda perché non c’è nessun altro caso al mondo di un trio che abbia fatto ridere per 40 anni un intero Paese senza mai comparire . È tutto meravigliosamente assurdo in questo racconto, come anche i personaggi che hanno lanciato: la cifra che li caratterizza è proprio la dimensione surreale della loro comicità. E quindi l’aggettivo si ripropone a diversi livelli». Il loro viaggio parte da piazza Santo Stefano a Milano, la sede di Radio Popolare . Qui la domenica sera (con Sergio Ferrentino) ironizzano su quanto di più sacro c’è in Italia, il calcio. Il loro Bar Sport è irresistibile. Dopo ogni giornata di campionato irridono, prendono in giro, assegnano premi surreali, il «perbacco» ai giocatori migliori, il «devi morire» a quelli che ti fanno ingrossare la vena quando sbagliano un gol fatto. Il nome nasce poco dopo dalla mania di Santin, attento e folle lettore del vocabolario, che si imbatte nella parola «gialappa», una pianta floreale messicana dal cui tubero si estrae un lassativo per cavalli. Intanto la tv prende forma, con Mai dire Banzai , che apre le porte al marchio Mai dire... , destinato a diventare la matrice di ogni titolo successivo, a partire da Mai dire Gol (1990) che illumina Italia1. Eppure la prima proposta fu per la Rai: «Ci risposero che il calcio è una religione e non si bestemmia sul sagrato» . Per loro invece «bestemmiare» era un approdo naturale: «Tutta la nostra generazione guardava il calcio facendo battute: non abbiamo inventato niente, ci siamo semplicemente ritrovati a farlo in modo professionale». A Mai dire Gol arriva colui che loro stessi definiscono il primo «gialappo», ovvero Teo Teocoli. L’idea delle voci fuori campo è sua. «A lui dobbiamo tutto» ricorda il signor Carlo, altro appellativo che nasce da Teo. «Ha inventato un ruolo per noi: la spalla invisibile radiofonica in televisione non esisteva. Teo mi diceva: “Tu devi farmi le domande, gli altri due entrare a massacrarmi”». È stato un trionfo. Antonio Albanese riassume bene l’identità e i ruoli dei tre: «Carlo era quello che metteva ordine, innanzitutto era quello che arrivava in orario, era l’autore che costruiva la cornice. Giorgio era quello che aveva la battuta, il senso dell’ironia alto, quello che riusciva a entrare perfettamente in controtempo. Marco, come i partner degli studi di commercialisti e di avvocati, aveva il dono di riuscire a contattare le persone ». Lì iniziano a comparire personaggi che non hanno più smesso di abitare la nostra memoria, che quando ricompaiono su Instagram ti fermi a guardare anche in quelle immagini che il tempo e la tecnologia rendono sgranate e mosse. Ma anche se non c’è la qualità del video, la qualità dell’ironia rimane invece la stessa. «Sono tre autori con un elevatissimo senso dell’umorismo» spiega ancora Veltroni, «con un talento nella scoperta e nella selezione delle persone che si sono offerte a loro, che loro hanno cercato. Gran parte dell’industria culturale italiana è passata da Mai dire Gol . Hanno coniugato una doppia caratteristica: esserci e non esserci, essere spalle e al tempo stesso registi, ma anche rabdomanti del talento altrui. L’altro aspetto curioso è che il loro programma – come quelli di Arbore o di Serena Dandini – non faceva 10 milioni di spettatori come accadeva per Fantastico . Tuttavia le parole di Fantastico sono scomparse dalla nostra memoria, mentre l’edonismo reaganiano piuttosto che il pedalò di Ferrini hanno attraversato i decenni. Evidentemente ci sono combinazioni che uniscono comicità per lo più surreale – che è quella che meglio resiste al tempo –, satira e indagine sul presente che sono capaci di andare oltre i confini degli ascolti misurati. E questa è stata la bellezza della Gialappa». Dai caratteri dei tito
La storia assurda della Gialappa, il trio invisibile di rabdomanti del talento altrui: da Tafazzi alla «mancanza di rispetto» per Teocoli (finita in rissa)
Una galleria di personaggi che è entrata nelle nostre vite. Tafazzi (Giacomo Poretti) , tuta nera da mimo e sospensorio, si martellava con una bottiglia lì dove fa più male, perché in fondo chi di noi non si è auto-sabotato nella vita. Felice Caccamo ( Teo Teocoli ) , il giornalista sportivo napoletano dal linguaggio ampolloso con annessa strepitosa cravatta bucata dal chroma key che mostrava il golfo di Napoli. L’Ingegner Cane (Fabio De Luigi) , che già allora voleva costruire il ponte sullo Stretto ma non sapeva nemmeno progettare un paio di mensole Ikea. Nico (Giovanni Storti) , il sardo che aveva nove fratelli (Garraro, Sonnuro, Patagaio, Patannino...) che ogni volta cambiavano nome ma non mancava mai «Franco». Peo Pericoli (ancora Teocoli), la caricatura dell’ultrà milanista, giacca a quadrettoni neri e verdi, basco rosso, mono-sopracciglio che rendeva plasticamente l’idea della sua mono-passione. E poi «Ascolta un cretino!»: chi se non Micio (Claudio Bisio) , procuratore maneggione, di calciatori di giorno e di prostitute di notte. Pier Piero (Antonio Albanese) , ricchissimo e bizzarro giardiniere interista di Arcore. Nives (Luciana Littizzetto) , pianista dalle facili allusioni sessuali nonché «topa di lusso». Carcarlo Pravettoni (Paolo Hendel) , parodia del capitalista totalmente privo di scrupoli morali, fiscali e ambientali. All’opposto del candido, stralunato e ingenuo Epifanio (ancora Albanese). A tirare le fila tre voci – quelle di Giorgio Gherarducci, Marco Santin e Carlo Taranto, ovvero la Gialappa –, tre protagonisti assoluti della storia della tv che – senza mai apparire, altro tocco di genio – hanno scardinato e reinventato il linguaggio dell’intrattenimento televisivo . Mai dire Gol è stato un fenomeno di costume perché ha creato un lessico condiviso (il gollonzo, la tocco piano, la sabongia...) , tormentoni e personaggi entrati nell’immaginario collettivo. Ma soprattutto ha insegnato che la televisione poteva essere guardata non soltanto come spettacolo, ma anche come specchio, e talvolta come caricatura, di ciò che siamo. La loro rivoluzione è stata soprattutto una rivoluzione dello sguardo: non mettersi al centro della scena, ma puntare l’obiettivo su un mondo – quello del calcio – che si prende terribilmente sul serio. Lì, in quel recinto protetto che viaggiava tra i cieli rarefatti dell’assurdo, si mescolavano calciatori e allenatori, personaggi televisivi e comici che sono diventati protagonisti di una commedia nazionale. La Gialappa ha intercettato così una verità spesso più potente della satira dichiarata: il ridicolo non sempre va inventato, basta saperlo riconoscere. In fondo i loro personaggi avevano quasi tutti uno stesso tratto: erano degli idioti. E infatti a un certo punto il capocomico è diventato il Mago Forest , che a sembrare idiota è un fuoriclasse. Ora, a quarant’anni dagli esordi a Radio Popolare, la Gialappa ripercorre la propria storia comica nel film-documentario diretto da Walter Veltroni, L’assurda storia della Gialappa’s Band , che ricompone le tessere di una comicità unica, capace di attraversare le generazioni e diventare parte integrante della cultura popolare italiana. Il film sarà presentato alla Festa del Cinema di Roma martedì 20 ottobre e uscirà nelle sale dal 22 ottobre distribuito da Medusa Film. Tra i tanti aggettivi possibili, Veltroni ne ha scelto uno. Perché è assurda la storia della Gialappa’s? «Perché è la storia di tre ragazzi che si sono conosciuti per caso, in modo assurdo . Come quando Carlo si presentò a una festa con una scatola di pandoro in testa a mo’ di cappello. E poi è assurda perché non c’è nessun altro caso al mondo di un trio che abbia fatto ridere per 40 anni un intero Paese senza mai comparire . È tutto meravigliosamente assurdo in questo racconto, come anche i personaggi che hanno lanciato: la cifra che li caratterizza è proprio la dimensione surreale della loro comicità. E quindi l’aggettivo si ripropone a diversi livelli». Il loro viaggio parte da piazza Santo Stefano a Milano, la sede di Radio Popolare . Qui la domenica sera (con Sergio Ferrentino) ironizzano su quanto di più sacro c’è in Italia, il calcio. Il loro Bar Sport è irresistibile. Dopo ogni giornata di campionato irridono, prendono in giro, assegnano premi surreali, il «perbacco» ai giocatori migliori, il «devi morire» a quelli che ti fanno ingrossare la vena quando sbagliano un gol fatto. Il nome nasce poco dopo dalla mania di Santin, attento e folle lettore del vocabolario, che si imbatte nella parola «gialappa», una pianta floreale messicana dal cui tubero si estrae un lassativo per cavalli. Intanto la tv prende forma, con Mai dire Banzai , che apre le porte al marchio Mai dire... , destinato a diventare la matrice di ogni titolo successivo, a partire da Mai dire Gol (1990) che illumina Italia1. Eppure la prima proposta fu per la Rai: «Ci risposero che il calcio è una religione e non si bestemmia sul sagrato» . Per loro invece «bestemmiare» era un approdo naturale: «Tutta la nostra generazione guardava il calcio facendo battute: non abbiamo inventato niente, ci siamo semplicemente ritrovati a farlo in modo professionale». A Mai dire Gol arriva colui che loro stessi definiscono il primo «gialappo», ovvero Teo Teocoli. L’idea delle voci fuori campo è sua. «A lui dobbiamo tutto» ricorda il signor Carlo, altro appellativo che nasce da Teo. «Ha inventato un ruolo per noi: la spalla invisibile radiofonica in televisione non esisteva. Teo mi diceva: “Tu devi farmi le domande, gli altri due entrare a massacrarmi”». È stato un trionfo. Antonio Albanese riassume bene l’identità e i ruoli dei tre: «Carlo era quello che metteva ordine, innanzitutto era quello che arrivava in orario, era l’autore che costruiva la cornice. Giorgio era quello che aveva la battuta, il senso dell’ironia alto, quello che riusciva a entrare perfettamente in controtempo. Marco, come i partner degli studi di commercialisti e di avvocati, aveva il dono di riuscire a contattare le persone ». Lì iniziano a comparire personaggi che non hanno più smesso di abitare la nostra memoria, che quando ricompaiono su Instagram ti fermi a guardare anche in quelle immagini che il tempo e la tecnologia rendono sgranate e mosse. Ma anche se non c’è la qualità del video, la qualità dell’ironia rimane invece la stessa. «Sono tre autori con un elevatissimo senso dell’umorismo» spiega ancora Veltroni, «con un talento nella scoperta e nella selezione delle persone che si sono offerte a loro, che loro hanno cercato. Gran parte dell’industria culturale italiana è passata da Mai dire Gol . Hanno coniugato una doppia caratteristica: esserci e non esserci, essere spalle e al tempo stesso registi, ma anche rabdomanti del talento altrui. L’altro aspetto curioso è che il loro programma – come quelli di Arbore o di Serena Dandini – non faceva 10 milioni di spettatori come accadeva per Fantastico . Tuttavia le parole di Fantastico sono scomparse dalla nostra memoria, mentre l’edonismo reaganiano piuttosto che il pedalò di Ferrini hanno attraversato i decenni. Evidentemente ci sono combinazioni che uniscono comicità per lo più surreale – che è quella che meglio resiste al tempo –, satira e indagine sul presente che sono capaci di andare oltre i confini degli ascolti misurati. E questa è stata la bellezza della Gialappa». Dai caratteri dei tito

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