Diana «non ha mai finto di essere perfetta in una famiglia dove la messinscena fa parte delle regole d’ingaggio» . La freccia più cattiva verso la Royal family arriva subito all'inizio del libro «Canto del cigno» di Charles Spencer (Mondadori). E mette alla berlina lo spirito di servizio dell'istituzione, quel duty intoccabile per Elisabetta II come per re Carlo III. Riduce a «messinscena» di fatto il lavoro quotidiano dei working Royals con i loro impegni pubblici.  Il resto lo fanno parole attribuite alla regin a, alla prima notizia dell’incidente, pesanti come macigni: «Cos’ha combinato stavolta?». Poi Charles Spencer parla del funerale di Diana che avrebbe voluto privato: «Ma non avevamo fatto i conti con Buckingham Palace e Downing Street (…) Agli occhi di Buckingham Palace, Diana restava una loro proprietà, persino nella morte». Ma salva la decisione di Elisabetta di restare a Balmoral dopo la morte di Lady D: lo fece per preparare William ed Harry alla realtà della morte della madre. E rende onore alle parole di omaggio in morte di Diana davanti alla tv: «Diana sarebbe stata orgogliosa di quel le generose lodi: aveva sempre stimato sua suocera». E' un libro dolce e amaro, o meglio velenoso come i tanti veleni sparsi per le sue pagine. E’ dolce, anzi struggente perché ripercorre con quello che emerge come un profondo legame tra fratello e sorella, l’infanzia e la vita di una Dea dei nostri tempi, Diana. E lo ricorda il conte Charles Spencer quando scrive – riprendendo le parole della sua eulogia pronunciata al funerale – «avevi il nome della Dea della caccia e hai finito per essere cacciata tutta la vita». Assieme a tanti flash di vita vissuta accanto a Diana: i tavolini accanto alla tv dove con Diana bambina cenava come premio e i pranzi in famiglia su piatti Wedgwood acquistati a un evento di raccolta fondi nel 1962.  E ancora, il racconto delle terribili tate che tennero in ostaggio Diana e Charles Spencer bambini e il pianoforte a coda sul quale le sorelle Spencer suonavano. E a proposito di famiglia – anche se nell’introduzione descrive l’infanzia felice della sorella – nel libro poi ricostruisce il trauma di Diana: «Con il divorzio nostro padre aveva ottenuto la custodia di noi figli , e non solo grazie alla testimonianza della nonna, ma anche perché aveva riferito che nostra madre aveva da poco trascorso sei mesi con Peter in Australia anziché stare in Inghilterra con noi». La madre di Diana impugnò la decisione con una causa senza successo, allontanata dai suoi figli.  Poi la memoria del fratello di Diana corre a quella mattina d'estate del 1997 quando il conte svegliò le sue figlie «Tre enormi paia di innocenti occhi azzurri mi fissarono da sotto le chiome scarmigliate: «Mi di spiace moltissimo, ma zia Diana è… è morta». Subito dopo il passaggio che ha scatenato la reazione dei Windsor e di Re Carlo: il conte Spencer scrive che quando lo sentì quella mattina «sembrava avesse appena vinto alla lotteria».  Contro Carlo i riferimenti ostili arrivano anche nelle parole di Diana che il conte ricorda quando diceva di Althorp la tenuta dove oggi riposa Diana: «Batte Highgrove (la tenuta privata del Re) di gran lunga». E nelle sue pagine le frecce avvelenate di Lord Spencer prendono di mira tanti bersagli. Come quando parla dei dipinti di Edward Seago, i cui dipinti a olio piacevano al principe Filippo che l’invitò a un viaggio in Antartide, durante il quale Seago aveva realizzato decine di tele. Filippo gli aveva chiesto di vederle e «stando a ciò che Seago aveva detto a nostro padre, non gliele restituì né gliele pagò mai». E pure Anna, la Princess Royal finisce nel mirino quando riferisce il suo distacco seccato durante i loro incontri. Ma Lord Spencer racconta anche di Madama Pawlikowska , un’anziana artista che per trent’anni fece la spola dalla nativa Polonia alle case aristocratiche di Londra per ritrarre pargoli di nobile lignaggio. E ricostruisce il rapporto in casa Spencer con la matrigna: Fuori (io e Diana) ci senti amo al sicuro: Raine – la matrigna che non sopportavamo – aveva infatti un’avversione assoluta per la campagna». E dei momenti in cui pensando alla passione della sorella per il laghetto della tenuta di famiglia ad Althorp decise la sepoltura proprio lì e fu necessaria la «consacrazione di una tomba ad Althorp, nella diocesi di Peterborough, per l’inumazione del corpo di Diana, principessa del Galles». Ed è a un altro funerale, quello per la morte del padre l’ottavo conte Spencer , che l’attuale conte ricostruisce uno scambio di battute con Carlo a dir poco feroce: «Lei sta ereditando questo posto a nemmeno trent’anni, mentre io, insomma, ne ho quarantatré (…) e i miei genitori continuano a trattarmi come… come un bambino». Un passaggio così feroce da esser difficile da credere. Tanto più che come ha ricordato un consigliere della Corona al Corriere «al Re è stato insegnato sin dalla culla a parlare con prudenza», e sapendo quanto sensibile sia la cifra umana di Carlo III è difficile immaginare che in circostanze dolorose come la morte di un padre abbia potuto pronunciarsi così.  Il conte Spencer – ammettendo di aver «divorziato tre volte (da donne che hanno tutte due divorzi alle spalle), so per esperienza personale quanto possa essere difficile il matrimonio» - ricostruisce i dissapori di Diana e Carlo entra nei dettagli della battaglia a colpi di scoop negli anni della guerra dei Windsor cita in causa persino il principe William . Quando ricorda: «William avrebbe commentato: “Rammento con tristezza che la maggior parte delle volte in cui ha pianto per qualcosa aveva a che fare con l’intrusione della stampa”».