Nuuk (Groenlandia) - «L’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 ha generato danni gravissimi alla causa della difesa delle popolazioni inuit e del loro ambiente. Da allora Vladimir Putin ha boicottato il Consiglio Artico e ogni forma di cooperazione regionale». Le parole di Akkaluk Lynge rappresentano la riprova dello strettissimo legame tra gli aspetti più inquietanti della fragilità artica e i grandi nodi della politica internazionale. Tutto è connesso, come vasi comunicanti, le crisi di natura soltanto apparentemente diversa tra loro a ben vedere sono invece strettamente legate nel mondo globalizzato. PASSAGGIO A NORD OVEST - LO SPECIALE «Nel 1996 eravamo finalmente riusciti a mettere assieme un meccanismo internazionale che garantisse i 180.000 inuit sparsi tra Alaska statunitense, Siberia russa, Canada e Groenlandia. Non solo, l’intera area del Polo Nord doveva essere protetta grazie alla cooperazione tra Stati Uniti, Russia, Danimarca incluse Groenlandia e Isole Faroe, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia. Ma la guerra lanciata da Putin ha paralizzato ogni sforzo in questo senso», mi dice questo intellettuale 78enne ex ministro degli Interni della Groenlandia, autore di vari libri e soprattutto per molti anni presidente dell’organizzazione preposta dalle Nazioni Unite per rappresentare gli interessi degli inuit. Tra i suoi scritti nella biblioteca di casa c’è un libro rilegato dalla copertina azzurra che ha un titolo destinato a sollevare subito il mio interesse: «Il Diritto del Ritorno». È lo stesso slogan che scandivano gli ebrei quando gli inglesi cercavano di bloccare la loro immigrazione nella Palestina mandataria dopo l’Olocausto e dal 1948, con enfasi sempre più determinata sino ai nostri giorni, è diventato la bandiera della causa palestinese contro lo Stato di Israele, che da tempo ormai cerca di espellere con la forza gli arabi di Gaza e Cisgiordania. Dalle ampie finestre della sua casa di legno affacciata sulla parte settentrionale del golfo di Nuuk si vedono alcuni iceberg bianchissimi galleggiare come dormienti sullo specchio calmo del mare settembrino. «In tempi di crisi il conto più salato lo pagano i popoli autoctoni non organizzati per allearsi con le potenze più forti. I cambiamenti climatici sono giganteschi. In pochissimi anni io stesso ho visto completamente stravolto l’universo della mia infanzia ed è ovvio per gli scienziati che tali stravolgimenti sono stati provocati dall’opera degli uomini. Una volta c’erano i ritmi considerati immutabili della natura. Le stagioni si avvicendavano ciclicamente e dettavano i nostri modi collettivi di vivere e pensare. Noi uomini eravamo i deboli e dovevamo saperci adattare a ciò che ci stava attorno. A nostro vantaggio c’era il fatto che la natura era prevedibile: dopo l’inverno sarebbe immancabilmente giunta la primavera, infine una parte del mare si sarebbe sciolta con l’arrivo dell’estate. Cacciatori e pescatori si davano da fare per preparare le scorte per l’inverno. Mangiavamo, ci vestivamo, viaggiavamo sul nostro territorio in armonia con le condizioni permesse dal clima e nelle stesse modalità dei nostri avi. Ora non più. In sostanza: adesso noi sembriamo più forti della natura, sta a noi proteggerla e perpetuarla. Si tratta di un mutamento di prospettiva enorme: ciò che prima era considerato fortissimo adesso appare fragile, caduco e alla nostra mercé. Ecco l’importanza dell’organizzazione. Se la cooperazione con Russia e Stati Uniti non funziona più, occorre al più presto avviare quella con i nostri vicini e con l’Europa», spiega. Il nostro incontro avviene pochi giorni dopo la visita di Ursula von der Leyen a Nuuk e alla vigilia del primo summit Europeo Artico a Rovaniemi, in Finlandia. Un vertice destinato a marcare un rilevante cambiamento di rotta della Ue, che ormai mostra di dare grande importanza alla sicurezza geopolitica e militare del Grande Nord. I 27 avvertono chiaramente la necessità di avere un posto garantito alla tavola dell’Artico. E la cosa è articolata: occorre difenderlo dai predatori, lottare contro i cambiamenti climatici e per la sua difesa, ma anche impedire che Russia, Stati Uniti e Cina si prendano tutto. «Per noi l’Europa diventa centrale. Occorre superare al più presto le diatribe sui diritti di pesca nelle nostre acque e invece fare fronte comune contro i pescecani che minacciano noi e la stabilità del Pianeta»«, commenta ancora Lynge. Scrivo queste ultime note l’11 settembre sul volo che da Nuuk mi riporta a Copenaghen e quindi a Milano. La tappa finale di questo lungo viaggio per il Passaggio di Nord-Ovest è stata la continua conferma dell’immenso disagio artico all’ombra dei cambiamenti climatici e della fine della cooperazione internazionale. La nostra generazione ha vissuto l’epoca carica di speranze della fine della Guerra Fredda nell’illusione che la vittoria della democrazia occidentale sulla dittatura sovietica fosse destinata a portare libertà, difesa dei diritti umani, sicurezza, benessere per tutti e soprattutto cooperazione internazionale. Non è stato così. Proprio nel momento in cui sarebbe vitale unire le forze per fare fronte comune contro il malessere del Pianeta, vengono a cadere i meccanismi di collaborazione e dialogo. I «sacri egoismi nazionali» tornano a prevalere sugli interessi comuni e transnazionali. Ho potuto vedere di persona che Donald Trump smantella i parchi nazionali e le zone protette in Alaska per costruire basi militari e piattaforme per l’estrazione dell’energia; il Canada allarga le sue basi in contrapposizione a quelle fondate con gli Usa in passato; russi e cinesi intensificano le rotte delle loro petroliere e navi cargo. Ovunque nelle acque del Passaggio di Nord-Ovest stanno moltiplicandosi le navi da crocier a; in Groenlandia vengono costruiti giganteschi aeroporti per facilitare l’arrivo di massa dei turisti. Quello di Ilulissat è già pronto, verrà inaugurato a fine ottobre 2026. Il problema resta che ovunque ancora mancano hotel col rischio di generare ingorghi giganteschi. Già adesso nei mesi estivi gli hotel a Nuuk sfiorano cifre astronomiche per la mancanza di camere. Si prospettano scenari da overturism come a Venezia, Parigi o Firenze. Tre giorni fa mi è stato detto che un cacciatore di Ilulissat ha ucciso due orsi bianchi adulti nell’area del sentiero per Oqaatsut, dove avevo camminato quasi nove ore lungo il mare. Le loro pelli adesso sono appese a seccare sul balcone di una casetta vicino alla chiesa luterana. Quando le vado a vedere con un locale incontrato per caso che parla bene l’italiano - ha lavorato per tre anni in un’azienda di un parente che ha sede a Torino - la prima impressione è di inquietudine per loro. Tra aerei, barche da diporto e trekking turistici la loro esistenza si era fatta sempre più a rischio. Mi facevano molta più paura gli orsi sulle spiagge deserte di Canada e Alaska, dove la presenza dell’uomo sembra ancora remota. Nella chiesa si sta celebrando il funerale di un suicida. Non era anziano, ma dicono si sentisse solo e inutile. «La tradizione inuit prevede che, quando gli anziani diventano di peso per la famiglia, siano loro stessi a partire nella notte per poi lasciarsi morire nel freddo. Adesso è molto più semplice, si sparano col fucile. Ma il suicidio oggi è dovuto al disagio sociale, non per vecchiaia», dice il mio accompagnatore. A Nuuk le tracce della crescita veloce sono dovunque. Le vecchie casette in legno dell’Ottocento sono affiancate ai condomini costruiti negli ultimi decenni. I grandi mall con il meglio dei prodotti europei e made in Usa hanno soffocato le botteghe. Anche qui, come del resto a Ilulissat e nei villaggetti della costa occidentale, gli alberghi costano uno sporposito, sino a 400 euro a notte per stanze molto semplici. L’alternativa è cercare camere ammobiliate, però anche quelle sono quasi tutte prenotate. La situazione cambierà a inizio ottobre, quando la fine della stagione turistica renderà tutto più abbordabile. Gli annunci delle nuove compagnie di viaggio e tour organizzati tra iceberg e ghiacciai tappezzano i muri delle abitazioni. Ma i voli aerei sono ancora molto complicati: disguidi, ritardi e cancellazioni sembrano all’ordine del giorno. Anche se gli stessi addetti all’aeroporto garantiscono che presto ci saranno molti più voli diretti dall’Europa e non saranno più solo monopolio di Air Greenland e della Sas. «Con le estati sempre più torride in Europa saranno in tanti tra voi a cercare il refrigerio dei nostri climi tra i ghiacciai», afferma sorridente la direttrice del Museo d’Arte. In una delle sale c’è il quadro di un artista locale, Buuti Perdersen, che disegna Donald Trump gettato in mare dalla cima di un alto iceberg da Kaassassuk, un eroe della mitologia inuit. «Fuck off», riporta la didascalia. Secondo la tradizione della Groenlandia, Kaassassuk era un bambino orfano maltrattato che ottiene la forza sovrannaturale per vendicarsi. Nel quadro, a lato dell’iceberg bianco-azzurrato si vedono le chiazze marroni dell’inquinamento causato dai resti di Kalaalit Nunaat, la grande base aerea costruita dagli americani durante la Seconda Guerra Mondiale meglio nota come Thule Air Base, che nei decenni ha scatenato diversi scontri con i movimenti ambi
L'ultima tappa, tra gli inuit in Groenlandia: «Siamo minacciati da climate change e crisi politica internazionale. L'Europa ci aiuti»
Nuuk (Groenlandia) - «L’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 ha generato danni gravissimi alla causa della difesa delle popolazioni inuit e del loro ambiente. Da allora Vladimir Putin ha boicottato il Consiglio Artico e ogni forma di cooperazione regionale». Le parole di Akkaluk Lynge rappresentano la riprova dello strettissimo legame tra gli aspetti più inquietanti della fragilità artica e i grandi nodi della politica internazionale. Tutto è connesso, come vasi comunicanti, le crisi di natura soltanto apparentemente diversa tra loro a ben vedere sono invece strettamente legate nel mondo globalizzato. PASSAGGIO A NORD OVEST - LO SPECIALE «Nel 1996 eravamo finalmente riusciti a mettere assieme un meccanismo internazionale che garantisse i 180.000 inuit sparsi tra Alaska statunitense, Siberia russa, Canada e Groenlandia. Non solo, l’intera area del Polo Nord doveva essere protetta grazie alla cooperazione tra Stati Uniti, Russia, Danimarca incluse Groenlandia e Isole Faroe, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia. Ma la guerra lanciata da Putin ha paralizzato ogni sforzo in questo senso», mi dice questo intellettuale 78enne ex ministro degli Interni della Groenlandia, autore di vari libri e soprattutto per molti anni presidente dell’organizzazione preposta dalle Nazioni Unite per rappresentare gli interessi degli inuit. Tra i suoi scritti nella biblioteca di casa c’è un libro rilegato dalla copertina azzurra che ha un titolo destinato a sollevare subito il mio interesse: «Il Diritto del Ritorno». È lo stesso slogan che scandivano gli ebrei quando gli inglesi cercavano di bloccare la loro immigrazione nella Palestina mandataria dopo l’Olocausto e dal 1948, con enfasi sempre più determinata sino ai nostri giorni, è diventato la bandiera della causa palestinese contro lo Stato di Israele, che da tempo ormai cerca di espellere con la forza gli arabi di Gaza e Cisgiordania. Dalle ampie finestre della sua casa di legno affacciata sulla parte settentrionale del golfo di Nuuk si vedono alcuni iceberg bianchissimi galleggiare come dormienti sullo specchio calmo del mare settembrino. «In tempi di crisi il conto più salato lo pagano i popoli autoctoni non organizzati per allearsi con le potenze più forti. I cambiamenti climatici sono giganteschi. In pochissimi anni io stesso ho visto completamente stravolto l’universo della mia infanzia ed è ovvio per gli scienziati che tali stravolgimenti sono stati provocati dall’opera degli uomini. Una volta c’erano i ritmi considerati immutabili della natura. Le stagioni si avvicendavano ciclicamente e dettavano i nostri modi collettivi di vivere e pensare. Noi uomini eravamo i deboli e dovevamo saperci adattare a ciò che ci stava attorno. A nostro vantaggio c’era il fatto che la natura era prevedibile: dopo l’inverno sarebbe immancabilmente giunta la primavera, infine una parte del mare si sarebbe sciolta con l’arrivo dell’estate. Cacciatori e pescatori si davano da fare per preparare le scorte per l’inverno. Mangiavamo, ci vestivamo, viaggiavamo sul nostro territorio in armonia con le condizioni permesse dal clima e nelle stesse modalità dei nostri avi. Ora non più. In sostanza: adesso noi sembriamo più forti della natura, sta a noi proteggerla e perpetuarla. Si tratta di un mutamento di prospettiva enorme: ciò che prima era considerato fortissimo adesso appare fragile, caduco e alla nostra mercé. Ecco l’importanza dell’organizzazione. Se la cooperazione con Russia e Stati Uniti non funziona più, occorre al più presto avviare quella con i nostri vicini e con l’Europa», spiega. Il nostro incontro avviene pochi giorni dopo la visita di Ursula von der Leyen a Nuuk e alla vigilia del primo summit Europeo Artico a Rovaniemi, in Finlandia. Un vertice destinato a marcare un rilevante cambiamento di rotta della Ue, che ormai mostra di dare grande importanza alla sicurezza geopolitica e militare del Grande Nord. I 27 avvertono chiaramente la necessità di avere un posto garantito alla tavola dell’Artico. E la cosa è articolata: occorre difenderlo dai predatori, lottare contro i cambiamenti climatici e per la sua difesa, ma anche impedire che Russia, Stati Uniti e Cina si prendano tutto. «Per noi l’Europa diventa centrale. Occorre superare al più presto le diatribe sui diritti di pesca nelle nostre acque e invece fare fronte comune contro i pescecani che minacciano noi e la stabilità del Pianeta»«, commenta ancora Lynge. Scrivo queste ultime note l’11 settembre sul volo che da Nuuk mi riporta a Copenaghen e quindi a Milano. La tappa finale di questo lungo viaggio per il Passaggio di Nord-Ovest è stata la continua conferma dell’immenso disagio artico all’ombra dei cambiamenti climatici e della fine della cooperazione internazionale. La nostra generazione ha vissuto l’epoca carica di speranze della fine della Guerra Fredda nell’illusione che la vittoria della democrazia occidentale sulla dittatura sovietica fosse destinata a portare libertà, difesa dei diritti umani, sicurezza, benessere per tutti e soprattutto cooperazione internazionale. Non è stato così. Proprio nel momento in cui sarebbe vitale unire le forze per fare fronte comune contro il malessere del Pianeta, vengono a cadere i meccanismi di collaborazione e dialogo. I «sacri egoismi nazionali» tornano a prevalere sugli interessi comuni e transnazionali. Ho potuto vedere di persona che Donald Trump smantella i parchi nazionali e le zone protette in Alaska per costruire basi militari e piattaforme per l’estrazione dell’energia; il Canada allarga le sue basi in contrapposizione a quelle fondate con gli Usa in passato; russi e cinesi intensificano le rotte delle loro petroliere e navi cargo. Ovunque nelle acque del Passaggio di Nord-Ovest stanno moltiplicandosi le navi da crocier a; in Groenlandia vengono costruiti giganteschi aeroporti per facilitare l’arrivo di massa dei turisti. Quello di Ilulissat è già pronto, verrà inaugurato a fine ottobre 2026. Il problema resta che ovunque ancora mancano hotel col rischio di generare ingorghi giganteschi. Già adesso nei mesi estivi gli hotel a Nuuk sfiorano cifre astronomiche per la mancanza di camere. Si prospettano scenari da overturism come a Venezia, Parigi o Firenze. Tre giorni fa mi è stato detto che un cacciatore di Ilulissat ha ucciso due orsi bianchi adulti nell’area del sentiero per Oqaatsut, dove avevo camminato quasi nove ore lungo il mare. Le loro pelli adesso sono appese a seccare sul balcone di una casetta vicino alla chiesa luterana. Quando le vado a vedere con un locale incontrato per caso che parla bene l’italiano - ha lavorato per tre anni in un’azienda di un parente che ha sede a Torino - la prima impressione è di inquietudine per loro. Tra aerei, barche da diporto e trekking turistici la loro esistenza si era fatta sempre più a rischio. Mi facevano molta più paura gli orsi sulle spiagge deserte di Canada e Alaska, dove la presenza dell’uomo sembra ancora remota. Nella chiesa si sta celebrando il funerale di un suicida. Non era anziano, ma dicono si sentisse solo e inutile. «La tradizione inuit prevede che, quando gli anziani diventano di peso per la famiglia, siano loro stessi a partire nella notte per poi lasciarsi morire nel freddo. Adesso è molto più semplice, si sparano col fucile. Ma il suicidio oggi è dovuto al disagio sociale, non per vecchiaia», dice il mio accompagnatore. A Nuuk le tracce della crescita veloce sono dovunque. Le vecchie casette in legno dell’Ottocento sono affiancate ai condomini costruiti negli ultimi decenni. I grandi mall con il meglio dei prodotti europei e made in Usa hanno soffocato le botteghe. Anche qui, come del resto a Ilulissat e nei villaggetti della costa occidentale, gli alberghi costano uno sporposito, sino a 400 euro a notte per stanze molto semplici. L’alternativa è cercare camere ammobiliate, però anche quelle sono quasi tutte prenotate. La situazione cambierà a inizio ottobre, quando la fine della stagione turistica renderà tutto più abbordabile. Gli annunci delle nuove compagnie di viaggio e tour organizzati tra iceberg e ghiacciai tappezzano i muri delle abitazioni. Ma i voli aerei sono ancora molto complicati: disguidi, ritardi e cancellazioni sembrano all’ordine del giorno. Anche se gli stessi addetti all’aeroporto garantiscono che presto ci saranno molti più voli diretti dall’Europa e non saranno più solo monopolio di Air Greenland e della Sas. «Con le estati sempre più torride in Europa saranno in tanti tra voi a cercare il refrigerio dei nostri climi tra i ghiacciai», afferma sorridente la direttrice del Museo d’Arte. In una delle sale c’è il quadro di un artista locale, Buuti Perdersen, che disegna Donald Trump gettato in mare dalla cima di un alto iceberg da Kaassassuk, un eroe della mitologia inuit. «Fuck off», riporta la didascalia. Secondo la tradizione della Groenlandia, Kaassassuk era un bambino orfano maltrattato che ottiene la forza sovrannaturale per vendicarsi. Nel quadro, a lato dell’iceberg bianco-azzurrato si vedono le chiazze marroni dell’inquinamento causato dai resti di Kalaalit Nunaat, la grande base aerea costruita dagli americani durante la Seconda Guerra Mondiale meglio nota come Thule Air Base, che nei decenni ha scatenato diversi scontri con i movimenti ambi

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