Il numeretto che avrebbe potuto cambiare la sorte della prossima Legge di Bilancio è stato svelato dall’Istat. Ma non cambia nulla: l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil è stato pari nel 2025 a -3,1% (era -3,4% nel 2024) e quindi il deficit di bilancio è rimasto sopra la soglia del 3% del Prodotto interno lordo. In pratica l’Italia non esce dalla procedura Ue per il deficit eccessivo e non avrà più margini per la prossima manovra. La partita, che per il governo valeva molto, si è giocata sul filo dei centesimi, non dei decimali del rapporto deficit/Pil. Ad aprile l’Istat aveva calcolato un indebitamento netto del 3,07%, arrotondato al 3,1%. Per avere un risultato «inferiore al 3%», secondo le regole Ue, serve dunque almeno il 2,94% . La distanza tra la libertà di bilancio e un altro anno di ristrettezze è meno di due miliardi. Ad aprile il governo era sembrato fiducioso che la revisione dei dati in corso d’anno potesse portare al risultato sperato (anche se nei documenti ufficiali il rientro sotto al 3% è sempre stato previsto per il 2026). A fine ’25 ci fu l’ultima, e ancora una volta inattesa, impennata del Superbonus 110% e l’esecutivo era convinto che tra quelli registrati all’ultimo minuto ci fossero anche molti crediti fasulli. Le verifiche sono state fatte e nei mesi scorsi, come sempre, ci sono state molte interlocuzioni tra Istat, Ministero e Ragioneria. A poche ore dal verdetto — che deve tener conto anche del numeratore del rapporto, cioè il Prodotto interno lordo che a sua volta sarà rivisto domani — nei palazzi di governo si sbilanciavano in pochi. Qualcuno temeva la beffa, cioè la chiusura un pelo sopra il 3 o forse sotto, ma non tanto per agguantare il 2,9%. Lo stesso ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti , ha detto di essere «non fiducioso, ma speranzoso». Restare nella procedura (decretata nel 2024 per un deficit del ’23 al 7,4% del Pil) comporta l’obbligo di ridurre il deficit strutturale di 0,5 punti l’anno, oltre al controllo della spesa netta. Qui l’Italia avrebbe discreti margini per il ’27 e il ’28 ma l’obbligo di tagliare il deficit li limiterebbe sensibilmente. E renderebbe più complicata l’attivazione della clausola Ue che consente di non conteggiare nei deficit una spesa di 1,5 punti di Pil (30 miliardi) nel prossimo biennio per la difesa e l’energia. Giorgetti teme che l’Italia resti intrappolata nella procedura per anni e ha molti dubbi. Se ne dovrà riparlare con gli alleati per valutare opportunità e conseguenze. «L’Italia decide da sé finché conserva la fiducia di chi le presta i soldi. Se la perde le priorità le dettano i creditori», ha detto ieri. Se il 3% fosse abbattuto, invece, tra pochi giorni arriverebbe in Parlamento la richiesta per uno scostamento di bilancio da 10 miliardi per il ’27 e 20 per il ’28 destinato a energia e difesa. In aggiunta, naturalmente, alla manovra di Bilancio. In un caso o nell’altro sarebbe di circa 25 miliardi. Quello che cambierebbe, nell’uno o nell’altro caso, è quanti di questi dovranno essere trovati con tagli e nuove entrate.
L'Istat conferma: il deficit del 2025 al 3,1% del Pil. Resta la procedura di infrazione per l'Italia
Il numeretto che avrebbe potuto cambiare la sorte della prossima Legge di Bilancio è stato svelato dall’Istat. Ma non cambia nulla: l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil è stato pari nel 2025 a -3,1% (era -3,4% nel 2024) e quindi il deficit di bilancio è rimasto sopra la soglia del 3% del Prodotto interno lordo. In pratica l’Italia non esce dalla procedura Ue per il deficit eccessivo e non avrà più margini per la prossima manovra. La partita, che per il governo valeva molto, si è giocata sul filo dei centesimi, non dei decimali del rapporto deficit/Pil. Ad aprile l’Istat aveva calcolato un indebitamento netto del 3,07%, arrotondato al 3,1%. Per avere un risultato «inferiore al 3%», secondo le regole Ue, serve dunque almeno il 2,94% . La distanza tra la libertà di bilancio e un altro anno di ristrettezze è meno di due miliardi. Ad aprile il governo era sembrato fiducioso che la revisione dei dati in corso d’anno potesse portare al risultato sperato (anche se nei documenti ufficiali il rientro sotto al 3% è sempre stato previsto per il 2026). A fine ’25 ci fu l’ultima, e ancora una volta inattesa, impennata del Superbonus 110% e l’esecutivo era convinto che tra quelli registrati all’ultimo minuto ci fossero anche molti crediti fasulli. Le verifiche sono state fatte e nei mesi scorsi, come sempre, ci sono state molte interlocuzioni tra Istat, Ministero e Ragioneria. A poche ore dal verdetto — che deve tener conto anche del numeratore del rapporto, cioè il Prodotto interno lordo che a sua volta sarà rivisto domani — nei palazzi di governo si sbilanciavano in pochi. Qualcuno temeva la beffa, cioè la chiusura un pelo sopra il 3 o forse sotto, ma non tanto per agguantare il 2,9%. Lo stesso ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti , ha detto di essere «non fiducioso, ma speranzoso». Restare nella procedura (decretata nel 2024 per un deficit del ’23 al 7,4% del Pil) comporta l’obbligo di ridurre il deficit strutturale di 0,5 punti l’anno, oltre al controllo della spesa netta. Qui l’Italia avrebbe discreti margini per il ’27 e il ’28 ma l’obbligo di tagliare il deficit li limiterebbe sensibilmente. E renderebbe più complicata l’attivazione della clausola Ue che consente di non conteggiare nei deficit una spesa di 1,5 punti di Pil (30 miliardi) nel prossimo biennio per la difesa e l’energia. Giorgetti teme che l’Italia resti intrappolata nella procedura per anni e ha molti dubbi. Se ne dovrà riparlare con gli alleati per valutare opportunità e conseguenze. «L’Italia decide da sé finché conserva la fiducia di chi le presta i soldi. Se la perde le priorità le dettano i creditori», ha detto ieri. Se il 3% fosse abbattuto, invece, tra pochi giorni arriverebbe in Parlamento la richiesta per uno scostamento di bilancio da 10 miliardi per il ’27 e 20 per il ’28 destinato a energia e difesa. In aggiunta, naturalmente, alla manovra di Bilancio. In un caso o nell’altro sarebbe di circa 25 miliardi. Quello che cambierebbe, nell’uno o nell’altro caso, è quanti di questi dovranno essere trovati con tagli e nuove entrate.

RELATED SIGNALS
Latest Trending News
SOURCE TRANSPARENCY