DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PARIGI - L’incontro che avrebbe dovuto svolgersi a Sciences Po ha luogo invece in un caffè, perché anche la scuola universitaria più prestigiosa di Francia ieri mattina è stata bloccata dagli studenti . Qualche ora dopo, in boulevard Saint-Germain, gli agenti interverranno con manganelli e gas lacrimogeni. Arancha González, già ministra degli Esteri spagnola nel governo di Pedro Sánchez, a Sciences Po è a capo della Paris School of International Affairs. Esistono punti in comune nelle proteste che scuotono Francia e Spagna ? «I motivi sono diversi ma in comune c’è la stessa scintilla, ovvero la rottura del contratto sociale. I giovani francesi protestano per l’istruzione, quelli spagnoli per l’alloggio, ma in Europa si è rotta l’idea che le economie generano benessere e uguaglianza sociale». Questa generazione sta peggio della precedente? «Dipende da quali fattori consideriamo. Quanto ai diritti, questi giovani stanno meglio. E stanno meglio anche quanto a sanità e istruzione. Ma in base ad altri indicatori come l’accesso all’alloggio, l’accumulo di ricchezza o la sicurezza del lavoro, stanno peggio». In Francia la scuola pubblica è da anni al centro del dibattito considerata il simbolo della decadenza del Paese . «L’ossessione del declino è una particolarità francese. Mi pare assente in Spagna e in Italia, e invece molto forte qui. Declino come perdita di potenza politica. E presente anche in Germania, come perdita del primato industriale. L’ossessione del declino poi si traduce nell’offerta politica, come dimostrano le elezioni». In che modo? «Nel successo delle forze radicali che promettono il ritorno a un passato più o meno glorioso. È quel che in Francia offre il Rassemblement national, che parla di una nazione che tornerebbe libera dagli impegni Ue, o in Germania l’AfD, che evoca un’Arcadia della Germania Est dove secondo loro tutto funzionava bene, tutti avevano una casa e un lavoro e tutti avevano vicini simpatici. Ma anche in Italia c’è il generale Vannacci che propone un balzo all’indietro». Chi invece ha un proposta per il futuro? «Mi sembra che manchi proprio questo, una proposta che sia entusiasmante per il futuro, che dia un po’ di ottimismo ai ragazzi europei». Le proteste di questi giorni in Francia sono sostenute dalla sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon , che certo europeista non è. «Su certi temi l’estrema destra e l’estrema sinistra finiscono per toccarsi, l0 vediamo anche in Germania. La frattura politica non è più tra destra e sinistra ma tra europeisti e sovranisti, i quali parlano di preferenza nazionale, il che equivale alla fine di fatto dell’Europa». Lei ha appena pubblicato in Francia un libro intitolato L’Europa sola al mondo (Éditions Arpa), che immagina il mondo nel 2049: con l’aiuto della Cina la Russia domina l’Eurasia, gli Stati Uniti sono isolati e in decomposizione, l’Unione europea è un guscio vuoto. È questo quel che ci aspetta? «Dipende da noi. Mentre scrivevo ho cambiato questo scenario tre volte, perché volevo immaginare una distopia ma venivo sempre raggiunta dalla realtà. Spero con tutto il cuore che il nostro futuro sarà diverso, e sono convintissima che possiamo farcela. Ma bisogna essere capaci di proporre qualcosa di più forte e attraente del ritorno al passato promesso dagli antieuropei, o della gestione dell’esistente. Stare fermi ormai è impossibile, o andiamo avanti, come spero, o indietro». In Francia si parla di policrisi: politica, sociale, finanziaria. Parlamento bloccato, scontri di piazza, conti in rosso. È così? «Mi pare che si evochi con troppa facilità un prossimo disastro finanziario della Francia. È vero che ha un deficit molto importante, ma anche un indebitamento delle famiglie basso, e l’economia non è affatto sull’orlo dell’abisso come alcuni vogliono fare credere. È una percezione che fa comodo a quanti vogliono indebolire l’Europa. E infatti Donald Trump ieri non ha perso l’occasione per parlare della Francia “che un tempo fu un grande Paese”». Che cosa dice ai suoi ragazzi, a Sciences Po? «Che niente è perduto, che la Francia e l’Europa hanno tutti i mezzi per resistere alla sfida delle altre potenze, che non devono credere ai profeti di sventura e che il futuro è davvero nelle nostre, e soprattutto nelle loro mani».
L'ex ministra spagnola Arancha González: «La stessa scintilla a Parigi e Madrid. Si è rotta la fiducia nel patto sociale»
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PARIGI - L’incontro che avrebbe dovuto svolgersi a Sciences Po ha luogo invece in un caffè, perché anche la scuola universitaria più prestigiosa di Francia ieri mattina è stata bloccata dagli studenti . Qualche ora dopo, in boulevard Saint-Germain, gli agenti interverranno con manganelli e gas lacrimogeni. Arancha González, già ministra degli Esteri spagnola nel governo di Pedro Sánchez, a Sciences Po è a capo della Paris School of International Affairs. Esistono punti in comune nelle proteste che scuotono Francia e Spagna ? «I motivi sono diversi ma in comune c’è la stessa scintilla, ovvero la rottura del contratto sociale. I giovani francesi protestano per l’istruzione, quelli spagnoli per l’alloggio, ma in Europa si è rotta l’idea che le economie generano benessere e uguaglianza sociale». Questa generazione sta peggio della precedente? «Dipende da quali fattori consideriamo. Quanto ai diritti, questi giovani stanno meglio. E stanno meglio anche quanto a sanità e istruzione. Ma in base ad altri indicatori come l’accesso all’alloggio, l’accumulo di ricchezza o la sicurezza del lavoro, stanno peggio». In Francia la scuola pubblica è da anni al centro del dibattito considerata il simbolo della decadenza del Paese . «L’ossessione del declino è una particolarità francese. Mi pare assente in Spagna e in Italia, e invece molto forte qui. Declino come perdita di potenza politica. E presente anche in Germania, come perdita del primato industriale. L’ossessione del declino poi si traduce nell’offerta politica, come dimostrano le elezioni». In che modo? «Nel successo delle forze radicali che promettono il ritorno a un passato più o meno glorioso. È quel che in Francia offre il Rassemblement national, che parla di una nazione che tornerebbe libera dagli impegni Ue, o in Germania l’AfD, che evoca un’Arcadia della Germania Est dove secondo loro tutto funzionava bene, tutti avevano una casa e un lavoro e tutti avevano vicini simpatici. Ma anche in Italia c’è il generale Vannacci che propone un balzo all’indietro». Chi invece ha un proposta per il futuro? «Mi sembra che manchi proprio questo, una proposta che sia entusiasmante per il futuro, che dia un po’ di ottimismo ai ragazzi europei». Le proteste di questi giorni in Francia sono sostenute dalla sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon , che certo europeista non è. «Su certi temi l’estrema destra e l’estrema sinistra finiscono per toccarsi, l0 vediamo anche in Germania. La frattura politica non è più tra destra e sinistra ma tra europeisti e sovranisti, i quali parlano di preferenza nazionale, il che equivale alla fine di fatto dell’Europa». Lei ha appena pubblicato in Francia un libro intitolato L’Europa sola al mondo (Éditions Arpa), che immagina il mondo nel 2049: con l’aiuto della Cina la Russia domina l’Eurasia, gli Stati Uniti sono isolati e in decomposizione, l’Unione europea è un guscio vuoto. È questo quel che ci aspetta? «Dipende da noi. Mentre scrivevo ho cambiato questo scenario tre volte, perché volevo immaginare una distopia ma venivo sempre raggiunta dalla realtà. Spero con tutto il cuore che il nostro futuro sarà diverso, e sono convintissima che possiamo farcela. Ma bisogna essere capaci di proporre qualcosa di più forte e attraente del ritorno al passato promesso dagli antieuropei, o della gestione dell’esistente. Stare fermi ormai è impossibile, o andiamo avanti, come spero, o indietro». In Francia si parla di policrisi: politica, sociale, finanziaria. Parlamento bloccato, scontri di piazza, conti in rosso. È così? «Mi pare che si evochi con troppa facilità un prossimo disastro finanziario della Francia. È vero che ha un deficit molto importante, ma anche un indebitamento delle famiglie basso, e l’economia non è affatto sull’orlo dell’abisso come alcuni vogliono fare credere. È una percezione che fa comodo a quanti vogliono indebolire l’Europa. E infatti Donald Trump ieri non ha perso l’occasione per parlare della Francia “che un tempo fu un grande Paese”». Che cosa dice ai suoi ragazzi, a Sciences Po? «Che niente è perduto, che la Francia e l’Europa hanno tutti i mezzi per resistere alla sfida delle altre potenze, che non devono credere ai profeti di sventura e che il futuro è davvero nelle nostre, e soprattutto nelle loro mani».

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