«Prego, fatevi la barba». Quando gli torna il sarcasmo nei giudizi, significa che Vladimir Putin si sente più sicuro che mai. Le elezioni politiche della prossima settimana sono un dettaglio, come noi. Infatti, negli ultimi mesi il presidente russo non ha fatto campagna, ma ha viaggiato come mai prima , dopo tre anni di guerra senza uscire dal Cremlino, se non per qualche visita nella dependance bielorussa. Prima la visita nell’Estremo Oriente, la seconda dei suoi ventisei anni al potere, con una tappa a sorpresa in una delle isole Curili contese con il Giappone, poi in Kirghizistan, e ora al vertice dei Brics in India. A novembre seguirà la trasferta in Cina, dove si ipotizza perfino un trilaterale con i padroni di casa e gli Usa, cui potrebbe seguire anche un viaggio al G20 di Miami per il quale ha ricevuto un invito formale dall’amministrazione americana , che se accolto significherebbe per lui un clamoroso ritorno sulla scena occidentale. Ma nell’attesa di valutare con calma l’ennesimo assist che gli fornisce Donald Trump , Pozhaluite britsya , dice in russo antico rivolto all’Europa, suo principale nemico. L’espressione risale probabilmente ai tempi di Pietro il Grande, che ordinò ai boiardi di tagliarsi le barbe alla moda europea. Nel gergo comune, equivale al nostro «abbassate la cresta» , al quale è seguita una allusione evidente ad un rapido e forte aumento dei prezzi del gas fino a 1.500 dollari per mille metri cubi, seguito dall’evocazione dei «bei tempi», quando la Russia ci forniva il metano a 180-200 dollari. «Ben presto li rimpiangerete». Più prima che poi, sembra pensare Putin, convinto del fatto che dalle nostre parti il vento sta per cambiare, come secondo lui dimostrano le elezioni tedesche in Sassonia e i sondaggi delle prossime presidenziali in Francia. Questa certezza comune, diffusa a ogni livello in Russia e spalmata su qualunque tipo di media, è la base di partenza per una strategia che prevede un inverno di guerra e una apparente disponibilità alla trattativa . Lo scorso maggio, il primo consigliere di Putin, il navigatissimo Yuri Ushakov, aveva detto che senza il ritiro delle truppe ucraine dall’agognato Donbass, un nuovo round di negoziati non avrebbe avuto senso. Venerdì scorso, con una dichiarazione sibillina, il portavoce del presidente Dmitry Peskov ha affermato che «per quanto riguarda i colloqui in sé, non stiamo ponendo alcuna condizione». Si stava riferendo all’idea di un vertice trilaterale sotto l’egida americana, che non dispiacerebbe al Cremlino. Per la semplice ragione che, come avvenuto nell’agosto dell’anno scorso in Alaska, qualunque fosse l’esito di una eventuale discussione sulle sorti della guerra, solo l’evento in sé stesso equivarrebbe a un’altra rottura dell’isolamento internazionale imposto dal cosiddetto «Occidente collettivo», sempre più ristretto alla sola Europa. Putin è convinto di essere in una posizione migliore di quella dei suoi nemici. La guerra procede con scarsi risultati sulla linea di contatto ma con crescente efficacia contro le infrastrutture ucraine. L’inverno sarà più freddo a Kiev che a Mosca, esultava ieri il propagandista Vladimir Solovyev. Accanto ai soliti ruggiti del ministro degli Esteri Sergey Lavrov, che ieri ha liquidato l’ipotesi di un vertice Putin-Zelensky al G20 con un perentorio: «Lo abbiamo invitato prima noi a Mosca, se vuole venga prima qui» , la Russia sembra mandare anche messaggi concilianti. Per via diplomatica, e non solo. Nel farlo, ottempera non a una sua esigenza, ma a quella della Casa Bianca. I negoziatori americani stanno vanamente cercando di convincere le parti in conflitto che è più vantaggioso fermarsi piuttosto che continuare , perché hanno bisogno di risultati concreti qui e ora. Mosca invece non ha alcuna fretta. Le rispettive elezioni autunnali sono una pura formalità per Mosca, ma non per Washington. Tutto questo conduce verso una escalation nei confronti dell’Ucraina , perché intensificando la pressione attraverso la «guerra aerea» e gli attacchi sistematici all’economia, grazie a un Donald Trump in affanno, il Cremlino sente di poter raggiungere anche i propri obiettivi politici, come le garanzie di sicurezza sulla Nato e una parziale diminuzione dell’arsenale di Kiev. «Non ci sono speranze che il conflitto in Ucraina si concluda nei prossimi mesi» scrive la rivista Rassegna Militare , di solito bene informata. «Il massimo che i mediatori americani potranno ottenere entro novembre è una tregua aerea limitata, forse energetica, e sui cereali». Una gentile concessione a un amico bisognoso come il presidente americano, ma nulla di più. E siccome ogni cosa ha un prezzo, ecco che per spiegare il ritorno di fiamma con gli Usa, nei circoli moscoviti è tornata in voga una parola dell’epoca sovietica. Visiak sta a indicare gli affari non chiari, i dossier sospesi. Putin ha bisogno di fare cassa, e questa volta anche lui deve fare i conti con tempi abbastanza stretti, tenuto conto dello stato precario dell’economia russa. E chi glieli può garantire non sono certo i suoi Brics, ma l’amico Donald.