Ci sono giorni che vorresti non aver mai vissuto. Ma anche che non ti perderesti per niente al mondo. Perché l’addio al tuo campione non lo puoi spiegare . Quando il cuore pulsa di più e le lacrime la smettono di nascondersi. Milano si è fatta più bella per salutare il «suo» Sandro . Sobria come l’avrebbe voluta lui. La gente nerazzurra che bastava chiudere gli occhi e ritrovarsi sul prato di Vienna la sera della finale di Coppa dei Campioni nel 1964. La bara con il numero 8 che il 10 e il 9 sono troppo scontati. Il nerazzurro che sconfinava in un cielo lindo e aspettava la notte per vedere risplendere le due stelle. Bedin e Guarneri compagni di una vita che la filastrocca con i loro nomi la conoscono anche i bambini che l’hanno sentita dai nonni. In questi momenti capisci perché gli inglesi chiamano il calcio The Beautiful Game . E dire solo «bello» non rende l’idea. Perché il calcio, il fòlber come la chiamiamo qui sui Navigli, è la tua gioventù e i tuoi capelli bianchi . E rivedere i tuoi campioni è come aprire l’album di famiglia. I Cordoba e i Cambiasso, eroi del Triplete, con il capitano Javier Zanetti a dire «siamo commossi e onorati di aver vestito questa maglia» . E Carletto Muraro, il Jair bianco, che giocò con l’ultimo Mazzola. E Francesco Toldo e Leonardo Occhipinti. Il portiere Sebastien Frey, Nevio Scala che difese le due casacche della Milano calcistica. Il feretro entra nella basilica «la chiesa dei milanesi». Che accoglie e include tutti come voleva il vescovo Ambrogio. Il mondo del calcio è negli stendardi di Inter, Milan e Torino . Della Lega e della Federazione. Del presidente Giovanni Malagò, di quello della Lega Ezio Simonelli. Il sindaco Beppe Sala in prima fila con la fascia tricolore e il cuore nerazzurro e da piccolo aveva la maglia di Bonimba, Roberto Boninsegna. La celebrazione è vestita dell’affetto e della commozione che si tributa solo alle bandiere. E Sandro lo è stata per una vita intera. I suoi figli, i suoi nipoti ad accompagnarlo. Con la dignità, l’eleganza, la semplicità di tutti i Mazzola. La Lettura affidata a uno dei suoi ragazzi: Beppe Bergomi . L’omelia dell’abate di Sant’Ambrogio monsignor Carlo Faccendini. Il ricordo di Mazzola «uomo e atleta che ha dato lustro alla città». La sua fuga dal ritiro di Foggia per andare da Padre Pio per farsi sciogliere un voto . L’attaccamento alla famiglia «tanto più grande perché aveva perso il padre da bambino e sapeva cos’è una famiglia». La battaglia contro la malattia: «Affrontata con grande coraggio», ha sottolineato Faccendini, ricordando come l’ex campione parlasse della volontà di resistere «almeno per arrivare ai tempi supplementari». Al termine il ricordo, toccante, del presidente dell’Inter Beppe Marotta. Con un passaggio da pelle d’oca sul peso e la bellezza di essere i responsabile del club nerazzurro: «Dobbiamo custodire e trasmettere la memoria . Un club non è grande per i trofei che conserva ma per ciò che riesce a tramandare. Per questo ai ragazzi delle giovanili non dovremo soltanto insegnare a giocare a calcio. Ma raccontare loro di uomini come Mazzola. Da lui dovranno imparare l’umiltà, il rispetto per i compagni e avversari». Massimo Moratti ha fatto arrivare il suo saluto accolto da un applauso: «Ciao Sandro, grazie per l’eredità che ci lasci per il ricordo del tuo stile, della determinazione e caparbietà. Grazie per i gol bellissimi che ci hanno fatto gioire. Raggiungi i campioni della Grande Inter del cui prestigio godiamo ancora adesso». Sandro e il Torino, un legame antico e saldo. «Di Mazzola ho un ricordo molto bello — ricorda il presidente del club granata Urbano Cairo — quello di quando ci incontrammo a Torino per il centenario della nascita di suo papà Valentino . Facemmo un torneo tra i ragazzi delle giovanili del Torino e del Venezia, dove giocava anche il nipote di Mazzola. Lui era veramente contento di quel ricordo e di quel torneo. Lui è diventato nel tempo sempre più legato al Toro, per quello che era il ricordo del papà». C’è una generazione che è vissuta sulle gesta del Baffo: «Mi ricordo Italia-Germania 4-3 quando avevo 10 anni — sottolinea il presidente della Figc Giovanni Malagò — un motivo in più per essere spronati a fare bene sull’esempio di quello fatto da lui». I racconti che si tramandano di padre in figlio. «Ho tanti ricordi, molti tramandati da papà — le parole di Gianfelice Facchetti — due profili molto simili, di persone che hanno vinto tanto, apprezzati da tutti». Bergomi ricorda il campione «mai divisivo» e lo si vede negli applausi al ds della Juve Giovanni Carnevali. La Milano rossonera è rappresentata dal presidente del club Paolo Scaroni: «Se penso a Mazzola mi viene in mente Rivera e penso ai derby che già da giovane milanista vedevo». Sandro Mazzola riposerà a Monza. Addio Sandro, che la terra ti sia lieve.
L'abbraccio universale per Sandro Mazzola: gli stendardi di Inter e Milan, il passaggio da pelle d'oca di Marotta
Ci sono giorni che vorresti non aver mai vissuto. Ma anche che non ti perderesti per niente al mondo. Perché l’addio al tuo campione non lo puoi spiegare . Quando il cuore pulsa di più e le lacrime la smettono di nascondersi. Milano si è fatta più bella per salutare il «suo» Sandro . Sobria come l’avrebbe voluta lui. La gente nerazzurra che bastava chiudere gli occhi e ritrovarsi sul prato di Vienna la sera della finale di Coppa dei Campioni nel 1964. La bara con il numero 8 che il 10 e il 9 sono troppo scontati. Il nerazzurro che sconfinava in un cielo lindo e aspettava la notte per vedere risplendere le due stelle. Bedin e Guarneri compagni di una vita che la filastrocca con i loro nomi la conoscono anche i bambini che l’hanno sentita dai nonni. In questi momenti capisci perché gli inglesi chiamano il calcio The Beautiful Game . E dire solo «bello» non rende l’idea. Perché il calcio, il fòlber come la chiamiamo qui sui Navigli, è la tua gioventù e i tuoi capelli bianchi . E rivedere i tuoi campioni è come aprire l’album di famiglia. I Cordoba e i Cambiasso, eroi del Triplete, con il capitano Javier Zanetti a dire «siamo commossi e onorati di aver vestito questa maglia» . E Carletto Muraro, il Jair bianco, che giocò con l’ultimo Mazzola. E Francesco Toldo e Leonardo Occhipinti. Il portiere Sebastien Frey, Nevio Scala che difese le due casacche della Milano calcistica. Il feretro entra nella basilica «la chiesa dei milanesi». Che accoglie e include tutti come voleva il vescovo Ambrogio. Il mondo del calcio è negli stendardi di Inter, Milan e Torino . Della Lega e della Federazione. Del presidente Giovanni Malagò, di quello della Lega Ezio Simonelli. Il sindaco Beppe Sala in prima fila con la fascia tricolore e il cuore nerazzurro e da piccolo aveva la maglia di Bonimba, Roberto Boninsegna. La celebrazione è vestita dell’affetto e della commozione che si tributa solo alle bandiere. E Sandro lo è stata per una vita intera. I suoi figli, i suoi nipoti ad accompagnarlo. Con la dignità, l’eleganza, la semplicità di tutti i Mazzola. La Lettura affidata a uno dei suoi ragazzi: Beppe Bergomi . L’omelia dell’abate di Sant’Ambrogio monsignor Carlo Faccendini. Il ricordo di Mazzola «uomo e atleta che ha dato lustro alla città». La sua fuga dal ritiro di Foggia per andare da Padre Pio per farsi sciogliere un voto . L’attaccamento alla famiglia «tanto più grande perché aveva perso il padre da bambino e sapeva cos’è una famiglia». La battaglia contro la malattia: «Affrontata con grande coraggio», ha sottolineato Faccendini, ricordando come l’ex campione parlasse della volontà di resistere «almeno per arrivare ai tempi supplementari». Al termine il ricordo, toccante, del presidente dell’Inter Beppe Marotta. Con un passaggio da pelle d’oca sul peso e la bellezza di essere i responsabile del club nerazzurro: «Dobbiamo custodire e trasmettere la memoria . Un club non è grande per i trofei che conserva ma per ciò che riesce a tramandare. Per questo ai ragazzi delle giovanili non dovremo soltanto insegnare a giocare a calcio. Ma raccontare loro di uomini come Mazzola. Da lui dovranno imparare l’umiltà, il rispetto per i compagni e avversari». Massimo Moratti ha fatto arrivare il suo saluto accolto da un applauso: «Ciao Sandro, grazie per l’eredità che ci lasci per il ricordo del tuo stile, della determinazione e caparbietà. Grazie per i gol bellissimi che ci hanno fatto gioire. Raggiungi i campioni della Grande Inter del cui prestigio godiamo ancora adesso». Sandro e il Torino, un legame antico e saldo. «Di Mazzola ho un ricordo molto bello — ricorda il presidente del club granata Urbano Cairo — quello di quando ci incontrammo a Torino per il centenario della nascita di suo papà Valentino . Facemmo un torneo tra i ragazzi delle giovanili del Torino e del Venezia, dove giocava anche il nipote di Mazzola. Lui era veramente contento di quel ricordo e di quel torneo. Lui è diventato nel tempo sempre più legato al Toro, per quello che era il ricordo del papà». C’è una generazione che è vissuta sulle gesta del Baffo: «Mi ricordo Italia-Germania 4-3 quando avevo 10 anni — sottolinea il presidente della Figc Giovanni Malagò — un motivo in più per essere spronati a fare bene sull’esempio di quello fatto da lui». I racconti che si tramandano di padre in figlio. «Ho tanti ricordi, molti tramandati da papà — le parole di Gianfelice Facchetti — due profili molto simili, di persone che hanno vinto tanto, apprezzati da tutti». Bergomi ricorda il campione «mai divisivo» e lo si vede negli applausi al ds della Juve Giovanni Carnevali. La Milano rossonera è rappresentata dal presidente del club Paolo Scaroni: «Se penso a Mazzola mi viene in mente Rivera e penso ai derby che già da giovane milanista vedevo». Sandro Mazzola riposerà a Monza. Addio Sandro, che la terra ti sia lieve.

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