«Giudicare me è un’ingiustizia», ci disse un giorno.  Mancava qualche mese al processo e in un salone di Pristina, i marmi tirati a lucido, un impeccabile abito presidenziale, Hashim Thaci si mostrava certo di venire assolto . Si stava dimettendo da presidente, un lavacro politico: «Vado all’Aia, perché noi non siamo come i serbi e accettiamo i tribunali. Ma qui siamo all’assurdo: l e vittime vengono equiparate ai carnefici . É come mandare alla sbarra gli ebrei, anziché i nazisti…».  Dopo sei anni nello stesso carcere olandese che deteneva Ratko Mladic , dopo tre anni d’interminabili udienze, il padre-padrino del Kosovo s’alza in piedi, s’abbottona la giacca e ascolta i giudici della Corte penale internazionale che lo condannano: 25 anni . Ha una smorfia di disgusto, scuote la testa, si risiede. Le occhiaie di chi sente su di sé lo sguardo della storia: «Per tutta la vita – è stata la sua ultima dichiarazione in aula, lo scorso febbraio -, sono stato al fianco del popolo del Kosovo . Difendendo la libertà, la vita e la dignità. Sono sempre stato guidato dagli ideali occidentali di democrazia, uguaglianza e giustizia». Ragion per cui, aveva confidato in agosto a un giornalista amico, «mi aspetto l’assoluzione». Non gli hanno creduto. A 58 anni “il Serpente”, come lo chiamavano quando comandava l’Esercito di liberazione del Kosovo (l’Uck) contro i paramilitari serbi di Slobodan Milosevic, nei libri di storia non sarà solo il primo capo di governo e il più popolare presidente del Kosovo liberato. Per la giustizia, che nella requisitoria della procuratrice Kimberly West aveva chiesto 45 anni di carcere, è un criminale di guerra : incarcerò senza motivo 385 serbi, rom e oppositori politici albanesi, ne trattò 49 «in maniera crudele», ne torturò di 303, ne uccise 96 nei campi di detenzione del Kosovo e del nord dell’Albania. Per il presidente del Tribunale dell’Aia, Charles Smith, Thaci «ha mostrato una spietata capacità di rimuovere ed eliminare gli ostacoli politici », ha «sfruttato la propria posizione, la leadership, l'autorità e il prestigio» per incoraggiare i crimini, omettendo di punire gli abusi dei combattenti Uck. E pensare che una volta Joe Biden, da vicepresidente americano, lo ricevette e lo definì «il George Washington del Kosovo». Un motivo c’era: emigrato svizzero dall’incerto passato, chiacchierato per qualche torbida amicizia nella criminalità albanese, nel 1999 Thaci (col suo Uck) era spuntato dal nulla e su di lui avevano puntato gli Usa, per fermare la pulizia etnica di Milosevic e strappare Pristina al controllo di Belgrado. Il guerrigliero ripulito, il trafficante riabilitato. L’uomo perfetto per dare un volto al più giovane e più povero Paese europeo . Finita la rapida guerra che aveva fatto 13mila morti, però, al Serpente non era bastato cambiare pelle e indossare la grisaglia presidenziale. A inchiodarlo, fu subito un rapporto del Consiglio d’Europa, che ne consegnò un ritratto ben diverso: «Il più pericoloso dei boss criminali dell’Uck», scrisse il capodelegazione europeo, l’allora senatore svizzero Dick Marty; il capo d’un «depravato sistema di potere», nelle parole dell’ex procuratrice internazionale Carla Del Ponte; «un oscuro personaggio», secondo i report dei servizi segretai tedeschi, inglesi e greci.  Per almeno una decina d’anni, su Thaci e i suoi fedelissimi cominciarono a circolare i sussurri più inconfessabili, le voci più incontrollate . Leggende nere: si raccontò di cliniche-fantasma dove s’espiantavano organi dei prigionieri, per rivenderli all’estero, di traffici d’armi e di droga, di corpi gettati e mai più trovati in certi laghetti, di soldi fatti con la prostituzione e la tratta d’esseri umani, di 1.641 desaparecidos mai giustificati… «Tutte fandonie messe in giro dai serbi e dai negazionisti della verità», hanno sempre liquidato i partigiani kosovari: se anche fossero accadute queste cose, la tesi difensiva, l’Uck non aveva una catena di comando tale da impedirle. Storiacce di cui i giudici dell’Aia si sono occupati solo in parte, mentre condannavano per responsabilità politiche e militari anche i collaboratori del Serpente , il famoso “gruppo di Drenica” che ai tempi del conflitto prendeva ordini direttamente dal Pentagono: il capo dell’intelligence Kadri Veselj (18 anni di prigione), il capo militare Rexhep Selimi detto “il Sultano” (13 anni) e un altro ex presidente, Jakup Krasniqi, che ai tempi fungeva da portavoce (25 anni). É il giudizio su un leader o il Giudizio della Storia? Leggendo la sentenza, il giudice americano ha voluto precisare che il processo «non riguardava la legittimità dell'Uck, né il suo obbiettivo finale di ottenere l'indipendenza del Kosovo dalla Serbia». Parole al vento, dalle parti albanesi. Edi Rama, il premier di Tirana, commenta la decisione con una sola parola esclamativa: «Vergogna!». «É un verdetto terribile per la nostra guerra di liberazione, una decisione triste, ingiusta e immeritata», protesta Glauk Konjufca, ministro degli Esteri kosovaro. «Nessuno e niente può infangare l’Uck», dice il presidente dell’Albania, Bajram Begaj: «La libertà ha un nome». E la presidente ad interim di Pristina, Albulena Haxhiu: «I condannati siano forti, siamo tutti con loro». C’è tensione: a Belgrado, il premier serbo Aleksandar Vucic ha allertato le guardie di frontiera, temendo scontri; l’ambasciata Usa in Kosovo ha detto i dipendenti d’evitare luoghi pubblici. All’Aia, davanti al tribunale, la polizia ha dovuto usare gli idranti con qualche decina di contestatori . Una piccola folla ha cercato d’assaltare gli uffici Ue a Pristina, accusandoli d’avere consegnato Thaci & Co. alla giustizia. Nella piazza Skanderbeg della capitale, da sabato avevano montato un timer col conto alla rovescia e la gente ha seguito da un maxischermo la lettura: dopo un lungo silenzio, ha cominciato a fischiare, a urlare “Uck! Uck!”, a cantare inni partigiani («una promessa è una promessa, per il Kosovo dò la mia vita!»). «Non è finita qui!», promette la presidente Haxhiu, anche se la difesa di Thaci appare qua e là più di facciata che di sostanza, basandosi spesso su ricatti incrociati, silenzi obbligati: accusati di corruzione e d’avere tradito la causa, molti veterani della guerra sono stati messi da tempo ai margini della vita politica. L’aquila schipetara ha fatto il nido altrove. E le uova del Serpente sono ormai rotte.